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Aggiornato: 2 ore 53 min fa

Malamocco, domenica 6 gennaio torna la Corsa dea Befana. Ecco come partecipare

Sab, 29/12/2018 - 19:00

Torna la “Corsa dea Befana”. Domenica 6 gennaio a Malamocco si terrà la 44.a corsa podistica non competitiva aperta a tutti.

Ci sarà un percorso di due chilometri per ragazzi dai 6 ai 13 anni; la quota di iscrizione è di 5 euro e le iscrizioni di ricevono dal 3 al 5 gennaio nel patronato di Malamocco, Rio Terà 38, dalle 15 alle 19. E il 6 gennaio, dalle 8.30 alle 10.30.

Il percorso adulti è di 10 chilometri e la quota di iscrizione è di 10 euro. Stesse modalità, giornate e orari per le iscrizioni.

Le partenze di entrambe le corse avverranno a partire dalle ore 11 dal Patronato di Malamocco, Rio Terà 38. La corsa sarà assistita da personale sanitario, Ass. Radiantistica Malamocco, Protezione Civile Lido di Venezia, Forse dell’Ordine e Croce Bianca Lido.

A tutti gli iscritti sarà consegnato il “Dolce dea Befana”. Premiazione al termine della corsa. Saranno premiati i primi 3 classificati della categoria maschile e le prime 3 della femminile. Premi speciali per il più anziano, per il gruppo più numeroso e per il partecipante venuto da più lontano.

L’Associazione Civica Malamocco e la parrocchia di Santa Maria Assunta di Malamocco ringraziano sentitamente chi ha collaborato al buon esito della manifestazione. Info: 041.77.01.85 – 041.77.04.21.

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Il Patriarca, l’augurio per il 2019: ritrovare uno scatto di fiducia in sé e negli altri. E creare un “modello Venezia” di sintonia fra residenza e turismo

Sab, 29/12/2018 - 12:32

Qui di seguito l’augurio che il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia rivolge a tutti per l’anno che sta per iniziare.

«Dopo il messaggio spirituale del giorno di Natale desidero offrire ora una breve riflessione che vuol essere un augurio a tutti, indirizzandomi in modo particolare alla città di Venezia e a tutta l’amata Diocesi.

Lasciano pensosi, al termine di questo 2018, le analisi di istituti specializzati che ritraggono un Paese (l’Italia) incerto, precario e, soprattutto in alcuni segmenti di popolazione, purtroppo incattivito e rancoroso (sic!); un Paese disilluso, impaurito e che si percepisce povero di vere e concrete prospettive.

L’augurio, per il 2019, è quindi di saper ritrovare insieme – e sottolineo “insieme” – la spinta per rialzarci; uno scatto di fiducia (motivata) in sé e negli altri, ricuperando la speranza e la voglia di portare avanti progetti comuni e, soprattutto, condivisi.

Recuperare uno sguardo riconciliato e costruttivamente critico, capace di creare occasioni d’incontro su temi di ampio respiro per la persona, la famiglia, la società e la buona politica, sia in ambito locale sia nazionale, riscoprendo le ragioni del vivere comune per crescere insieme, gettando le basi per edificare – come fu in certi periodi del passato più o meno recente – a beneficio di ciascuno di noi (la nostra generazione) ma, in particolare, dei più giovani (le generazioni di domani), aprendoci a un futuro che sia degno e attento all’uomo e alle reali necessità di tutti, senza “scartare” alcuno.

Non è una speranza consolatoria, ossia di maniera, ma una speranza concreta, capace di ampliare la base della giustizia sociale, andando oltre le visioni giustizialiste e buoniste, rispettando le regole ma, anche, interrogandosi sulle regole e lavorando per giungere a scelte che siano attente alle fasce deboli e alle realtà produttive; realtà, quest’ultime, in grado di generare reddito, ossia benessere per la collettività. E qui si tratta di porre le condizioni affinché lavoro, economia e welfare contribuiscano a garantire coesione sociale e, conseguentemente, sicurezza e serenità.

Papa Francesco – nel messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace – ricorda come la buona politica, a tutti i livelli, sia necessaria per servire pace e giustizia. Ecco le sue parole: “…rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza” (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2019).

Purtroppo portiamo, ancora vivo, in noi il ricordo degli ingenti danni causati dagli eccezionali eventi atmosferici di qualche settimana fa che hanno portato distruzione e grandi sofferenze in non poche zone del nostro Nordest.

E perché allora questo augurio non sia solo di circostanza, si chiede un progetto politico di ampio respiro; proprio questo, come cittadini, chiediamo alla politica e ai politici. Tutti sappiamo quanto sia difficile far politica oggi e anche per questo la domanda è trasversale, ossia rivolta a chi è al governo e a chi è all’opposizione sia a livello locale sia nazionale. Questa strada, insieme a quella di una reale alleanza con la società civile, costituisce un percorso da intraprendere per riuscire a riconciliare politica e cittadini e superando la scelta dell’antipolitica.

Per Venezia chiediamo poi che i progetti in corso da decenni vedano finalmente la luce; è qualcosa di dovuto a Venezia e ai veneziani! Si auspica, infine, che la città – patrimonio universale e bene di tutti – sia amata incominciando a rispettarne la fragilità, sempre più tangibile innanzi ai nuovi, anche drammatici, cambiamenti climatici.

Sono in gioco la bellezza e le peculiarità di Venezia, la bellezza e la fragilità della laguna, la bellezza e la fragilità delle nostre montagne e del più vasto territorio in cui viviamo; pensiamo, ma non solo, alla “strage” di abeti rossi delle nostre Dolomiti, montagne veramente uniche per le loro caratteristiche paesaggistiche.

Usufruiamo di un territorio vario per bellezze marine e montane e, talvolta, pare che abbiamo smarrito la consapevolezza dello splendore di questo nostro angolo del creato. Ricordo anche come la natura ci offra un’esperienza privilegiata della presenza di Dio e del suo amore per tutte le sue creature.

L’augurio, quindi, è che per tutto il nostro territorio – non solo Venezia – si pongano basi condivise in termini di risorse, decisioni, strumenti e politiche affinché si possa convivere meglio, considerando che la questione dello sviluppo è collegata a precisi doveri che scaturiscono dal rapporto con l’ambiente e raccogliendo così le sfide dell’oggi alla luce della nostra storia e tradizioni.

Se Venezia vuol continuare ad essere città, ossia polis – comunità viva e attiva di cittadini -, deve compiere scelte anche coraggiose, proponendo un suo modello, il “modello Venezia”, che s’imponga per la relazione virtuosa fra residenzialità, turismo e tipi di presenze per periodi più prolungati per motivi di lavoro, studio e cultura (università, ricerca, mostre, premi ecc.) e, allo stesso tempo, in grado di valorizzare e rispettare il suo territorio – lo ribadiamo – splendido, fragile e, soprattutto, unico.

Venezia ha titoli per proporsi a livello nazionale con un suo “modello” avendo qualcosa di peculiare, esclusivo e, insieme, universale da dire a livello planetario.

Una realtà sempre più spopolata, sempre più priva di giovani famiglie e, soprattutto, di bambini e in cui gli anziani faticano a mantenere una vita di relazione a causa anche della conformazione e ubicazione delle sue case (ponti, calli ecc.) rischia di condurre la città storica a non esser più una polis ma una pura convivenza virtuale o un museo a cielo aperto o, ancora, un’agenzia di viaggi in cui tutti sono impegnati a fare un perenne check in.

Amiamo Venezia e poniamoci tali questioni non in modo polemico ma costruttivo. Si tratta di domande che riguardano il nostro presente, se vogliamo avere un futuro. E ci interroghiamo non per rimanere intimoriti o schiacciati ma per aprirci ad un pensiero condiviso, nelle legittime differenze, e che assuma la forma di un inizio di processo comune. Su tante cose, in politica, è auspicabile una convergenza: tra le maggioranze e le opposizioni, tra pubblico e privato.

Chiediamo dunque un più ampio respiro della politica e una reale crescita della società che viene sempre prima della politica e, anzi, la genera attraverso le scelte culturali.

Mentre pongo il nuovo anno sotto la protezione della Madonna della Salute, così cara a noi veneziani, chiedo per ogni famiglia e persona il bene grande dono di cuori riconciliati, da cui nascano altre virtù morali e civili e operando, così, in modo reale e concreto per il nostro territorio».

