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Il 30 settembre, una giornata al cuore del Vangelo e della fede: appuntamento all’Istituto salesiano a Mestre

Mar, 07/08/2018 - 06:54

Una giornata comune di formazione e di confronto per l’intera diocesi, aperta e rivolta a tutti coloro che svolgono un servizio ecclesiale ed hanno compiti educativi e pastorali: si terrà domenica 30 settembre 2018, presso l’Istituto salesiano S. Marco di Mestre (Gazzera), alla presenza del Patriarca Francesco e all’insegna del titolo-motto “L’amore di Cristo ci spinge”, tratto dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi.

Sarà soprattutto l’occasione per riscoprire, insieme e secondo le peculiarità dei differenti ambiti di vita, come il kerigma cristiano – ovvero il cuore del Vangelo e della fede – sia davvero «il fondamento di tutto il nostro essere ed agire ecclesiale nella dimensione personale e comunitaria».

Sono perciò caldamente invitati tutti gli operatori pastorali variamente impegnati nel Patriarcato, nelle parrocchie e nelle collaborazioni pastorali: evangelizzatori, catechisti, educatori, animatori dei gruppi di ascolto, insegnanti di religione, quanti collaborano con i diversi Uffici pastorali diocesani e chi opera nei vasti campi della carità e della liturgia, della scuola e del lavoro, dei giovani e dell’ambito vocazionale, della famiglia e dell’iniziazione cristiana, della cultura e dell’arte, della politica, dei cenacoli e delle collaborazioni.

Il programma di domenica 30 settembre prevede a partire dalle ore 8.45 l’accoglienza all’Istituto San Marco e l’iscrizione di ogni partecipante in segreteria; alle 9.30 seguirà la preghiera delle lodi mattutine e la presentazione della giornata; alle 10.00 il Patriarca Francesco terrà il suo intervento sul tema generale e quindi, dopo una breve pausa, dalle 11.00 in poi (per un paio d’ore circa) il lavoro proseguirà per gruppi con una suddivisione in 10 “tavoli pastorali” a cui ciascun partecipante si iscriverà al momento dell’accoglienza.

Lo scopo affidato a questi tavoli sarà quello di riflettere e confrontarsi sulla relazione del Patriarca – secondo una traccia / “griglia” comune a ciascun gruppo e che, richiamando tra l’altro alcuni punti dell’esortazione apostolica di Papa Francesco “Evangelii gaudium”, suggerirà tre distinti passaggi nella discussione – “rileggendola” analizzando le varie implicazioni e le specifiche esigenze del proprio ambito d’impegno ed azione. Alle 13.00 è fissata la pausa per il pranzo (al sacco) mentre alle 14.30 i lavori riprenderanno con il ritrovo di tutti i partecipanti in assemblea: l’intento qui sarà quello di “restituire” e condividere, in sintesi, il lavoro espresso dai 10 tavoli esplicitando però soltanto alcuni aspetti: ad esempio un nodo particolare da affrontare e da sciogliere, una proposta da rilanciare a tutti (o solo a qualche ambito pastorale), un’eventuale domanda di chiarimento o approfondimento da sottoporre al Patriarca.

Come culmine dell’incontro alle ore 16.30 sarà poi celebrata la S. Messa domenicale, presieduta dal Patriarca Francesco insieme ai sacerdoti che potranno giungere nel frattempo alla Gazzera; durante l’Eucaristia sarà conferito il Mandato agli evangelizzatori, ai catechisti, agli educatori, agli animatori dei gruppi d’ascolto, agli insegnanti di religione e a tutti gli operatori pastorali presenti. La conclusione della giornata formativa comune è, infine, prevista per le ore 18.

Alessandro Polet

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Confessione, corresponsabili, pie donne: il bello di Gambarare per don Jürgen

Lun, 06/08/2018 - 06:53

La confessione. Cioè il fatto che ancora tanti si accostino a questo sacramento. È questo che ha colpito, in modo particolare, don Jürgen Jamin nei suoi due anni di permanenza nella parrocchia di Gambarare.

Don Jürgen, 55 anni, tedesco, negli ultimi anni docente di Storia del Diritto nella facoltà di Diritto canonico San Pio X a Venezia, ha da pochi giorni lasciato la laguna e la parrocchia di Gambarare per svolgere un servizio pastorale in Islanda, dove don Jamin ha già vissuto e operato dieci anni.

Perché la confessione a Gambarare l’ha colpita così tanto?
Perché è ancora molto frequentata. In Germania è più o meno già morta: si confessa praticamente solo in qualche santuario, pochissimo nelle chiese parrocchiali. Qua a Gambarare e anche a Jesolo, dove sono stato quattro anni, il sabato pomeriggio il prete è sempre in confessionale. Non c’è la coda, ma viene sempre gente. Questo è straordinario. E non è l’unica cosa singolare…

Ovvero?
Il Sabato santo, dalle 8 alle 18, confesso ininterrottamente e quando lo racconto a casa, in Germania, non mi credono. Dicono che è una cosa del passato.

E invece?
Invece io credo che sia una cosa attuale, da conservare. In Germania la confessione si è spenta anche per gli sbagli di tanti preti: hanno abolito la confessione individuale, sostituendola con la penitenziale comunitaria. Qui in Italia ho riscoperto il valore della confessione.

Qual è?
Distinguiamo: alcuni si confessano, ma purtroppo non hanno nulla da dire, perché non hanno mai ricevuto una formazione adeguata. Non spetta però a noi giudicare: accogliamo tutti. Ma ci sono tanti che fanno confessioni molto belle e intense. Qui in Italia c’è ancora un fondamento ampio e ricco di fede cristiana, che va mantenuto saldo il più possibile.

E in Islanda, a proposito di confessione?
In Islanda si confessano i fedeli provenienti da altri Paesi cattolici: lo fanno in particolare i polacchi, che ancora credono nel fatto che non ci si comunica se non ci si è prima confessati. Invece, i fedeli islandesi risentono della tradizione luterana e non praticano la riconciliazione, che non è viva nel loro modo di essere cattolici.

Tornando all’Italia e a Gambarare, il fondamento cristiano lo coglie anche nello stile di vita delle persone?
Io sono stato collaboratore in parrocchia solo nei fine settimana. Ma ho sempre avuto sensazione che qui ci sia ancora un buon terreno e che tanti vogliono dare una mano alla parrocchia. Qui a Gambarare, per esempio, c’è un gruppo di volontari, il gruppo dei corresponsabili, estremamente attivo. Da noi in Germania, invece, i sacerdoti fanno fatica a trovare collaboratori volontari.

Quindi a Gambarare percepisce che ci sia ancora un modo bello e ricco di vivere secondo il Vangelo?
Sì. Un esempio: ogni mattina c’è la messa alle 8, ma alle 7 c’è già, davanti al Duomo, un gruppo di anziane signore – davvero pie donne – pronte per fare le pulizie in chiesa. Una cosa che la Germania non conosce. Il fatto è che queste pie donne sentono la chiesa come cosa loro.