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Brugnaro: ecco il piano con la “piastra” che collegherà Mestre e Marghera

Gio, 27/12/2018 - 17:52

Il centro città si sposta. Con la nuova piastra sopra la stazione arriverà la risistemazione di tutta l’area ferroviaria ma anche di Marghera. Sorgeranno nuove abitazioni di lusso nell’area dell’ex parco ferroviario di via Trento. Che con l’allargamento del parco Piraghetto creerà un trait d’union con la Gazzera ove i lavori stanno per ripartire. Tra questi la strada chiusa lungo la tangenziale e la fermata della Sfmr.

Sono molti i temi trattati dal sindaco Brugnaro alla conferenza stampa di fine anno di oggi al Municipio di Mestre ma piastra ferroviaria e Gazzera hanno prevalso sugli altri».

«Nell’accordo che abbiamo stipulato con Rfi e che vede coinvolta anche la Regione, c’è molta qualità, anche grazie agli investimenti dei privati in via Ulloa a Marghera, a cominciare da un gigante come Salini (che tra l’altro fa parte della cordata per la ricostruzione del ponte autostradale di Genova). Relativamente alla piastra non è stato ancora deciso chi la costruirà: se sarà fatta dalle Ferrovie meglio. Altrimenti – spiega Brugnaro – l’amministrazione comunale si può sostituire e bandire una gara privata. A noi interessa solo che rimanga un passaggio pubblico che possa collegare Mestre a Marghera in piena sicurezza. E le salite dovranno essere meccanizzate con scale mobili, con percorsi larghi e vivibili. Vi sarà un riempimento degli spazi con delle funzioni ma quali saranno lo si vedrà a suo tempo. Intanto i lavori partiranno alle due testate della stazione, di qua e di là».

Ma il sindaco non ha dimenticato l’area di via Giustizia e della Gazzera, attigue a quella ferroviaria. Qui i lavori ricominceranno nei primi mesi del 2019. «Assieme a Rfi e alla Regione abbiamo riassegnato gli appalti per terminare la stazione Sfmr ma anche la famosa strada chiusa lungo la tangenziale che arriva alla rotonda della Miranese. Rotatoria che a sua volta costituisce in pratica dall’altro lato l’inizio dell’area della Giustizia; e andando appena più in là, oltre il cavalcavia, c’è l’eliminazione del vecchio parco ferroviario con la costruzione di abitazioni di lusso sostenibile, nonché un ampliamento del parco Piraghetto, che arriverà fino alla stazione della Gazzera». E dalla Giustizia alla piastra in stazione è un attimo.

Marco Monaco

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Big Vocal Orchestra e Vocal Skyline, concerti in piazza San Marco sabato 29 e domenica 30

Gio, 27/12/2018 - 12:39

L’orchestra vocale più numerosa d’Italia nella piazza più bella del mondo. Doppio appuntamento musicale in Piazza San Marco a Venezia: sabato 29 e domenica 30 dicembre per concludere il 2018 con la Big Vocal Orchestra e i Vocal Skyline.

Due concerti, che si terranno alle ore 18, voluti dall’Associazione Piazza San Marco in collaborazione con il Comune di Venezia e con Vela, nell’ambito della Rassegna Le Città in Festa – Natale 2018.

I Vocal Skyline, un organico di 50 voci, che si muovono sul palco accompagnando le parole delle canzoni con gesti e movimenti dal grande impatto scenico, sono già stati protagonisti in Piazza San Marco lo scorso 30 novembre in occasione dell’accensione delle luminarie della piazza alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e tornano ad esibirsi domenica 30 dicembre.

Sarà invece una prima volta quella della Big Vocal Orchestra, l’orchestra vocale più numerosa d’Italia, sabato 29. Entrambe le compagini sono dirette da Marco Toso Borella.

«Grazie alle 250 voci della Big Vocal Orchestra e alle 50 giovani voci dei Vocal Skyline – spiega Claudio Vernier, Presidente di Associazione Piazza San Marco – continua il progetto di Associazione Piazza San Marco e Vela per rendere sempre più vive le serate invernali di Venezia e valorizzare l’Area Marciana».

Prossimo appuntamento in calendario è domenica 6 gennaio nella Basilica dei Frari a Venezia, con i Vocal Skyline, alle ore 16.

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Corridoi umanitari al Lido: la famiglia siriana è quasi autonoma

Gio, 27/12/2018 - 10:58

Si è conclusa a fine novembre la prima fase del Progetto dei “Corridoi Umanitari” al Lido. O meglio: il progetto di accoglienza è ufficialmente chiuso come da programma, ma prosegue nel quotidiano il lavoro messo in piedi dalla rete di associazioni (non solo ecclesiali) volto al sostegno, a livello affettivo, delle singole persone. La famiglia di siriani drusi provenienti da Damasco (marito, moglie ed un figlio di 10 anni che frequenta quest’anno la prima media alla “Vettor Pisani” del Lido) si è ben inserita al Lido. Per alcuni aspetti cammina già con le sue gambe, ma per altri non è ancora del tutto autonoma ed ha bisogno di aiuto. Ecco perché, anche se il progetto di accoglienza è formalmente concluso, il sostegno va avanti.

La Comunità pastorale del Lido si era impegnata a garantire per 14-15 mesi, il pagamento dell’affitto dell’abitazione. A questo si aggiungono i contributi della diaconia della Chiesa Valdese. L’accoglienza rientra nell’ambito del progetto “Mediterrean Hope”, avviato a livello nazionale, nato da un protocollo d’intesa tra Ministero degli Affari Esteri e dell’Interno e promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e la Tavola Valdese. A promuoverlo, qui a livello lacale, è stato un gruppo trasversale di associazioni, presenti al Lido, con diverse sensibilità e carismi, ma tutte decise a mettere insieme le forze per questo progetto. Insieme alla Comunità pastorale del Lido ci sono il circolo Arci “Pablo Neruda”, l’associazione “Il Villaggio”, “Sos Diritti”. Ciascuna associazione ha avuto un compito specifico e un aspetto dell’accoglienza.

L’obiettivo dell’iniziativa era quello di fare in modo che, al termine del progetto, la famiglia accolta possa, pian piano rendersi autonoma. E anche al Lido si sta andando in questa direzione, anche se ci sono altri passi da compiere. Il problema principale è ancora quello del lavoro: al momento solo la mamma ha trovato un impiego stabile, lavorando in un albergo a Venezia. Il papà, invece, fa ancora lavori saltuari, qualche ripetizione, ma il suo sogno sarebbe quello di insegnare a scuola. Il ragazzo, invece, è perfettamente inserito: a scuola i suoi risultati sono eccellenti, pratica sport, in particolare gioca a tennis. Per fare un ulteriore passo avanti nell’inserimento, la famiglia sta frequentando un corso avanzato di italiano che permetta una sempre maggiore padronanza della lingua, aspetto fondamentale anche per poter intercettare nuove proposte lavorative. E con la rete dei volontari è nata e si è consolidata una bella amicizia: in questa esperienza, il Lido ha mostrato il suo volto più bello.
Lorenzo Mayer       

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Cresce la voglia di sapere: l’Università popolare di Mestre aumenta gli iscritti del 30%

Gio, 27/12/2018 - 06:04

Una nota trasmissione tivù degli anni ’60 ricordava, all’Italia di quel tempo, che non era mai troppo tardi per imparare a leggere e scrivere.
Oggi il livello di scolarizzazione in Italia è consolidato, ma la voglia di imparare e apprendere cose nuove è sempre viva, anche in una città come Mestre che tra le varie offerte ”didattiche” vede, dal 1921, anche quella della Università Popolare (Upm), che annovera ben 1.137 soci.

E la voglia di sapere e partecipare sta anche nell’incremento di 385 iscritti, quest’anno rispetto all’anno scorso. L’Upm offre più di un centinaio di corsi di vario genere: da quelli di lingue, con la certificazione Trinity per la lingua inglese, a moltissimi altri, veramente “per tutti i gusti”, sempre con attenzione alla didattica, dal campo umanistico e storico a quello psicologico, economico, scientifico e tecnologico con, di anno in anno, sempre nuove offerte. E poi i corsi gratuiti di italiano per stranieri.

Requisiti per iscriversi? Avere almeno 14 anni di età, ma soprattutto tanta voglia di imparare e conoscere. Inizio attività ad ottobre, novembre, a seconda della tipologia dei corsi che possono essere annuali (circa 60 ore),semestrali (30) o brevi (10-20 ore).
Ogni semestre, poi, vengono organizzati corsi “promozionali“ su argomenti mai trattati, della durata di circa 6-10 ore. In una atmosfera amichevole e cordiale, i soci possono quindi partecipare a conferenze, giornate di studio, attività teatrali e musicali, proiezioni cinematografiche, visite a musei, mostre…; inoltre possono aderire ad ogni forma di turismo a carattere culturale e associativo.

Gli eventi culturali organizzati per la città di Mestre in questa prima parte dell’anno accademico hanno trattato argomenti di grande attualità. A partire dal nuovo museo M9, con ospite Valerio Zingarelli, amministratore delegato di Polymnia, che ha illustrato il 25 ottobre scorso le caratteristiche e le potenzialità del nuovo museo. Poi, il 13 novembre, una conferenza su “Perché i festival del cinema?”, tenuta da Maria Roberta Novielli, direttore artistico e organizzativo del Ca’ Foscari Short Film Festival.

L’Upm ha anche istituito un premio speciale per il miglior documentario in concorso al Mestre Film Fest 2018. Altri eventi culturali in fase di progettazione a febbraio e a marzo 2019: uno sul tema della globalizzazione e l’altro su “Mestre ed il Turismo”. E poi, Kaleidos, periodico dell’Upm, rivista di cultura, arte, attualità, didattica e formazione che si avvale, citando quanto scritto dal presidente dell’Università, l’ing. Mario Zanardi, «della direttrice responsabile Daniela Zamburlin. La rivista si caratterizza per una impostazione editoriale dinamica e coraggiosa nella scelta delle tematiche legate ad eventi particolari e a notizie inedite e curiose su Mestre e il territorio di riferimento».

Una rivista, quindi, nella città, per la città… e non solo. L’iniziativa, infine, di affidare agli studenti di grafica pubblicitaria del Liceo Artistico “Guggenheim” la realizzazione dell’immagine delle locandine di quest’anno ha creato un felice connubio tra l’energia giovanile e le conoscenze di una istituzione ricca di decenni di esperienza come l’Upm. Informazioni e aggiornamenti su corsi e attività sono presenti nel sito web e nella pagina Facebook dell’Università, come presso la sede in Corso del Popolo 61.

Antonella Ruggieri

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Parcheggio delle auto a Mestre, da giovedì 27 anche gli abbonati dovranno usare la app

Mer, 26/12/2018 - 18:50

Da giovedì 27 dicembre prende avvio anche per i titolari di abbonamento il nuovo sistema per la gestione della sosta su stalli strisce blu del centro di Mestre nelle zone rossa, arancio e verde denominato Venezia Smart Parking.

Nelle scorse settimane AVM ha inviato a casa della clientela interessata una lettera contenente alcune informazioni utili sull’innovazione del sistema di sosta e sulle istruzioni da seguire per utilizzare correttamente il proprio tagliando.

Ad ogni Abbonato della zona rossa, arancio e verde è stato attribuito un codice Abbonato, ovvero un codice numerico univoco a cinque cifre che il cliente dovrà memorizzare ed utilizzare per registrare la propria sosta.

In via sperimentale fino a marzo 2019, sarà utilizzabile a tale scopo solo AVM Venezia Official App (la cui versione con tale nuova funzionalità è già scaricabile gratuitamente da Apple Store o da Google Play – per un corretto funzionamento è necessario aggiornare l’applicazione alla versione n. 5.14.54 o successive), associando il codice Abbonato alla targa della propria autovettura e inserendo – all’inizio di ogni sosta – il numero di stallo occupato.

Al fine di incentivarne l’abitudine all’utilizzo, in tale periodo sperimentale (fino a marzo 2019), AVM riconoscerà agli Abbonati che registreranno la sosta tramite applicazione un credito di € 0,10 per ogni giorno di attivazione (festivi esclusi). L’importo verrà accreditato nel borsellino elettronico di AVM Venezia Official App per il pagamento della sosta o l’acquisto di titoli di viaggio del trasporto pubblico AVM/Actv.

A partire da marzo 2019, sarà possibile utilizzare anche i parcometri, inserendo all’inizio di ogni sosta il codice abbonato e il numero dello stallo occupato.

Dal 27 dicembre 2018 e fino a marzo 2019, in via transitoria, sarà comunque possibile continuare ad esporre il tagliando di abbonamento sul cruscotto della propria autovettura senza necessariamente dover registrare la sosta. Successivamente, l’Abbonato che non segnali a sistema l’occupazione dello stallo incorrerà nelle sanzioni amministrative di legge.

Dall’avvio del nuovo sistema Venezia Smart Parking (ottobre 2018) si è registrato un incremento del +8% sugli incassi da strisce blu del centro di Mestre, mentre sono più che raddoppiate le transazioni tramite AVM Venezia Official App, a cui si rivolge in media un cliente occasionale su sei.

Sono già 300 mila i download di AVM Venezia Official App, attraverso cui è possibile acquistare abbonamenti e biglietti del servizio di trasporto pubblico, abbonamenti integrati con Trenitalia, rimanere aggiornati sulle ultime notizie riguardanti i servizi erogati da AVM/Actv, programmare il proprio itinerario di viaggio tramite Trip Planner e pagare la sosta su stalli strisce blu, diventando così strumento centrale per la mobilità a Venezia.

Il nuovo sistema di gestione della sosta su stalli strisce blu Venezia Smart Parking è stato finanziato da fondi PON Metro e realizzato da Venis S.p.A. per il Comune di Venezia in collaborazione con il Gruppo AVM per un investimento complessivo 600 mila € IVA esclusa, riguarda circa 2.300 stalli del centro di Mestre opportunamente dotati di sensore per la rilevazione della sosta e di numero identificativo univoco.

Maggiori informazioni sul nuovo sistema Venezia Smart Parking, comprese l’elenco completo delle vie interessate e le modalità di interazione con parcometri e AVM Venezia Official App sia per il pagamento sia per la prosecuzione della sosta, sono disponibili on line su www.avmspa.it al seguente link http://bit.ly/VeneziaSmartParking.

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Massimo Gorghetto (Mestre): nei panifici c’è lavoro, ma non si trovano giovani: «Orari sgraditi»

Mer, 26/12/2018 - 10:15

Giovani panificatori cercansi. L’appello arriva da Massimo Gorghetto, titolare dell’omonimo storico panificio di via Mestrina a Mestre, ma anche con tanti ruoli istituzionali: è presidente provinciale dell’associazione di categoria, presidente della Federpanificatori Veneto e vicepresidente vicario nazionale della Fippa, la Federazione Italiana dei Panificatori, Pasticceri e Affini.

Largo ai giovani. Uno dei principali problemi del comparto è lo scarso ricambio generazionale che può portare in alcuni casi, quando non si trova chi possa subentrare, anche alla chiusura totale di attività vitali per il territorio. «Ci sono i corsi – racconta – e le scuole di panificazione che magari mandano nelle aziende stagisti e ragazzi a imparare il mestiere. Ma in una classe formata da 30 allievi solo uno o due al massimo continueranno questo lavoro. Gli altri si perdono».

E non è tanto la fatica a spaventare, quanto gli orari. «Fare il pane – continua – non è più faticoso come una volta, ma è un lavoro che ha orari diversi, particolari: i ragazzi la sera escono, il venerdì e il sabato vanno in discoteca, non vengono a lavorare». C’è chi rifornisce altre rivendite e deve avere il pane fresco presto la mattina, quindi comincia a impastare alle due di notte e chi, invece, inizia alle quattro perché vende solo ai propri clienti. Levatacce, comunque, poco allettanti per i giovani d’oggi.

Pane che pane non è. Ma questa mancanza di forze fresche non è l’unico problema del settore che soffre anche la spietata concorrenza della grande distribuzione, criticità particolarmente sentita a Mestre, dove c’è una delle più alte concentrazioni di centri commerciali d’Italia. «Partiamo da un presupposto – spiega Gorghetto – oggi un’azienda che faccia esclusivamente pane non ha futuro. Muore subito. Il trend nazionale è in calo da tempo e Venezia non fa eccezione».

A influire, però, non è stata tanto la crisi perché il pane siamo abituati ad averlo sulla tavola tutti i giorni, «è che da un lato – continua – ci sono tanti prodotti alternativi, dall’altro i centri commerciali, purtroppo, propongono pane che pane non si può definire. Non si sa da dove arriva o chi lo faccia. Spesso è pane congelato che viene dorato alla fine». Gli artigiani sono consapevoli che le persone non partono da casa per andare in un grande supermercato a comprare il pane, ma si coglie l’occasione già che si è là per la spesa settimanale, e «considerata l’alta frequenza di persone in questi posti – sottolinea il panificatore – è tutto mercato sottratto a noi».

Sul pane fresco c’è già una legge regionale, una nazionale è ormai in dirittura d’arrivo. «Non facciamo una battaglia – dice – contro il pane congelato, che è sempre esistito. Ma vorremmo che ci fosse scritto chi lo fa e dove. Sapere, insomma, ad esempio, se è un precotto fatto qualche anno fa in Romania… Per ora non è così». Chiedono trasparenza, insomma, anche a beneficio dei consumatori.