Il difetto che vede nella sua esperienza di Chiesa nel Veneziano?
Riguarda la liturgia: talvolta ho la sensazione che si corra il rischio che diventi banale, per esempio nei canti. L’uso del canto gregoriano è più o meno estinto, e questo proprio in Italia! I canti con le chitarre vanno bene, intendiamoci, ma certi canti anni ’70 e ’80, un po’ pop, fan sì che si perda la tradizione e si percepisca il sacro in modo sfocato.

Un’altra esperienza positiva?
Qui a Gambarare ho sempre celebrato al sabato sera la Messa prefestiva, alla quale partecipano bambini e ragazzi che frequentano il catechismo nel pomeriggio. Un bel gruppetto. Al posto di un’omelia ho sempre fatto catechesi in dialogo con loro, per coinvolgerli di più. L’effetto positivo è stato che non solo i ragazzi sono attenti, ma anche gli adulti. Sono rimasto commosso dal modo con cui i bambini partecipano a questa liturgia. E penso che la creatività dei sacerdoti vada investita qui, non nell’aggiornare la liturgia con una frase qua o là; altrimenti la liturgia stessa diventa banale. Dobbiamo piuttosto educare anche i bambini alla sacralità: questo lo sforzo da fare.

Giorgio Malavasi

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Il Cammino di Santiago, per la prima volta, diventa un modo per espiare la pena. Un giovane lo sta testando

Dom, 05/08/2018 - 16:57

«Nonno e nipote» dicono in giro. Si descrivono così quando gli sguardi diventano insistenti. E forse, in fondo, in questi 85 giorni di cammino lo sono pure diventati, nonno e nipote. Non la si può dire una bugia, anzi: a chi tra i passanti è in grado di scorgere oltre, la loro storia la raccontano per intero: quella di un uomo maturo e di un ragazzo in attesa di giudizio, con gli zaini in spalla, un patto scritto in tasca, le sneakers ai piedi e 1500 chilometri all’orizzonte.

E li percorrono tutti quei chilometri. L’hanno fatto dal 3 aprile al 26 giugno. Siviglia, via de la Plata, via Sanabrese, Santiago, Finisterre, di nuovo Santiago, Leon e di ritorno per la via francese. Fregando chi li dice sconfitti prima ancora di potersi infilare le scarpe.
Le premesse, c’è da dire, non li danno vittoriosi: il protagonista, un ventiduenne padovano, commette reato quando di anni ne ha 15. A questo si aggiungano i conflitti familiari, la vita sregolata, il peso della discriminazione, anche razziale.

A questo italonordafricano definito «suscettibile, problematico, permaloso, ribelle» la vita presenta poi un bel conto, davanti al banco degli imputati. Conto che il giudice, però, trasforma in una “messa alla prova”, una formula alternativa al percorso giudiziario che, se accettata e superata dal minore, permette di cancellare il reato interrompendone il processo.

Non un’assoluzione, non uno sconto di pena, ma un procedimento annullato insieme al reato, derubricato dal giudice.

E con questo ragazzo, per la prima volta in Italia, il cammino di Santiago de Compostela è diventato il motore di questa “messa alla prova” (assieme a frequentazione del Sert, esperienza lavorativa e attività di volontariato). Un programma cucito su misura per il giovane, ormai maggiorenne, dall’ufficio di servizio sociale per i minorenni e poi accolto dal giudice del tribunale dei minori. «Il giudice attende e dà credito, l’importante è che il ragazzo aderisca. Poi attende le relazioni dei servizi coinvolti e il dialogo con il giovane, previsto, in questo caso, all’inizio del prossimo autunno» spiega Isabella Zuliani, che con la sua associazione mestrina “Lunghi cammini” organizza, in accordo con le istituzioni, questa seconda esperienza per ragazzi in difficoltà (quattro se si contano anche le due avventure più brevi da un mese ciascuna).

Certo è che i tempi della giustizia minorile lasciano che l’adolescente diventi maggiorenne, trascinandosi dietro sette anni di stallo: «Alla rabbia del ragazzo si è aggiunta anche questa attesa. Essere chiamato a giudizio da adulto per aver messo le mani nella marmellata da adolescente monta inevitabilmente un senso di ingiustizia».
Ma neanche questo ha impedito la buona riuscita del cammino, che per la prima volta diventa metro di misura per un tribunale minorile italiano. Una ricetta nostrana per il recupero dei ragazzi fragili, dopo quelle decennali organizzate in Belgio, Francia, Spagna e Germania, cucinata grazie anche a un misterioso benefattore veneto. È lui che investe i suoi quattrini per finanziare le prime quattro spedizioni italiane verso Santiago de Compostela.

Le regole sono semplici: prima della partenza ragazzo e accompagnatore firmano un patto scritto, che conservano in tasca per tutto il cammino. Nero su bianco sostanze, oggetti e comportamenti vietati: alcool, stupefacenti, cellulari, tecnologia, musica. Con un budget che non tocca i 40 euro giornalieri, da spendere per vitto e alloggio. E la promessa di entrambi di arrivare fino alla fine. In contatto continuo con loro anche un team di psicologi e assistenti sociali.

Non si sa se il ragazzo abbia calcolato le alzatacce all’alba, considerata l’abitudine di svegliarsi alle 13, «ma nonostante questo non si lamenta una sola volta della sveglia» racconta a cose fatte Isabella. «Qui mi rendo conto che camminare è un pensatoio» è la prima cosa che le ha detto lui al ritorno. «Ed è questa, a detta di tutti i ragazzi che la provano, la vera scoperta». Non la natura, non le città visitate, non la diversità incontrata, «ma lo scoprire che tutti quelli che camminano attorno a noi hanno dei problemi personali con i quali devono fare i conti. Sono gli incontri a colpirlo. E non ci mette poco il ragazzo, intelligente e pieno di talenti, a farne tesoro in poche settimane».

L’entusiasmo del ritorno ripaga tutti di ogni sforzo. Anche l’accompagnatore, Fabrizio, un sessantottenne mestrino che mette in pausa la sua vita per tre mesi, con la voglia di regalare a un ragazzo sconosciuto una seconda chance. «Questo signore supera se stesso: positivo, generoso, capace di mettersi in discussione» ne è convinta l’esperta, che lo seleziona assieme ai colleghi anche per la sua esperienza personale con il cammino e gli adolescenti problematici.

Un trascorso che non lo rende immune, nei quasi 90 giorni di camminata, dagli scontri con il ragazzo difficile. Un nonno acquisito che il neo nipote non esita a definire «spina nel fianco». «Quando l’accompagnatore accetta la sfida è consapevole di dover mettere in discussione se stesso, di rischiare del suo – ricorda Zuliani – perché un cammino così lungo mette alla prova non solo nella relazione con il ragazzo».

È qui che l”angelo custode” testa la propria pazienza, impara a non reagire immediatamente alle provocazioni, a incassare, a prendere tempo, «anche a capire quando tornare e quando saper aspettare il momento giusto. Una testimonianza magnifica, anche quando mette il giovane all’angolo e gli chiede conto di aver trasgredito le regole del patto. Una spina del fianco, sì, ma una spina buona».