Il costo è un problema? Prodotto spesso snobbato, il pane… Eppure chi lo fa si deve difendere da molti attacchi: si va dai presunti sprechi, molto più diffusi in realtà nella grande distribuzione dove gli scaffali possono essere pieni di pane anche a fine giornata, alle farine usate – fanno davvero male? – al prezzo che in tanti reputano troppo alto. Poi, però, si vanno a vedere i dati «e – sbotta Massimo Gorghetto – i numeri dicono che al Nord il consumo medio di pane è stimato in 80 grammi pro capite. Per una famiglia di 4 persone sono poco più di 3 etti di pane al giorno. Bene: se il pane costa in media 5 euro al chilo, una famiglia spende al giorno poco più di un euro e mezzo per il pane. Come prendere un caffè al bar. Allora: di cosa stiamo parlando?».

E quel profumo di pane che non si sente più quando si passa davanti ai fornai? «Anche questo – conclude – è un luogo comune: una volta i consumi erano dettati dalla fame, oggi si pensa solo alla ricarica del telefonino. Il profumo di pane non lo sentiamo più perché non abbiamo più fame, ma c’è. Il pane è e resta una cosa sacra».

Chiara Semenzato

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Basilica di San Marco: da gennaio le invasioni dell’acqua alta nel nartece si ridurranno del 90

Mer, 26/12/2018 - 06:21

Se l’idea non vi spaventa ma, anzi, vi attrae, chiamateli mini-mini-Mose. Sono le valvole che, da gennaio 2019, entreranno in funzione mettendo al sicuro il nartece della basilica di San Marco in caso di acque alte contenute. Un intervento che ridurrà le invasioni dell’acqua da circa 200 a una decina in media all’anno.
Qualche ritardo, per via delle acque alte di novembre, c’è stato. Ma l’opera adesso è compiuta e proteggerà dal 90% dei dilavamenti il porticato che dà accesso alla basilica.

All’asciutto fino a 90 centimetri. Detto in maniera molto elementare, si tratta di piccole paratoie. Verranno chiuse non appena la marea si alzerà oltre una certa quota, impedendo all’acqua di entrare nelle condotte che sbucano nel nartece. L’atrio della Cattedrale rimarrà quindi all’asciutto fino ai 90 centimetri di marea, oltre i quali non c’è difesa che tenga, salvo il “grande Mose”.

La questione nasce dall’incremento rilevante – in particolare nel Novecento e in questi primi anni del Duemila – delle acque alte. «L’insula di San Marco – spiega il Proto Mario Piana – è una sorta di catino, con bordi più alti e una parte depressa centrale. Nell’area di massima depressione c’è la basilica di San Marco. E il punto più basso è davanti al portale centrale della Basilica: è anche il punto più basso della città e si allaga a 65 centimetri».

Va detto che la relazione fra acqua e terra – rispetto a quando la basilica è stata costruita, più di novecento anni fa – è cambiata di una misura tra i 60 e i 100 centimetri. A favore dell’acqua, chiaro. Quindi ciò che rimaneva asciutto secoli fa, adesso va sotto quasi a ogni rialzo di marea. E peggio sarà nei prossimi decenni, per via dell’innalzamento del livello dei mari.

Il “gatolo” di San Marco. Il sistema funziona così. Piazza San Marco ha dei condotti sotterranei, i “gatoli”, che servono a smaltire l’acqua piovana. Quando piove, l’acqua viene giù dai tetti, si infila nei gatoli e viene portata in laguna, nel bacino di San Marco e nel rio che sta dietro le Procuratie Vecchie.

La rete dei gatoli è stata rifatta più volte e, attorno alla Basilica, l’ultimo rifacimento risale alla metà dell’Ottocento. «In particolare – precisa l’architetto e docente Iuav, cui è affidata la direzione tecnica nella conservazione degli edifici marciani – c’è un gatolo che serve la Basilica. Gira attorno ad essa, partendo dalla porta del palazzo patriarcale e arrivando fino alla porta della Carta. È un condotto in laterizio, misura all’incirca 50 centimetri per 60 ed è coperto da lastre di pietra».

Quando l’acqua entrava nel nartece e non ne usciva più. È collegato con il nartece da alcune condutture sotterranee, che sboccano in 19 forine, cioè punti di fuoriuscita dell’acqua. Li aveva fatti realizzare, negli anni ’60, il Proto Ferdinando Forlati. Fino ad allora, infatti, l’acqua superava la porta di Sant’Alipio, cioè il primo portale a sinistra che fra le tre porte della Basilica è quella più bassa. «L’acqua entrava e non usciva più: ci impiegava giorni a scolare passando per gli interstizi. E bisognava svuotare, a mano e con le pompe, il nartece allagato. Da quando, invece, Forlati ha creato tre canali di collegamento con il gatolo principale, l’acqua nel nartece entra velocemente ed esce altrettanto velocemente.

Ma i duecento allagamenti all’anno sono diventati insostenibili, sia per la fruibilità dello spazio sia per la tutela del monumento.

Vent’anni fa il progetto da sette milioni. Già una ventina d’anni fa era stato redatto un progetto per difendere Basilica e nartece. Era uno stralcio del progetto Insula, quello che ha prodotto un rialzo perimetrale dell’insula marciana. Un rialzo portato a termine poi solo parzialmente, verso il Molo, che adesso è a 110 centimetri.

L’ipotesi prevedeva di abbandonare la rete sotterranea attuale di raccolta delle acque in tutta piazza San Marco, di realizzarne una nuova, di intercettare grazie ad essa le acque piovane e di scarico, e portarle tutte in una grande vasca sotterranea da costruire ai Giardinetti reali; da lì, grazie a pompe, sarebbe poi confluito tutto in laguna.

Per la Basilica, era previsto di togliere tutta la pavimentazione musiva del nartece e di fare una vasca di impermeabilizzazione. Per un costo di circa sette milioni di euro.
Un’impresa costosa e anche piuttosto “muscolare”: «Perciò – riprende Mario Piana – ho ritenuto di avanzare un’ipotesi più leggera. L’idea è stata di chiudere con delle valvole gli sbocchi che il gatolo perimetrale ha con i canali che entrano nel nartece, così da impedire che l’acqua risalga. Questo dopo aver sistemato i gatoli in muratura ormai fratturati, per cui l’acqua entrava per filtrazione».

L’acqua invade, non s’infiltra. Un’ipotesi progettuale che reggeva solo se fosse stato dimostrato che la marea allaga per invasione e non per infiltrazione. Cosa, questa, che è stata dimostrata grazie ad una serie di sperimentazioni e misurazioni.
Nasce così l’opera poco impattante e relativamente poco costosa – un milione di euro (contro i sette del progetto di fine ‘900) – appena realizzata.

«La difesa – prosegue il Proto di San Marco – l’avevamo calcolata fino a 85 centimetri, perché a quota 85 c’è il punto più basso del dosso che si trova fra la Basilica e i Pili. Sopra quella quota l’acqua entrava comunque. In realtà, abbiamo aggiunto la proposta di raddrizzare una depressione del dosso, portando la pavimentazione a 90 centimetri. Proposta che è stata accolta e realizzata. Quindi adesso, fino a 89 centimetri, l’acqua non entra. Dai 90 in poi l’acqua entra dal resto della piazza».

Il “palloncino” che fa chiudere la paratoia. Per quanto riguarda invece le valvole che bloccano il collegamento con il nartece, funzioneranno così. Presumibilmente ai 60 centimetri di marea (la misura precisa è ancora da decidere), un sensore darà il comando ad un “palloncino” di gonfiarsi di olio, facendo chiudere la paratoia. Viceversa, al calo dell’acqua, il “palloncino” si sgonfierà e la paratoia si abbasserà.
In questo modo, grazie alle valvole opportunamente aperte e chiuse, si passerà da quasi duecento invasioni all’anno ad un numero oscillante fra 7 e 15. Cioè una volta su venti rispetto a ieri. Non male, per un mini-mini-Mose…

Giorgio Malavasi

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Pellicani: nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore lavora solo un detenuto su cinque. In duecento non fanno niente

Mar, 25/12/2018 - 21:27

Solo in pochi riescono ad essere occupati durante la giornata. Poche unità nelle attività di laboratorio e una cinquantina nei lavori legati ai servizi carcerari. Tutti gli altri non fanno nulla.

In questa “fotografia” sta buona parte del problema delle persone detenute nel carcere di Santa maria Maggiore.

La “fotografia” è fatta da Nicola Pellicani, deputato veneziano in forza al Pd, che la mattina di Natale ha visitato la casa circondariale veneziana. «Ho trovato – dice Pellicani – una struttura dignitosa, curata, ma decisamente obsoleta che, a quasi cento anni dalla sua attivazione – avvenuta nel 1926 – è complessivamente inadeguata ad accogliere un carcere».

La carenza di occasioni di lavoro all’interno del carcere, propone Pellicani, si affronta ampliando «i progetti di collaborazione anzitutto con il Comune, con il mondo del volontariato e cooperativo che. Non dimentichiamo la funzione rieducativa della pena, previsto dalla Costituzione (art 27). Ma i dati purtroppo dimostrano come le percentuali di recidiva in Italia siano ancora molto elevate, attorno al 70 per cento. Bisogna fare di più».

Poi c’è la questione del sovraffollamento, cronica a Santa Maria Maggiore. Attualmente sono ospitati 249 detenuti a fronte di 161 posti: 96 sono italiani, mentre i 153 stranieri sono di varie nazionalità, tra cui 34 tunisini, 25 rumeni, 25 albanesi, 16 marocchini.

«La direzione e il personale tutto – prosegue il deputato – fanno miracoli per cercare di far funzionare al meglio il carcere, ma i limiti appaiono evidenti, anzitutto nella struttura. Perciò presenterò un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia per sapere cosa intende fare del Piano Carceri, fermo da troppo tempo, e per chiedere maggiori risorse da destinare al lavoro per i detenuti».

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Titta Bianchini: il veneziano che conosceva tutti, il giornalista che ha raccontato la Chiesa

Mar, 25/12/2018 - 19:14

Saranno celebrati venerdì 27 dicembre, alle ore 11, nella chiesa parrocchiale di San Simon a Venezia, i funerali di Giovanni Battista “Titta” Bianchini, scomparso dopo breve malattia all’età di 85 anni.

Per più da sessant’anni, dal 1956, la firma di Titta Bianchini – prima sul settimanale diocesano “La Voce di San Marco” e sul quotidiano cattolico “L’Avvenire d’Italia”, poi su “Gente Veneta” – della quale è stato tra i fondatori – e infine sul “Gazzettino” ha raccontato le vicende della città e della sua Chiesa, con una grande attenzione alle persone, com’era nello stile dell’uomo oltre che del giornalista.

Nato a Venezia nel 1933, quarto di dieci fratelli di una famiglia impegnata nel mondo cattolico – il padre, l’avvocato Angelo, fu tra l’altro presidente diocesano della San Vincenzo de Paoli – allievo dei Cavanis, Titta fu presto impegnato sia nell’attività ecclesiale sia in quella politica. Partecipò giovanissimo alla campagna elettorale del 1948, e per l’Anno Santo 1950 lavorò nell’Ufficio di accoglienza dei pellegrinaggi extradiocesani a Venezia, diretto da Pio Pietragnoli. E fu Pietragnoli, quando Titta ritornò dal servizio militare in Aeronautica nel 1956, a chiamarlo a collaborare con la “Voce”, della quale era direttore, e con l’ “Avvenire” del quale reggeva l’ufficio di corrispondenza (il quotidiano aveva allora una pagina veneziana).

Titta si impegnò a tempo pieno, con grande generosità. Quotidiana, assidua, fu la sua presenza nel piccolo ufficio al pianoterra del cortile del palazzo patriarcale, contiguo alla basilica di San Marco, agli uffici della Curia, alle residenze del patriarca e dei canonici, alla Libreria Pio X dello Studium, all’Ateneo San Basso, alla Libreria delle suore Paoline di calle Larga San Marco, e quindi su una strada di passaggio, anche quotidiano, per molti, sacerdoti e laici.

Ciò consentì a Titta la conoscenza e la frequentazione di molte persone, anche importanti nella vita della Chiesa – ma le sue cronache furono sempre rispettose di un tono ufficiale, senza concessioni a retroscena o pettegolezzi che pur non gli furono ignoti. E nello stesso tempo divenne il punto di riferimento per i cronisti veneziani in cerca di notizie di cronaca religiosa, mentre nelle fila dell’Unione cattolica stampa italiana approfondiva i legami con i giornalisti impegnati come lui nei settimanali diocesani.

Succeduto a Pietragnoli nella corrispondenza di “Avvenire” nel 1966, Titta fu la colonna portante del lavoro quotidiano per la “Voce” – in ufficio e in tipografia – con i vari direttori, da don Rino Vianello a don Carlo Corao a Francesco Dorigo, fino a diventare l’ultimo direttore del settimanale, nel 1975. Fu naturale, in quell’anno, per don Mario Senigaglia, chiedere a Titta la collaborazione per la nascita di “Gente Veneta”, cui Titta rispose con la consueta generosità.

Nel frattempo, l’attività nella sezione di Santa Croce della Democrazia cristiana e i rapporti intessuti con moltissime persone – camminare con Titta per le calli di Venezia voleva dire interrompere a ogni passo la conversazione per permettergli di rispondere ai saluti – propiziarono la sua candidatura in Consiglio comunale: fu eletto per la prima volta nel 1975 (risultò settimo su diciotto consiglieri, con una campagna elettorale tutta giocata su rapporti personali, svincolata dalle correnti, precedendo personalità ben più illustri, segno della vastità delle sue conoscenze e della stima e simpatia di cui godeva in città). A Ca’ Farsetti fu rieletto nel 1980, nel 1985, nel 1990 e vi rimase fino alla crisi del Comune del 1993. In quell’anno si candidò al Consiglio di Quartiere 1 (San Marco, Castello, Cannaregio, Sant’Elena) e fu eletto con rilevante successo personale, pur in un partito piccolo come il Centro cristiano democratico; fu rieletto nel 1997 e nel 2000 fino al 2005.

Nel frattempo, aveva continuato la attività giornalistica (era stato anche addetto stampa dell’Azienda autonoma Soggiorno e turismo di Venezia dal 1968 al 1982 e collaboratore dell’Ufficio Stampa della Biennale di Venezia per la Mostra del cinema dal 1990 al 2000). Eletto consigliere dell’Ordine regionale dei giornalisti del Veneto per il triennio 1974-1977, e rieletto per il triennio 1977-1980, in ambedue i mandati ha ricoperto la carica di vice presidente. Alle pagine veneziane del “Gazzettino” ha collaborato fino agli ultimi giorni con notizie magari brevi ma sempre attente alla vita delle persone e alle attività di volontariato e di solidarietà: sia pure per rapida citazione, era direttore responsabile del periodico degli Amici di Colonia Venezia di padre Giorgio Callegari, e presidente della sezione veneziana del Centro d’arte San Vidal della Unione cattolica artisti italiana. Nel 1997 ha fondato – e ha condotto per ventun anni – il Premio Miramare, legato all’omonimo stabilimento balneare del Lido: la scorsa estate il Premio fu assegnato a lui, in segno di riconoscenza.

Può essere soltanto una curiosità, ma va ricordato che era un grande esperto di sport, soprattutto di calcio, che aveva praticato a livello amatoriale (così come aveva praticato il teatro): per questa sua competenza era stato consigliere della Associazione Calcio Venezia, e commissario nella stagione 1976-77. Ed era stato a lungo presidente della Cooperativa “Ducale” di gondolieri. Altro, della sua vita lunga e intensa, può sfuggire al ricordo, nel momento triste del commiato.

Il ritratto professionale non può escludere un ricordo per il cristiano. Titta era uomo di fede semplice e convinta, estranea agli studi teologici e biblici, ma vissuta con grande rigore personale e grande devozione – quotidiana la partecipazione alla messa, dove volentieri svolgeva il ruolo di ministrante, così come la recita dell’intero Rosario e la “visitina” al Santissimo – e con totale fedeltà alla Chiesa. Se “pace e bene” era il suo consueto saluto anche telefonico, in più di una occasione si presentò come “Titta Bianchini di Santa Romana Chiesa”.

Leopoldo Pietragnoli

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Villa Salus, accelera l’acquisto del San Camillo: la continuità garantita da un fondo d’investimento

Mar, 25/12/2018 - 15:08

Un’operazione che, per la prima volta in Italia, è resa possibile dalla finanza. La compravendita dell’Istituto San Camillo del Lido fa un passo avanti grazie ad un fondo di investimento.

L’obiettivo, infatti, è di mantenere la continuità nella gestione con orientamento cristiano della struttura sanitaria degli Alberoni. La probabilità più alta, infatti, nel momento in cui l’ospedale dei Camilliani veniva reso disponibile alla vendita, era quello di essere acquisito da aziende senza connotazione cristiana.