Giulia Busetto

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Ulss 3 Serenissima: in tre anni curate 550 persone malate di epatite. Guarigioni al 95%

Dom, 05/08/2018 - 05:18

«Nel reparto di Malattie infettive, tra l’Angelo di Mestre e il Civile di Venezia, la somministrazione delle cure gratuite per l’epatite C procede e possiamo dire di essere a buon punto: abbiamo trattato tutti i casi più gravi, cioè allo stadio F4, in linea con il resto della regione. Sono stati circa 550 i pazienti curati nel nostro reparto per tutte le forme di epatite C con le nuove terapie da metà 2015 a oggi».

Lo afferma il dottor Sandro Panese, primario dell’équipe di Malattie Infettive dell’Ulss 3 Serenissima. «Quando parlo dei casi gravi trattati mi riferisco ovviamente a tutti quelli pregressi, dato che di nuovi continuano a emergerne. Per renderla con un’immagine, manca ancora la parte sommersa dell’iceberg, ovvero dobbiamo letteralmente ‘stanare’ le epatiti non ancora evidenziate, sia quelle gravi sia quelle in fase meno avanzate. Per farlo la Regione Veneto sta attuando un programma che punta alla eradicazione dell’epatite C dal territorio cercando di far emergere, appunto, la totalità dei casi, in stretta comunicazione con i medici di base, le strutture che si occupano di diagnostica, i centri e i servizi a contatto con la popolazione più a rischio, come penitenziari e SerD: in questo modo si amplia la rete di raccolta e diagnosi, per poi avviare velocemente i malati a terapia. È in atto un progetto ambizioso, in cui la Regione si sta impegnando in maniera estesa e profonda».

E anche i dati statistici confermano il successo delle nuove cure: «Il nostro reparto fa parte della rete veneta coordinata dal prof. Alfredo Alberti, professore ordinario del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università degli Studi di Padova, che raccoglie dati provenienti da tutta la regione: la percentuale di guarigioni si attesta al 95%. Non è stato ancora formalizzato un obiettivo temporale per l’eradicazione, ma puntiamo a raggiungere il risultato in due-tre anni, con un piano che abbiamo denominato ‘80-80-80’: riuscire a diagnosticare l’80% di tutte le epatiti C, avviarne rapidamente a terapia l’80% e ottenere in breve tempo l’80% delle guarigioni. Reiterando questo circuito intendiamo arrivare all’eradicazione del virus».

Una delle criticità della malattia è che agisce per anni silenziosamente, ma in modo inesorabile, se non riconosciuta: «Spesso l’infezione è nascosta e può capitare che per molti anni la persona non ne avverta sintomi. Ciononostante in quel periodo la malattia avanza, insieme ai danni permanenti al fegato, ossia la fibrosi, il processo attraverso il quale si depositano fibre di tipo cicatriziale nel fegato a causa dell’infiammazione permanente cui l’organo è sottoposto per anni e che ne scompagina la struttura. Anche una volta che eradichiamo il virus, infatti, è con la fibrosi che ci troviamo a fare i conti. Se il paziente ha una fibrosi molto lieve o nulla viene seguito per uno o due anni, passati i quali può tornare alla vita normale senza particolari controlli. Se invece si è arrivati alla cirrosi, anche quando abbiamo eliminato l’infiammazione, rimane il danno fatto, che è rilevante. Il paziente in questo caso va seguito con controlli periodici ogni sei mesi, perché uno dei rischi dell’avanzamento della malattia è il tumore».

E anche le ricadute dal punto di vista economico per il sistema sanitario nazionale iniziano a palesarsi: «È stato calcolato un risparmio a lungo termine, nei prossimi 15 anni, di 15 miliardi di euro, dietro un investimento di 4 miliardi. E i primi segnali già si vedono: le statistiche nazionali ci dicono che i trapianti di fegato iniziano a diminuire, ancora in piccole percentuali, ma che riportano comunque un dato significativo. Nei paesi dove si è iniziata la somministrazione delle cure qualche anno prima, come gli Stati Uniti, questo risparmio si nota già in modo più marcato. Un altro dato positivo è che il costo dei farmaci per il Ministero non è più caro come lo era due o tre anni fa, cosa che si traduce ancora una volta in un risparmio per il sistema sanitario. Fermo restando che, lo ribadisco, farmaci, esami e visite sono tutte coperte da esenzione: il paziente non tira fuori una lira».

E per i malati meno gravi, che attendono ancora la somministrazione della terapia, una rassicurazione finale: «Chi non soffre di una fibrosi grave deve avere un po’ di pazienza, ma, ci tengo a ricordarlo, tutti verranno curati, diamo solo la priorità ai pazienti gravi. Non facciamo preferenze di tipo personale, ma solo su base clinica».

Valentina Pinton

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L’incontro di agosto con Papa Francesco: 128 i giovani veneziani iscritti

Sab, 04/08/2018 - 18:08

Saranno in 128, quasi a voler rappresentare idealmente (in media) ogni parrocchia del nostro territorio, i giovani del Patriarcato di Venezia che – attraverso il canale organizzativo della Pastorale giovanile diocesana e, quindi, delle parrocchie – si sono iscritti a “Siamo qui!” l’incontro estivo dei giovani italiani con Papa Francesco (in vista del Sinodo su giovani, fede e discernimento vocazionale) che si terrà dall’11 al 12 agosto prossimi al Circo Massimo e in Piazza S. Pietro a Roma.

Il gruppo più numeroso – ben 45 partecipanti – è quello del Lido di Venezia capitanato da don Renato Mazzuia e che, nei giorni precedenti, faranno anche il cammino di avvicinamento “Per mille strade” insieme ai giovani della Diocesi di Vicenza; in 26 si sono poi iscritti dalla parrocchia di Borbiago di Mira (anche loro faranno un breve pellegrinaggio previo), in 18 dalla parrocchia della Beata Vergine Addolorata di Mestre e in 14 dal gruppo diocesano dell’Azione cattolica; altri iscritti arrivano, inoltre, dalla parrocchia mestrina della Gazzera (10 partecipanti), dalla parrocchia di S. Maria di Lourdes di Mestre (9) e dalla parrocchia di Carpenedo (6).

L’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco comincerà nel pomeriggio di sabato 11, al Circo Massimo, quando alle ore 16.30 inizieranno le testimonianze che condurranno quindi (intorno alle 18.30) all’accoglienza del Santo Padre; alle 19.00 è prevista la Veglia di preghiera per il Sinodo e, a seguire, la serata di festa e la notte “bianca” che accompagneranno infine al trasferimento verso Piazza S. Pietro dove alle 9.30 di domenica 12 avrà luogo la S. Messa seguita poi dall’Angelus.

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Venezia: la Scuola Grande dei Carmini cerca uno sponsor per resturarare la facciata marmorea

Sab, 04/08/2018 - 06:03

La Scuola Grande dei Carmini, a Venezia, cerca uno sponsor per restaurare la facciata marmorea.

La Scuola Grande è famosa per ospitare nella Sala Capitolare uno dei più bei soffitti dipinti dal Tiepolo, insieme ad altre opere del ’700 veneziano. Inoltre offre i suoi spazi per eventi, celebrazioni, convegni e congressi. Da due a tre volte a settimana concede anche la cappella inferiore all’iniziativa “Musica in Maschera”, che organizza vari tipi di concerti.