Per raggiungere il risultato si è adoperato in questi mesi mons. Luigi Mistò, presidente della Pontificia Commissione per gli ospedali religiosi. Sostenuto anche dalla diocesi di Venezia, lo sforzo ha fatto un ulteriore passo avanti: le suore Mantellate Serve di Maria e i padri Camilliani hanno rinnovato in questi giorni l’impegno a procedere con celerità nell’iter verso la compravendita.

Il tutto reso possibile dall’aver individuato un fondo di investimento, con orientamento sociale, che garantirà i soldi per l’operazione. Le suore Mantellate, in sostanza, verseranno una quota annua al fondo, ma gestiranno secondo il proprio carisma l’ospedale. Garantite l’occupazione e il carattere di ricerca del San Camillo.

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Il Patriarca Francesco all’omelia di Natale: “Prendere esempio da Maria di Nazareth, che coglie il mistero e sa leggere i segni di Dio nella quotidianità della vita”

Mar, 25/12/2018 - 11:15

Maria è “la personificazione stessa del Natale, l’esempio a cui guardare” per essere sicuri di vivere in modo autentico la festa del Natale, ossia andando “oltre le distorsioni che questa festa subisce sempre più e di cui gli acquisti frenetici e il consumismo sono solo un aspetto, come la punta dell’iceberg”; in caso contrario, si corre il serio rischio di vivere questa grande festa – che pure è “il cuore della fede cristiana” – anche “in radicale contrasto col Vangelo”. Lo ha affermato il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia nel corso del solenne Pontificale di Natale, presieduto la mattina di martedì 25 dicembre nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia.

“La festa del Natale – ha proseguito il Patriarca nell’omelia (testo integrale su www.patriarcatovenezia.it) – non può essere omologata ai criteri della società scristianizzata e sottostare ai riti del consumismo. Da decenni la festa, che è il cuore della fede cristiana, presenta forti segni di scristianizzazione così da perdere presso molti le radici e il significato originario. Ritrovare la strada che conduce al Natale, al Vangelo, ha un nome e un volto di donna: Maria di Nazareth, che è l’unica diretta collaboratrice del mistero dell’Incarnazione! Se guardiamo bene, le parole dell’angelo all’Annunciazione si inseriscono nella quotidianità della vita di Maria, una vita in cui si esprime una fede che sa cogliere il progetto di Dio. Così nel Natale non ci introduce il teologo, l’operatore di pastorale o l’esperto della comunicazione ma Lei, Maria, la fanciulla di Nazareth. E, dopo di lei, quanti l’hanno seguita nell’obbedienza della fede”.

Il Patriarca ha così invitato a prendere esempio “da Maria di Nazareth che, interpellata da Dio, sa cogliere il mistero. Maria percepisce quanto altri non sono in grado di percepire. Il segno ha, per la fede, un valore fondamentale che consente di accorgerci di Dio, di percepire qualcosa che rimanda ad un’altra realtà lasciando libero chi deve decifrare il segno. Dio ha posto nel mondo tanta luce – è un pensiero di Pascal – al punto che colui che vuol vedere riesce a vedere, insieme però a tanta oscurità al punto che chi non vuol vedere può continuare a non vedere. Maria, la fanciulla di Nazareth, si è mossa in questo chiaroscuro che caratterizza la fede e, in cui, ogni persona è libera di decidersi. La fede non prescinde dalla libertà; è atto che deve essere degno dell’uomo”.

“La fede – ha concluso – è umile, semplice e fiduciosa ma anche operosa, motivata e, quindi, capace di render ragione della propria speranza. Questa è la fede di Maria che rende possibile il Natale. Maria è la personificazione del Natale e ci testimonia come questa festa richieda di saper leggere, in modo libero e intelligente, i segni che Dio non fa mancare a nessuno nel cammino verso di Lui. Tutti siamo, così, chiamati al discernimento; tutti, di volta in volta, siamo pastori, magi, Erode, sommi sacerdoti e scribi chiamati a riconoscere i segni di Dio nella nostra vita. Domandiamo alla Vergine Madre che doni anche a noi il passo agile e fermo che l’ha sostenuta mentre si recava dalla cugina Elisabetta la quale, a sua volta, scorge in Lei il segno della presenza di Dio. Il Natale ci dice che chi accoglie i segni di Dio, diventa, a sua volta, segno di Dio per gli altri. Maria è il segno di Gesù che è la salvezza di Dio”.

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Titta Bianchini: il veneziano che conosceva tutti, il giornalista che ha raccontato la Chiesa

Mar, 25/12/2018 - 10:57

Saranno celebrati venerdì 27 dicembre, alle ore 11, nella chiesa parrocchiale di San Simon a Venezia, i funerali di Giovanni Battista “Titta” Bianchini, scomparso dopo breve malattia all’età di 85 anni.

Per più da sessant’anni, dal 1956, la firma di Titta Bianchini – prima sul settimanale diocesano “La Voce di San Marco” e sul quotidiano cattolico “L’Avvenire d’Italia”, poi su “Gente Veneta” – della quale è stato tra i fondatori – e infine sul “Gazzettino” ha raccontato le vicende della città e della sua Chiesa, con una grande attenzione alle persone, com’era nello stile dell’uomo oltre che del giornalista.

Nato a Venezia nel 1933, quarto di dieci fratelli di una famiglia impegnata nel mondo cattolico – il padre, l’avvocato Angelo, fu tra l’altro presidente diocesano della San Vincenzo de Paoli – allievo dei Cavanis, Titta fu presto impegnato sia nell’attività ecclesiale sia in quella politica. Partecipò giovanissimo alla campagna elettorale del 1948, e per l’Anno Santo 1950 lavorò nell’Ufficio di accoglienza dei pellegrinaggi extradiocesani a Venezia, diretto da Pio Pietragnoli. E fu Pietragnoli, quando Titta ritornò dal servizio militare in Aeronautica nel 1956, a chiamarlo a collaborare con la “Voce”, della quale era direttore, e con l’ “Avvenire” del quale reggeva l’ufficio di corrispondenza (il quotidiano aveva allora una pagina veneziana).

Titta si impegnò a tempo pieno, con grande generosità. Quotidiana, assidua, fu la sua presenza nel piccolo ufficio al pianoterra del cortile del palazzo patriarcale, contiguo alla basilica di San Marco, agli uffici della Curia, alle residenze del patriarca e dei canonici, alla Libreria Pio X dello Studium, all’Ateneo San Basso, alla Libreria delle suore Paoline di calle Larga San Marco, e quindi su una strada di passaggio, anche quotidiano, per molti, sacerdoti e laici.

Ciò consentì a Titta la conoscenza e la frequentazione di molte persone, anche importanti nella vita della Chiesa – ma le sue cronache furono sempre rispettose di un tono ufficiale, senza concessioni a retroscena o pettegolezzi che pur non gli furono ignoti. E nello stesso tempo divenne il punto di riferimento per i cronisti veneziani in cerca di notizie di cronaca religiosa, mentre nelle fila dell’Unione cattolica stampa italiana approfondiva i legami con i giornalisti impegnati come lui nei settimanali diocesani.

Succeduto a Pietragnoli nella corrispondenza di “Avvenire” nel 1966, Titta fu la colonna portante del lavoro quotidiano per la “Voce” – in ufficio e in tipografia – con i vari direttori, da don Rino Vianello a don Carlo Corao a Francesco Dorigo, fino a diventare l’ultimo direttore del settimanale, nel 1975. Fu naturale, in quell’anno, per don Mario Senigaglia, chiedere a Titta la collaborazione per la nascita di “Gente Veneta”, cui Titta rispose con la consueta generosità.

Nel frattempo, l’attività nella sezione di Santa Croce della Democrazia cristiana e i rapporti intessuti con moltissime persone – camminare con Titta per le calli di Venezia voleva dire interrompere a ogni passo la conversazione per permettergli di rispondere ai saluti – propiziarono la sua candidatura in Consiglio comunale: fu eletto per la prima volta nel 1975 (risultò settimo su diciotto consiglieri, con una campagna elettorale tutta giocata su rapporti personali, svincolata dalle correnti, precedendo personalità ben più illustri, segno della vastità delle sue conoscenze e della stima e simpatia di cui godeva in città). A Ca’ Farsetti fu rieletto nel 1980, nel 1985, nel 1990 e vi rimase fino alla crisi del Comune del 1993. In quell’anno si candidò al Consiglio di Quartiere 1 (San Marco, Castello, Cannaregio, Sant’Elena) e fu eletto con rilevante successo personale, pur in un partito piccolo come il Centro cristiano democratico; fu rieletto nel 1997 e nel 2000 fino al 2005.

Nel frattempo, aveva continuato la attività giornalistica (era stato anche addetto stampa dell’Azienda autonoma Soggiorno e turismo di Venezia dal 1968 al 1982 e collaboratore dell’Ufficio Stampa della Biennale di Venezia per la Mostra del cinema dal 1990 al 2000). Eletto consigliere dell’Ordine regionale dei giornalisti del Veneto per il triennio 1974-1977, e rieletto per il triennio 1977-1980, in ambedue i mandati ha ricoperto la carica di vice presidente. Alle pagine veneziane del “Gazzettino” ha collaborato fino agli ultimi giorni con notizie magari brevi ma sempre attente alla vita delle persone e alle attività di volontariato e di solidarietà: sia pure per rapida citazione, era direttore responsabile del periodico degli Amici di Colonia Venezia di padre Giorgio Callegari, e presidente della sezione veneziana del Centro d’arte San Vidal della Unione cattolica artisti italiana. Nel 1997 ha fondato – e ha condotto per ventun anni – il Premio Miramare, legato all’omonimo stabilimento balneare del Lido: la scorsa estate il Premio fu assegnato a lui, in segno di riconoscenza.

Può essere soltanto una curiosità, ma va ricordato che era un grande esperto di sport, soprattutto di calcio, che aveva praticato a livello amatoriale (così come aveva praticato il teatro): per questa sua competenza era stato consigliere della Associazione Calcio Venezia, e commissario nella stagione 1976-77. Ed era stato a lungo presidente della Cooperativa “Ducale” di gondolieri. Altro, della sua vita lunga e intensa, può sfuggire al ricordo, nel momento triste del commiato.

Il ritratto professionale non può escludere un ricordo per il cristiano. Titta era uomo di fede semplice e convinta, estranea agli studi teologici e biblici, ma vissuta con grande rigore personale e grande devozione – quotidiana la partecipazione alla messa, dove volentieri svolgeva il ruolo di ministrante, così come la recita dell’intero Rosario e la “visitina” al Santissimo – e con totale fedeltà alla Chiesa. Se “pace e bene” era il suo consueto saluto anche telefonico, in più di una occasione si presentò come “Titta Bianchini di Santa Romana Chiesa”.

Leopoldo Pietragnoli

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Avis, per Natale una storia di donazione. Giovanni: «Porto mia figlia perché veda e apprezzi»

Lun, 24/12/2018 - 17:44

Qualcuno ha cominciato a donare perché si è reso conto dell’importanza delle trasfusioni dopo un grosso incidente stradale, qualcuno lo ha capito per la malattia di un parente, qualcun altro semplicemente perché… lo fa da sempre. Hanno 18 anni o 60, donano da 20 anni o hanno appena iniziato, i 28.201 donatori Avis della provincia di Venezia, come tutte le categorie del mondo, sono persone diverse, con storie personali e sogni e in queste vacanze natalizie hanno deciso di raccontarsi.

Prendiamone una. In una delle sue ultime donazioni Giovanni Gastaldi, mestrino, 41 anni (già a quota 100 donazioni) si è presentato con a mano la sua bimba di 7 anni. «Volevo che capisse fin da piccola il valore di questa cosa – spiega lui – abbiamo fatto una “gita” insieme prendendo la bicicletta da Preganziol dove abitiamo ora, salendo in treno e arrivando in ospedale. Volevo che la vivesse come una cosa bella e che magari le desse ispirazione per quando sarà grande». Come è accaduto a lui con sua sorella.

«Ho iniziato presto a donare perché ho emulato mia sorella che a 18 anni si è presa l’impegno – racconta – io sono più giovane di 3 anni e mi sono detto: “Se lo fa lei lo posso fare anche io. Coi 18 anni cosa puoi fare? La patente, votare. Io ci ho aggiunto la donazione. Un bel modo per segnare un diciottesimo». Da quel momento non ha mai smesso. E in questi giorni ha raggiunto il traguardo delle 100 donazioni, rigorosamente documentate in una maglietta con tutte le date «100 volte in vena di donare, 1995-2018».

Avis, per «Ogni volta che andavo a donare ero il più giovane e quindi mi coccolavano molto – racconta lui – ho bei ricordi di quelle giornate. Lì anche se sei in coda nessuno se la prende. Tutti hanno un obiettivo più importante. Volevo trasmettere questo alla mia bimba quando l’ho portata e spero di esserci riuscito».

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Ventitré nuovi ministri straordinari dell’Eucarestia: chi sono

Lun, 24/12/2018 - 15:55

Saranno 23 i nuovi ministri straordinari della comunione che, dopo aver svolto un apposito tempo e percorso di formazione, riceveranno dal Patriarca Francesco il mandato a svolgere tale servizio nel corso dei vespri solenni dell’Epifania in programma domenica 6 gennaio, alle ore 17.30, nella basilica cattedrale di S. Marco.

Ecco i loro nomi e le loro provenienze con l’indicazione delle comunità di riferimento: suor Oliva Bancale, suor Juliana Labaro, suor Jean Padonjinog e suor Marites Vilches (che operano nella parrocchia di S. Barbara di Mestre), Maurizio Cavalli (Sacro Cuore di Mestre), Maria Cesi e Giovanni Quagliati (S. Giuseppe di Castello), Franco De Faveri e Paola Schiavon (Ss. Liberale e Mauro di Jesolo Lido), Maria Rita Farsora e Marzia Strano (S. Giuseppe di Mestre), Giovanni Furlan Freguia, Michele Montino e Manfredo Zanetti (S. Giovanni Battista di Jesolo), Rita Mazzucco (S. Gerardo Sagredo di Venezia), Marilena Pistolato (S. Vigilio e Maria Immacolata di Zelarino), Maria Pia Riccio e Katia Scaggiante (Corpus Domini di Mestre), Sandra Romanelli e Milena Rossato (S. Pietro Orseolo di Mestre), Giuliana Rosada (S. Alvise di Venezia), Erika Senno (S. Giuseppe di Ca’ Fornera), Nadia Tagliapietra (S. Maria Concetta di Eraclea).

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Cinque volte “Capodanno di gratuità” in diocesi di Venezia

Lun, 24/12/2018 - 12:08

Nelle ultime ore dell’anno si svolgeranno, in cinque strutture del territorio diocesano, le iniziative denominate “Capodanno di gratuità” e coordinate dalla Caritas veneziana per trascorrere un tempo di serenità e in compagnia con le persone più in difficoltà, in stato di disagio o generalmente più sole.

Le realtà che ospiteranno vari momenti e attività di fraternità e animazione (in base, ovviamente, alle diverse persone ospitate e di volta in volta incontrate) sono: la Casa S. Pio X alla Giudecca, la Comunità Emmaus a Zelarino, le comunità del Buon Pastore per minori e giovani situate tra Venezia e Marghera, la casa di prima accoglienza per immigrati San Raffaele a Mira e la mensa-dormitorio Papa Francesco a Marghera.

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Natale, il messaggio del Patriarca: riscoprire il valore dei fatti semplici e sconcertanti del Natale

Lun, 24/12/2018 - 11:54

Carissimi, la gioia del Natale ci raggiunga attraverso il dono che questa festa offre a chi è disposto ad aprirsi al Bambino Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo “per noi e per la nostra salvezza”.

Questo è l’augurio che, di cuore, rivolgo a tutti e in particolare a quanti sono tribolati per motivi spirituali, familiari o di lavoro. Il Natale ci dice, nel modo più forte, che Dio è vicino a tutti!

Ogni anno il rischio è quello d’esser distratti e fuorviati da luci che abbagliano e snaturano il significato e il “segno” autentico della festa che, anche nei più lontani, ha la forza di accendere nostalgie per i valori del Vangelo: la misericordia, il perdono, la riconciliazione, il sentirsi fratelli.

Gesù Bambino – diciamolo, con forza, ai nostri piccoli – non è una favola e non va confuso con Babbo Natale!

Faccio mio e vi offro questo pensiero di Papa Francesco che, a Natale, avverto attualissimo: “Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza” (Papa Francesco, Messaggio per la II Giornata Mondiale dei Poveri, 18 novembre 2018).

Lasciamoci prendere per mano da Colei che Dio stesso ha scelto per realizzare il mistero che ha cambiato il mondo: Maria, una semplice ragazza di una sperduta, povera e sconosciuta cittadina della Galilea. È Lei che ci aiuta a cogliere l’evento più grande della storia iniziato a Nazareth e compiutosi a Betlemme dove, nel suo grembo verginale, Dio si è fatto uomo!

Maria, infatti, ha saputo leggere i segni che Dio le manifestava e che altri non erano in grado di scorgere. E soprattutto vi ha corrisposto con semplicità e con il dono di sé.