Recente è anche l’apertura della Sala del Tesoro, con esposta una parte della collezione della Scuola che conta una trentina di pezzi antichi di oreficeria e argenteria di pregio.

I pezzi più importanti e preziosi sono alcune carteglorie dalle cornici in argento sbalzato e cesellato, una stauroteca in cristallo di rocca, delle monete coniate sotto il dogado di Antonio Venier e una mariegola seicentesca con velluto rosso e ornamenti in argento.

Inoltre stanno terminando i restauri del ciclo di dipinti monocromi posti nella cappella al piano terra, realizzati tra il terzo ed il quarto decennio del XVIII secolo da Niccolò Bambini e dal figlio Giovanni. Un ciclo che si ispira principalmente ai temi della figura mariana. Per ora sono state completate le opere del presbiterio e della parete laterale di sinistra, mentre in quella di destra mancano un quadro che rappresenta l’Assunzione di Maria, tema molto caro ai carmelitani, più due opere laterali e quelle sopra le finestre. I lavori di restauro saranno ultimati in autunno, con eccezione di quelli relativi alle opere poste nella controfacciata della cappella rinviati per poter permettere l’avvio di restauri più urgenti alla facciata esterna, sistemata e ultimata da Baldassarre Longhena tra il 1668 e il 1670.

E’ questa infatti la necessità più impellente: «Bisogna intervenire sulla facciata esterna dove i marmi stanno dando segni di malessere» spiega il Guardian Grando, Franco Campiutti. I marmi antichi rischiano infatti di cedere e proprio per questo la facciata è già stata messa in sicurezza in via precauzionale con dei ponteggi posti al primo piano.

Ma i costi del restauro si prevedono imponenti ed è per questo che la Scuola lancia un appello a potenziali sostenitori: «Siamo alla ricerca di uno sponsor. Fino ad ora siamo sempre riusciti a far fronte alle spese con il solo ricavato delle nostre attività, senza mai ricevere sovvenzioni da nessuno» spiega il Guardian Grando, precisando che questa volta però la cifra è considerevole. In ogni caso i lavori sono pronti a partire: «Stiamo solo aspettando i permessi dalla Soprintendenza» continua Campiutti, spiegando che sarà la ditta di restauro Lares ad occuparsi dell’intervento.
La Scuola Grande ad oggi si compone di circa 300 confratelli.

Francesca Catalano

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Allarme scuole dell’infanzia nel Veneziano: iscritti in calo del 6%. Soffrono anche le paritarie

Ven, 03/08/2018 - 10:53

Sempre meno bambini nelle scuole veneziane e la denatalità è solo una delle cause. Secondo i dati provvisori dell’Ufficio Scolastico Regionale, nell’anno 2018/2019, su un totale di 6.846 iscritti in provincia, 313 bimbi in meno entreranno in prima elementare: un calo del 4,6%.

A soffrire di questa emorragia sono anche le scuole dell’infanzia, in particolare le paritarie. «Nel 2016/2017 – spiega Stefano Cecchin, presidente della Federazione Italiana Scuole Materne (Fism) del Veneto e di Venezia – gli alunni delle scuole dell’infanzia paritarie erano 10.921. Sono scesi a 10.502 l’anno successivo, una riduzione di circa il 4%, e scenderanno ancora a settembre di un ulteriore 6%, arrivando ben sotto la soglia delle 10mila unità».

Pur restando un dato fondamentale, l’ormai cronica carenza delle nascite non è l’unico fattore a cui imputare la colpa. «Un’altra leva che incide – continua il presidente – è l’emigrazione di ritorno: ci sono tante famiglie di immigrati che sono tornate nei loro paesi d’origine». Non tanto gli africani, quanto gli stranieri della prima ondata migratoria, quella arrivata dall’Est: Albania, Montenegro, Macedonia. «Tornano a casa – aggiunge – o perché in Italia fanno troppa fatica sotto il profilo economico, perdono il lavoro e non hanno paracadute sociale o perché, magari, tirando la cinghia, hanno accumulato quel tanto di capitale che basta per avviare nel loro paese una piccola attività». E così: via le famiglie, via anche i bambini.

Nell’ultimo anno scolastico anche il caos legato all’obbligo dei vaccini non ha facilitato la situazione: più di un genitore contrario alle vaccinazioni ha scelto strade alternative. «C’è chi – spiega Cecchin – si è organizzato con i nonni, c’è chi ha sacrificato il proprio lavoro per stare a casa con i figli, c’è la mamma amica che tiene i bimbi in casa propria. Per noi questa è una sconfitta: i bambini così non hanno la possibilità di frequentare i loro coetanei e di farlo all’interno di un gruppo strutturato in un percorso educativo di qualità». Un conto, insomma, è una mamma che si inventa educatrice, un altro avere strutture e personale qualificati. «È un vero peccato – chiosa – che i bambini non abbiano le stesse opportunità».

Ben 190 le scuole di ogni ordine e grado, 661 le classi e 13.888 gli studenti iscritti alle paritarie veneziane nell’anno scolastico appena concluso. Tra docenti, personale di segreteria, cuoche, bidelli e tantissimi volontari – «un dono preziosissimo» dice Cecchin – un piccolo esercito garantisce la crescita integrale dei ragazzi: non solo l’istruzione, ma, sotto il profilo educativo, anche l’attenzione al singolo bambino, il rispetto di sé e degli altri, l’educazione, la capacità di cooperare.

A ritmo di un 4% di calo di iscrizioni all’anno, però, le scuole paritarie rischiano di avere davanti un percorso a ostacoli. Secondo le stime Fism, in Veneto ne chiuderanno 8-10 l’anno, una o due a Venezia. «Chiusure fisiologiche: – spiega il presidente – tenere una scuola aperta con due sezioni è un’enorme fatica. Con una cerchiamo di farlo soprattutto lì dove, come per esempio nelle isole veneziane, la scuola resta un collante sociale, dove la comunità stessa spinge e si impegna per mantenerla perché chiuderla significherebbe perdere la propria identità».

Per non arrivare a soluzioni drastiche, secondo Stefano Cecchin, qualche precauzione da prendere c’è. Avere, ad esempio, un numero congruo di insegnanti rispetto ai bambini presenti – il 70% delle risorse se ne va in stipendi – e, soprattutto, avere ben chiaro il costo standard di ogni bambino per la struttura. «Servono competenze – aggiunge – soprattutto per i laici presenti nei comitati di gestione. Le risorse sono sempre le stesse: le rette, che si tende a non voler mai aumentare, coprono il 60%, il resto arriva dallo Stato, dal Comune e dalla Regione».

Poi, ancora, razionalizzare su gas, energia elettrica, assicurazioni, cercando di stipulare convenzioni ad hoc, strappando prezzi vantaggiosi sulle forniture. «Infine – conclude il presidente Fism – cercare, anche con l’aiuto del Patriarcato e alla luce delle collaborazioni pastorali, di mettere in rete le scuole. Due strutture diverse, magari sotto la stessa parrocchia, potrebbero avere in comune il coordinamento didattico o l’attività di segreteria». Farsi la guerra tra poveri sarebbe inutile e senza senso.

Chiara Semenzato

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Don Giorgio Fedalto, sacerdote da 60 anni: sua una ricerca unica al mondo su tutte le chiese orientali non cattoliche

Ven, 03/08/2018 - 06:17

Nel ripercorrere i 60 anni di ministero presbiterale di don Giorgio Fedalto è necessario affrontare un viaggio nella storia culturale, politica ed ecclesiale del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi, stando attenti a non perdersi nella ricchezza dei suoi percorsi.

Don Giorgio nasce a Mestre il 20 luglio del 1930 in una casa vicina al passaggio a livello della Gazzera, a pochi passi da quella dove adesso risiede, in una famiglia di dieci figli. Il percorso di studi che lo porta all’ordinazione presbiterale è particolare, diverso da tutti gli altri. Frequenta il liceo al Cavanis: ricorda ancora quando il 15 luglio del ’48 riuscì a raggiungere fortunosamente il Foscarini, sempre a Venezia, per sostenere le prove degli esami di maturità, a causa del ponte bloccato da soldati e mezzi militari per il rischio di guerra civile a seguito dell’attentato a Togliatti del giorno prima.

«La guerra ha molto inciso su di me – racconta don Giorgio – nel ’44 siamo scappati dalla casa dove abitavamo in quel periodo a Mogliano, dove ho frequentato il ginnasio dai Salesiani».

Ecco perché il giovane Giorgio, che fu anche presidente dell’Azione Cattolica alla Gazzera, sente forte «la vocazione a un impegno in campo sociale e politico per la pace: l’impegno politico faceva parte della fede, anche per contrastare il rischio del comunismo, che per il suo ateismo era visto come un pericolo soprattutto religioso».

Da qui nasce l’iscrizione alla facoltà di Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, dove nel ’53 si laurea e conosce oltre a padre Gemelli anche personaggi come Dossetti, Lazzati, Fanfani. Ma visto che «la vocazione è come il labirinto, in cui si segue un filo», su indicazione del suo padre spirituale decide di entrare in seminario a Milano, dove è residente.

L’influsso delle missioni popolari del pensionato “Cardinal Ferrari” e una pleurite, contratta nei quindici giorni di permanenza nel freddo seminario milanese, diventano segno di questo filo conduttore nel labirinto della sua vita: dopo mesi di convalescenza a casa, nell’estate del ‘55 il Patriarca Roncalli «mi mandò a studiare e a formarmi a Roma all’Almo Collegio Capranica, dove sono stato compagno di Ruini e di tanti altri, che sono diventati cardinali o personaggi importanti della Chiesa».

L’ordinazione diaconale del 20 settembre del ‘58 avvenne per mano del patriarca Roncalli, che però non poté dar seguito a quella presbiterale nella chiesa della Gazzera, programmata per il successivo 1° novembre, perché il 28 ottobre venne eletto Papa. E la prima preoccupazione, appena eletto papa, di Giovanni XXIII fu di inviare subito un telegramma a don Giorgio Fedalto per la sua ordinazione sacerdotale, augurandogli «larga effusione grazie lumi aiuti celesti per fervido fecondo sereno ministero sacerdotale mentre di gran cuore lo benedice e concedegli implorata facoltà impartire benedizione papale con indulgenza plenaria».

Ordinato sacerdote da monsignor Giuseppe Olivotti, don Giorgio continua gli studi teologici alla Gregoriana a Roma, dove si laurea in Teologia due anni dopo, quando viene assegnato alla Gazzera come cappellano del parroco don Giovanni Fattore. Di questi 60 anni di ministero pastorale don Giorgio ne ha vissuto ben 55 come ascritto nella parrocchia di Santa Barbara, dove continua ancora adesso a confessare e a celebrare messa ogni sera e la domenica.

Molto più complesso, invece, il suo cammino di studioso, docente e scrittore, di cui un segno tangibile è l’immensa biblioteca che si snoda per tutte le stanze della sua abitazione. Perfino il caminetto in salotto è diventato libreria per le oltre cento tesi di laurea di cui è stato relatore per i suoi studenti di Storia del Cristianesimo, di cui per quasi 40 anni è stato docente all’Università di Padova.

Dopo la prima laurea alla Gregoriana sul tema teologico del “Filioque” (termine latino che significa “e dal Figlio” e si riferisce alla diatriba teologica della professione di fede), don Giorgio cambia «filone di interesse» e studia «le ragioni storiche per le quali le Chiese Ortodossa e Cattolica si sono divise».

Un argomento, questo, diventato “l’obiettivo principale” del sacerdote e studioso Fedalto, centro di molte delle sue pubblicazioni, oltre 200, in cui si rischia di perdersi. All’interno di questo «obbiettivo principale, che è l’unione delle Chiese sul piano del cammino storico più che su quello teologico del Filioque, che è una strada senza uscita», si comprendono anche le motivazioni che lo hanno portato alle lunghe ricerche archivistiche, per poter scrivere i tre grossi volumi della “Hierarchia Ecclesiastica Orientalis”, una raccolta unica al mondo di documentazione storica di tutte le chiese orientali non cattoliche.

Sacerdote e studioso veneziano, forse più conosciuto fuori dalla sua città, rivela l’attenzione e l’interesse per la propria città nell’ultimo libro scritto, a ben 88 anni, insieme a Renato D’Antiga: “Venezia quasi un’altra Bisanzio”.

«Mia madre odiava i libri, – dice don Giorgio – mio padre era di una famiglia contadina, ho ereditato da uno zio la passione per lo studio e la ricerca della verità. Non bisogna fermarsi a quello che si è imparato, ma progredire sempre nei cambiamenti del proprio tempo in continuità con la Tradizione, come sta facendo papa Francesco».

Gino Cintolo

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Mestre e Venezia: mense per i poveri in vacanza, ma i pasti no. Ecco come ci si organizza

Gio, 02/08/2018 - 13:28

Anche le mense vanno in vacanza. E i poveri in città bussano alla porta altrove. Basta seguire il profumo di buono che dai camini di via Querini e via Cappuccina serpeggia in via Santa Maria dei Battuti, fino alla margherina via Mameli.

Sono le abitudini solidali che, nel cuore dell’estate, cambiano itinerario. Le fatiche invernali della mensa dei cappuccini e di Ca’ Letizia cedono il passo all’instancabile mensa-dormitorio Papa Francesco a Marghera e alla Casa dell’ospitalità, che sta già scaldando i fornelli.

Se durante l’anno la colazione e la cena dei bisognosi abitavano via Querini e il pranzo la vicina via Cappuccina, ora il pranzo, gestito dal Comune con il contributo della Caritas diocesana, si trasferisce alla Casa dell’ospitalità di via Santa Maria dei Battuti, mentre la cena prosegue per tutto l’anno, agosto compreso, alla mensa Papa Francesco di Marghera.

Solo che qui, rispetto a tutti gli altri mesi, in questo agosto verranno ospitati molti degli avventori abituali di Ca’ Letizia, sfondando, dai 40 pasti, il tetto degli oltre 60. Senza dimenticare che alla Papa Francesco, in caso di malattia o presenza di minori con attestazione preventiva del servizio sociale, le cene sono anche da asporto. Per presentarsi a tavola, dalle 17 alle 18, è necessario un tesserino di riconoscimento, che viene rilasciato dal centro d’ascolto di Marghera, da rinnovare ogni 30 giorni.