Bisogna riscoprire il valore dei “segni” umili e semplici del Natale affinché ci raggiunga la “buona notizia”, il dono dell’amore, della verità, della riconciliazione, della pace.

La cronaca di questi giorni ci racconta di tante fatiche, difficoltà e timori, soprattutto di insicurezze e chiusure che non aiutano a guardare con fiducia al futuro. Le ultime indagini statistiche sulla società italiana parlano di un Paese smarrito, disilluso e definito, addirittura, “rancoroso” e “cattivo”. Ecco perché ci fa bene ritornare ai fatti semplici e “sconcertanti” del Natale; ecco perché è fondamentale saper leggere oggi i segni del Natale.

Guardiamo allora a Maria e, poi, ai pastori e ai Magi che hanno saputo ascoltare il lieto messaggio. E, soprattutto, si sono lasciati coinvolgere diventando, a loro volta, “segni” umili e concreti di Dio per altri.

La fede, la speranza e la carità unite intimamente alle opere di misericordia spirituali e corporali sono il Natale perché, se serve dare il pane, il vestito, la casa e come anche visitare i malati e i carcerati, serve anche consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, perdonare le offese, pregare e annunciare la verità bella di Gesù nato per tutti gli uomini, nessuno escluso!

Vivere e celebrare con fede il Natale di Gesù fa continuare, in noi, la storia di salvezza iniziata duemila anni fa a Nazareth e a Betlemme e che, anche oggi, deve illuminare e trasformare la vita delle persone e delle comunità: dalla famiglia all’economia, dalla cultura alla politica, dalle vicende locali alle grandi questioni nazionali e internazionali che ci coinvolgono e, spesso, affliggono.

La nostra vicinanza e il nostro affetto sono per tutti, nessuno escluso, ma in particolare per coloro che vivono questi giorni di festa in situazione di disagio o incertezza per il futuro e sono ai margini o “scartati”. Si accenda per tutti una luce di speranza e fioriscano nuove relazioni più calde, solidali e fraterne.

Nel Bambino Gesù – che nasce per noi – ci raggiunge, di nuovo, l’amore e la misericordia di Dio che non lascia mai soli e, anzi, dona la gioia e la pace che sempre invochiamo e attendiamo.

Riprendo ancora da Papa Francesco (v. Messaggio per la II Giornata Mondiale dei Poveri) un ulteriore motivo di augurio che rivolgo a tutti: liberiamoci da una cultura che ci ha intrappolati e obbligati a guardarci allo specchio e ad accudire oltremisura noi stessi.

Tutti benedico con affetto. Buon Natale!

Francesco, patriarca

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Natale, il messaggio del Patriarca: riscoprire il valore dei fatti semplici e sconcertanti del Natale

Dom, 23/12/2018 - 17:30

Carissimi, la gioia del Natale ci raggiunga attraverso il dono che questa festa offre a chi è disposto ad aprirsi al Bambino Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo “per noi e per la nostra salvezza”.

Questo è l’augurio che, di cuore, rivolgo a tutti e in particolare a quanti sono tribolati per motivi spirituali, familiari o di lavoro. Il Natale ci dice, nel modo più forte, che Dio è vicino a tutti!

Ogni anno il rischio è quello d’esser distratti e fuorviati da luci che abbagliano e snaturano il significato e il “segno” autentico della festa che, anche nei più lontani, ha la forza di accendere nostalgie per i valori del Vangelo: la misericordia, il perdono, la riconciliazione, il sentirsi fratelli.

Gesù Bambino – diciamolo, con forza, ai nostri piccoli – non è una favola e non va confuso con Babbo Natale!

Faccio mio e vi offro questo pensiero di Papa Francesco che, a Natale, avverto attualissimo: “Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza” (Papa Francesco, Messaggio per la II Giornata Mondiale dei Poveri, 18 novembre 2018).

Lasciamoci prendere per mano da Colei che Dio stesso ha scelto per realizzare il mistero che ha cambiato il mondo: Maria, una semplice ragazza di una sperduta, povera e sconosciuta cittadina della Galilea. È Lei che ci aiuta a cogliere l’evento più grande della storia iniziato a Nazareth e compiutosi a Betlemme dove, nel suo grembo verginale, Dio si è fatto uomo!

Maria, infatti, ha saputo leggere i segni che Dio le manifestava e che altri non erano in grado di scorgere. E soprattutto vi ha corrisposto con semplicità e con il dono di sé.

Bisogna riscoprire il valore dei “segni” umili e semplici del Natale affinché ci raggiunga la “buona notizia”, il dono dell’amore, della verità, della riconciliazione, della pace.

La cronaca di questi giorni ci racconta di tante fatiche, difficoltà e timori, soprattutto di insicurezze e chiusure che non aiutano a guardare con fiducia al futuro. Le ultime indagini statistiche sulla società italiana parlano di un Paese smarrito, disilluso e definito, addirittura, “rancoroso” e “cattivo”. Ecco perché ci fa bene ritornare ai fatti semplici e “sconcertanti” del Natale; ecco perché è fondamentale saper leggere oggi i segni del Natale.

Guardiamo allora a Maria e, poi, ai pastori e ai Magi che hanno saputo ascoltare il lieto messaggio. E, soprattutto, si sono lasciati coinvolgere diventando, a loro volta, “segni” umili e concreti di Dio per altri.

La fede, la speranza e la carità unite intimamente alle opere di misericordia spirituali e corporali sono il Natale perché, se serve dare il pane, il vestito, la casa e come anche visitare i malati e i carcerati, serve anche consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, perdonare le offese, pregare e annunciare la verità bella di Gesù nato per tutti gli uomini, nessuno escluso!

Vivere e celebrare con fede il Natale di Gesù fa continuare, in noi, la storia di salvezza iniziata duemila anni fa a Nazareth e a Betlemme e che, anche oggi, deve illuminare e trasformare la vita delle persone e delle comunità: dalla famiglia all’economia, dalla cultura alla politica, dalle vicende locali alle grandi questioni nazionali e internazionali che ci coinvolgono e, spesso, affliggono.

La nostra vicinanza e il nostro affetto sono per tutti, nessuno escluso, ma in particolare per coloro che vivono questi giorni di festa in situazione di disagio o incertezza per il futuro e sono ai margini o “scartati”. Si accenda per tutti una luce di speranza e fioriscano nuove relazioni più calde, solidali e fraterne.

Nel Bambino Gesù – che nasce per noi – ci raggiunge, di nuovo, l’amore e la misericordia di Dio che non lascia mai soli e, anzi, dona la gioia e la pace che sempre invochiamo e attendiamo.

Riprendo ancora da Papa Francesco (v. Messaggio per la II Giornata Mondiale dei Poveri) un ulteriore motivo di augurio che rivolgo a tutti: liberiamoci da una cultura che ci ha intrappolati e obbligati a guardarci allo specchio e ad accudire oltremisura noi stessi.

Tutti benedico con affetto. Buon Natale!

Francesco, patriarca

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Ventitré nuovi ministri straordinari dell’Eucarestia: chi sono

Dom, 23/12/2018 - 15:03

Saranno 23 i nuovi ministri straordinari della comunione che, dopo aver svolto un apposito tempo e percorso di formazione, riceveranno dal Patriarca Francesco il mandato a svolgere tale servizio nel corso dei vespri solenni dell’Epifania in programma domenica 6 gennaio, alle ore 17.30, nella basilica cattedrale di S. Marco.

Ecco i loro nomi e le loro provenienze con l’indicazione delle comunità di riferimento: suor Oliva Bancale, suor Juliana Labaro, suor Jean Padonjinog e suor Marites Vilches (che operano nella parrocchia di S. Barbara di Mestre), Maurizio Cavalli (Sacro Cuore di Mestre), Maria Cesi e Giovanni Quagliati (S. Giuseppe di Castello), Franco De Faveri e Paola Schiavon (Ss. Liberale e Mauro di Jesolo Lido), Maria Rita Farsora e Marzia Strano (S. Giuseppe di Mestre), Giovanni Furlan Freguia, Michele Montino e Manfredo Zanetti (S. Giovanni Battista di Jesolo), Rita Mazzucco (S. Gerardo Sagredo di Venezia), Marilena Pistolato (S. Vigilio e Maria Immacolata di Zelarino), Maria Pia Riccio e Katia Scaggiante (Corpus Domini di Mestre), Sandra Romanelli e Milena Rossato (S. Pietro Orseolo di Mestre), Giuliana Rosada (S. Alvise di Venezia), Erika Senno (S. Giuseppe di Ca’ Fornera), Nadia Tagliapietra (S. Maria Concetta di Eraclea).

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