Tutti i giorni tranne la domenica, quando a sostituire il pasto ci pensa un cestino d’alimenti. «Ci sarà un incremento di presenze di sicuro, questo agosto, ma non di tutti quelli che vanno a Ca’ Letizia durante l’anno. Prevediamo una ventina di pasti in più» dice il responsabile del servizio Francesco Vendramin, che di bisognosi in cerca di cene calde ne ha visti crescere già, in questo suo primo anno di gestione: «Con il correre dei mesi abbiamo avuto punte abbondanti sopra i 50 pasti al giorno, ma non so dire se sia un problema di aumento delle famiglie povere o di distribuzione dei bisognosi che cambia durante l’anno». Bisognosi che si dividono a metà tra italiani e stranieri, ma non altrettanto tra uomini e donne: più del novanta per cento di chi chiede un piatto alla mensa Papa Francesco è uomo, con un’età media che non supera i 40 anni. Quel pasto arriva direttamente dalla mensa diocesana di Zelarino. A Marghera si serve e, se necessario, si scalda. Un’esperienza nuova, quella di Vendramin, segnata dalla «perdita di speranza diffusa che ho visto negli occhi di queste persone. E in effetti il rientro nel mondo del lavoro per gli over 45 è quasi impossibile, soprattutto perché il più delle volte sono privi di specializzazioni. Ma riprendere in mano una vita è ciò su cui lavoriamo con loro».

Volontarie della San Vincenzo mestrina servono la cena a Ca’ Letizia

 

A dare aiuto in questo c’è anche la Casa dell’ospitalità, che questo agosto precede la San Francesco con il pranzo, dal 30 luglio al 9 settembre, dalle 11.30 alle 12.30. Una gestione atipica, fornita da alcuni senza fissa dimora ospitati nella struttura. Ma anche cuochi, aiuto cuochi e camerieri, addetti alla sicurezza e alle pulizie. E che farà fronte proprio alle chiusure delle mense sociali della città in agosto. Sono previsti dai 100 ai 120 commensali al giorno, cibati dagli alimenti della Caritas veneziana.

Il 9 settembre la staffetta del pranzo passa di nuovo ai padri cappuccini, tutti i giorni dalle 11 alle 11.30, non stop, domeniche incluse. 100 posti a sedere che si liberano a ruota grazie al servizio di self service, in grado di sfamare più di 120 persone a pranzo (ma anche di più, fino a tre anni fa, quando di bisognosi affamati se ne presentavano in maggior quantità). Qui il servizio è libero, nessun documento è chiesto all’ingresso, passa tutto sotto la buona fede del bisognoso e l’occhio allenato dei francescani minori. È così dal 1945: pane, minestra e buon cuore. «Non chiediamo niente, secondo il nostro stile francescano – dice fra Paolo, a capo del servizio mensa -, chi se ne approfitta se ne va da solo, perché si rende conto dopo due o tre volte che non è una struttura adatta a sé. E un po’ l’occhio, poi, ce lo siamo fatto anche noi. Quindi capita che con cortesia facciamo capire che non è il luogo giusto». Anche qui la maggioranza è uomo, sui 50 anni circa. I cuochi si alternano da tre a uno a seconda dei giorni. E accendono i fornelli già dalle otto del mattino. 75 i volontari laici che li aiutano. Una squadra eroica anche nel sedare le tensioni, frequenti quando i disagiati che abusano di alcol non riescono a trattenersi: «Purtroppo gli interventi delle forze dell’ordine si fanno sentire solo quando ci sono risse già in corso. Allora abbiamo imparato, per quanto possibile, a cavarcela da soli».

Scene alle quali anche Ca’ Letizia ha fatto l’abitudine. È il risvolto della medaglia di chi si mette a servizio dei più deboli, che alcune volte sono persi e disperati, tanto da diventare ingestibili con l’aiuto dell’alcol. Per fortuna che da un mese, qui, si respira pace e tranquillità con il ritorno del presidio serale dei vigili (mancava da molti mesi). Sarà così fino al 5 agosto. Poi la pausa della mensa fino al 27. Durante la quale non mancherà la distribuzione dei cestini di alimenti sostitutivi. Durante l’anno a Ca’ Letizia si fa anche colazione, dalle 7.45 alle 8.45. E poi si cena dalle 18.30 in poi. Con servizio docce la mattina del lunedì e distribuzione vestiario il pomeriggio del venerdì. Il presidente della San Vincenzo Mestrina, a capo del servizio mensa Ca’ Letizia, in cinque anni, qui, ha visto i cambiamenti più significativi: in gran parte donne (soprattutto badanti) alla ricerca di un pasto caldo prima, in maggioranza uomini ora (il 70% del totale); una volta più stranieri, adesso raggiunti dagli italiani. In una fascia d’età tra 20 e 50 anni. Qui trovano 100 colazioni, 140 cene al dì e più di 200 volontari pronti a servirli. Per la cena viene rilasciata una tessera (con durata temporanea), previo colloquio di conoscenza.

Alla mensa Miani parrocchiale di Altobello, invece, occorre prenotarsi la sera prima per il pranzo del giorno dopo: i posti sono pochi e la richiesta è tanta, tra le 40 e le 45 disponibilità. Qui niente documenti richiesti, solo buona fede. Poco prima delle 11 si aprono le porte. Anche con questa si riparte a settembre.

Giulia Busetto

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Mons. Carlo Seno, prete da 60 anni: «Quegli anni intensi con il Patriarca Roncalli»

Gio, 02/08/2018 - 06:16

Dei sei preti ordinati 60 anni fa, cinque (don Bruno Trevisiol, don Paolo Trevisan, don Aldo Marangoni, don Gianni Dainese e don Carlo Seno) lo furono dal patriarca Roncalli il 22 giugno del 1958 nella Basilica della Salute, mentre don Giorgio Fedalto venne ordinato dal vescovo ausiliare Giuseppe Olivotti. I primi tre sono inoltre deceduti, l’ultimo dei quali, don Aldo Marangoni, l’8 aprile scorso.

Monsignor Carlo Seno all’età di 83 anni (nato a Venezia il 26 marzo del ’35) è ancora in attività pastorale come amministratore parrocchiale a San Zaccaria a Venezia. Entra in seminario minore, che allora era ancora alla Salute, in prima media «come può entrare un bambino di 10 anni… e dopo pochi mesi – racconta – ho sentito nascere la vocazione. Ero orientato a studiare musica, ma ero troppo piccolo per il Conservatorio, per cui il mio parroco di San Polo, monsignor Tullio Ferrarese, mi indicò il seminario come scuola dove avrei potuto studiare musica».

I primi anni. Appena ordinato viene subito assegnato come cappellano nella sua parrocchia di San Polo, dove rimane per otto anni. Contemporaneamente il patriarca Urbani, succeduto a Roncalli, diventato Papa, e che ha come vicario generale monsignor Sandro Gottardi, gli affida l’incarico di insegnare lettere alla scuola media del seminario, di cui era allora rettore monsignor Valentino Vecchi, e lo fa iscrivere a Lettere all’Università di Padova, dove si laurea nel ‘64 con una tesi che ha come relatore il famoso professore di Letteratura Italiana Vittore Branca.

Il rapporto con Roncalli. Molto intenso il rapporto con il patriarca Roncalli, al quale don Carlo fu «molto vicino, perché vicino a monsignor Capovilla e da seminarista venni nominato caudatario… vestito tutto di rosso nelle celebrazioni. Frequentavo molto la casa del patriarca, per aiutare don Loris, ed ero come un secondo segretario. Quando Roncalli andava d’estate in vacanza a Sotto il Monte dalla sua famiglia, poiché don Loris restava a Venezia, io gli facevo da segretario, nel ’57 da diacono e l’anno dopo da prete, pochissimi mesi prima che diventasse Papa. Per me è stato un rapporto molto importante, di riflessione e preghiera».

All’inizio del ’66, morto il parroco di San Polo, don Carlo da cappellano diventa amministratore parrocchiale e sei mesi dopo vice del rettore del seminario monsignor Aldo Da Villa, per cui la parrocchia venne affidata ai Frari. Morto il rettore Da Villa l’anno dopo don Carlo viene nominato direttore spirituale del seminario patriarcale, servizio che svolgerà per trent’anni fino al 1997, insegnando oltre a Lettere anche Teologia fondamentale e Sacramentaria.

Gli otto patriarchi e il lavoro in seminario. Otto i patriarchi conosciuti da don Carlo, dai primi anni del seminario ai giorni nostri: Piazza, Agostini, Roncalli, Urbani, Luciani, Cè, Scola e l’attuale Patriarca Moraglia. Cinque i rettori durante il suo servizio in seminario: da Bressan a Vecchi, Da Villa, Giuliano Bertoli per ben 29 anni e l’ultimo anno con don Lucio Cilia. «Molto impegnativa e importante questa esperienza – per don Carlo – perché si trattava di guidare una barca in mezzo alla tempesta e di trovare un equilibrio, andando incontro alle aperture senza esaltarsi e mantenendo i valori di fondo di fedeltà alla Tradizione: alcuni si esaltavano per le aperture anche in modo imprudente, mentre altri si aroccavano nella conservazione».

Tutti i seminaristi e i preti dei primi trent’anni postconciliari, dal ’67 al ’97, e in alcuni momenti anche i primi diaconi permanenti lo hanno avuto come guida spirituale, dopodichè fu nominato parroco di San Zaccaria, incarico che nel 2013, per raggiunti limiti di età, venne trasformato in quello attuale di amministratore parrocchiale. «Il passaggio da padre spirituale a parroco non è stato un cambiamento pesante – sottolinea – perché avevo sempre svolto servizio nelle parrocchie alla domenica mattina: a Sacca Fisola con il parroco don Otello Toselli, a Catene anche il sabato pomeriggio, ai tempi di monsignor Giuseppe Molin, e a Trivignano con il parroco don Armando Battistich».

La festa a Catene e il dono del Patriarca. E a Catene monsignor Carlo Seno è stato festeggiato per questo suo giubileo di 60 anni di sacerdozio. Nell’incontro di preghiera del 17 aprile scorso in seminario per celebrarlo i preti, con il contributo economico anche del Patriarca Fracesco, hanno regalato a don Carlo il libretto “Vivere con gioia”, una raccolta di scritti che don Carlo ha pubblicato settimanalmente sul foglietto parrocchiale “Il Cartiglio” e l’immaginetta da lui scelta del Volto di Cristo, un particolare del dipinto dell’Incredulità di San Tommaso del Caravaggio.

A scrivere la prefazione di questo volumetto è stato proprio il Patriarca Moraglia, che gli ha rinnovato «un sincero grazie per il lungo e generoso servizio reso alla nostra amata Chiesa che è in Venezia e, in particolare, al suo Seminario».

Un libretto che è la continuazione di quello analogo pubblicato per il 50° anniversario di ordinazione, nella cui prefazione l’allora rettore del Seminario monsignor Lucio Cilia ricordava come «negli anni segnati da interrogativi, fragilità, entusiasmi, anni decisivi nei quali l’aiuto di don Carlo è stato prezioso, la sua parola ci ha sostenuto nel dire sì al Signore e diventare preti nella Chiesa di Venezia».

Nonostante l’età a don Carlo ci si sente ancora di poter chiedere: programmi futuri?. «Stare qui in parrocchia fin quando potrò e comunque sarò sempre disponibile in qualsiasi parrocchia, ove ci sarà bisogno».

Gino Cintolo

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Jesolo, mille stagionali in meno. Faloppa: con il “decreto dignità” il Governo ci penalizza

Gio, 02/08/2018 - 00:59

Nelle prime due settimane di luglio, a confronto con il 2017, le presenze registrate a Jesolo oscillano tra il meno 2 e il meno 3%.

Un calo definito fisiologico, soprattutto perché la scorsa è stata una stagione straordinaria. Semmai, rispetto allo scorso anno, a rimanere stabile è la mancanza di lavoratori stagionali: camerieri, baristi, commessi, bagnini e banconieri. Secondo gli operatori continuano infatti a mancare almeno mille lavoratori stagionali. Difficile, per non dire impossibile, trovare dei lavoratori nel comparto.

A pesare è sempre la scelta del governo di togliere i voucher, uno strumento flessibile che permetteva a molti di beneficiare di alcune entrate “extra” ma senza il quale tanti hanno rinunciato al lavoro estivo. Ma non solo. A non fare più la stagione sono infatti anche gli studenti e in questo caso a mancare è la voglia di impegnarsi, di fare un sacrificio per conquistare un mimino di autonomia. Anche tra i giovani in città, tanto che sempre più spesso ci sono attività costrette a reclutare giovani residenti nei comuni limitrofi. Oppure, per chi non ha alternative, occorre avviare turni di 10 o 12 ore tra il personale in servizio.

«Il fatto è che ci sono numerose limitazioni per assumere un minorenne – dice Christofer De Zotti, capogruppo della lista Jesolo Bene Comune – e l’unica alternativa è quella assumerli come un operaio formato. A quel punto per un’azienda conviene lavorare con una persona adulta, già formata. Noi proponiamo al Comune di istituire dei bandi pubblici per istituire degli stage, soluzione prevista per i minorenni».

Ad intervenire è anche Confcommercio, soprattutto dopo le limitazioni introdotte dal Governo con il cosiddetto decreto dignità che riduce l’utilizzo dei contratti a termine. «Pensare di ridurne il ricorso è dannoso per la stagionalità, per realtà come quella di Jesolo», commenta il presidente dei commercianti, Angelo Faloppa. «I contratti a termine costituiscono uno strumento vitale e necessario dove ci sono stagionalità e picchi di lavoro difficili da prevedere. Le misure del decreto, come la reintroduzione della causale e maggiori costi a carico delle imprese, segnano un pericoloso ritorno al passato e rischiano di cancellare la flessibilità regolare a vantaggio delle formule contrattuali penalizzanti come le partite Iva».

Confcommercio San Donà Jesolo, che un paio di anni fa era intervenuta sul problema dei voucher, con una app che aiutava gli imprenditori riducendo le tempistiche burocratiche, ora è in prima linea anche sui contratti a termine. “Per una economia turistica come quella di Jesolo – aggiunge Faloppa – il ricorso al lavoro a tempo determinato è essenziale».

Giuseppe Babbo

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Off line-on life, la vita come dono. Il campo scuola dei ragazzi di San Marco Evangelista di Mestre

Mer, 01/08/2018 - 20:42

Off line-on life: la vita come dono, l’essere figli, preziosi agli occhi di Dio. È il tema del campo scuola del post cresima della parrocchia di San Marco Evangelista di Mestre, che si è tenuto a Sella Nevea (Udine) dal 17 al 21 luglio scorso.

Nella foto il folto gruppo che vi ha partecipato: 41 ragazzi dai 13 ai 19 anni, accompagnati dalle coppie di sposi che seguono i piccoli gruppi durante l’anno. Di questi gruppi di post cresima fanno parte non solo ragazzi della parrocchia di San Marco ma anche delle parrocchie del Sacro Cuore e di Santa Maria del Carmelo, il cui parroco don Daniele Chiminello ha accompagnato l’esperienza.

Anche quest’anno – sottolineano tutti – una bella esperienza sia per i ragazzi che per gli accompagnatori.

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Recuperati, stanno tutti bene: cinque scout del Mira 1 si perdono e passano la notte in montagna

Mer, 01/08/2018 - 15:45

È una cosa che può capitare e si è risolta nel migliore dei modi. È successo a cinque ragazzi del gruppo Mira 1 dell’Agesci. Ieri, martedì 31 luglio, nel tardo pomeriggio, la loro squadriglia era in esplorazione, così come gli altri scout del gruppo, dopo essersi accampati nelle vicinanze di Forni di Sotto, in provincia di Udine.

Ad un certo punto, però, i ragazzi – fra i 13 e i 15 anni – hanno perso il sentiero. Il tramonto si avvicinava e i cinque scout hanno lanciato l’allarme all’accampamento, con i cellulari. Da lì è partita la richiesta di soccorso, resa complicata dal buio e dalla difficoltà nell’individuare la posizione precisa dove gli scout si trovavano. Quella del rifugio d’emergenza è infatti una zona in cui il segnale gps è molto debole o assente.

Incrociando la posizione inviata tramite whatsapp dai ragazzi con quella fornita da un sistema usato dai soccorritori, si è riusciti, all’alba, a individuare con precisione la posizione.

Immagini del campo base del gruppo Mira 1, a Forni di Sotto

 

I cinque giovanissimi sono comunque sempre rimasti in contatto, via telefono, con i loro capi e con gli uomini del soccorso; avevano con sé provviste di viveri e di acqua e, fortunatamente, queste sono notti tiepide.

All’alba di stamattina, un elicottero del soccorso si è alzato in volo e li ha raggiunti. Imbragati, li ha accolti nel velivolo e li ha portati al campo base. Tutto in sicurezza e con un ottimo coordinamento, sottolineano i capi del Mira 1: «Nessun ragazzo ferito, nessuno disidratato e non c’è stato bisogno di soccorso sanitario. I ragazzi stamattina hanno dormito, si sono rifocillati e adesso il campo riprende regolarmente fino alla conclusione, che rimane quella prevista per sabato prossimo. Anche le rispettive famiglie sono sempre state informate e rassicurate». (G.M.)

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Scout di Carpenedo: 150 chilometri in canoa, sull’Adige, tra natura e spirito di squadra

Mer, 01/08/2018 - 12:21

È la prima volta, almeno per un clan scout di Mestre, che la route estiva è una grande avventura d’acqua. Dal 4 all’11 agosto, infatti, il clan Uno Nessuno Centomila di Carpenedo affronterà la discesa, in gommone, di una buona parte del fiume Adige.
Saranno circa 150 chilometri da percorrere pagaiando, mettendosi alla prova nel contatto diretto con la natura, la fatica, lo spirito di squadra, la convivenza, la sobrietà… Due i gommoni e 13 i partecipanti.

E alla sera non ci saranno case, ostelli o patronati, ma le rive dell’Adige: «Troveremo un approdo», spiega il capo scout Giovanni Salerni, che ha ideato e guiderà l’esperienza: «Ci portiamo via anche un falcetto per ripulire dalle erbe, se necessario. E pianteremo le tende».

Dire che la route sull’Adige sarà sobria, anche dal punto di vista dei costi, è dire poco: «Spenderemo sui 90 euro per tutta la settimana – prosegue Salerni – comprensivi di cibo e viaggio in treno. E salterà fuori anche una maglietta».

E niente cellulare: «O meglio: ce l’avremo, ma verrà usato solo per motivi di emergenza. Così potremo disintossicarci dalla loro presenza asfissiante». D’altro canto, sarà anche ben difficile ricaricare la batteria…

Un’esperienza in perfetto stile scout, dunque. D’altro canto, lo scoutismo prevede, nella branca R/S, quella, per intenderci, che segue un percorso educativo adatto ai ragazzi tra i 16 ed i 21 anni, la Strada, il cammino, come elemento fondamentale per creare la comunità e per conoscere i propri limiti. Questo insieme alle altre fondamentali scelte che sono il servizio, la fede e la scelta politica (non partitica, ovviamente…).

«Quest’anno – spiega Giovanni – il nostro clan di strada ne ha fatta, sia con le varie uscite nei fine settimana, sia con la Route invernale. Route invernale durante la quale abbiamo vissuto sul posto quanto con il centenario della disfatta di Caporetto veniva riportato dai media. Abbiamo percorso a piedi la strada per Caporetto, da Auzza. Un’esperienza intensa e faticosa, comprensiva di pioggia a catinelle, ma densa di significati, e non parlo solo di quelli storici».

Nasce da qui l’idea di vivere insieme un’esperienza diversa, «mettendoci a confronto ancora e più intensamente con la natura, affrontando le difficoltà di una discesa fluviale sull’Adige. Presi a prestito dal gruppo scout del Sesto San Giovanni 1, che ringraziamo, i gommoni da rafting, dopo una bella revisione partiremo il 4 agosto, da Ponte d’Adige, in provincia di Bolzano, e arriveremo l’11 a Pescantina, nel Veronese, dove ci appoggeremo al canoa club per l’attracco ed il recupero dei gommoni. La data di arrivo è solo stimata: tutto dipenderà dalla corrente, dalle difficoltà di trasbordo per il superamento dei due sbarramenti che troveremo lungo il fiume, dalla nostra capacità di gestire, giorno dopo giorno, la fatica di pagaiare, di approdare e di approntare le tende».

Una Route inconsueta e formativa: «Contiamo di vivere un’esperienza forte – conclude Giovanni Salerni – dove la natura ancora detta legge, dove la comunità di clan serve per superare giorno dopo giorno ogni difficoltà, dove cercheremo di fare nostro uno dei concetti fondamentali dello scoutismo: vivere insieme ma con le nostre individualità capaci di “guidare da sé la propria canoa”, come diceva Baden Powell, con l’obiettivo di creare nei ragazzi la forte ricerca di migliorarsi e di essere dei buoni cittadini».

Giorgio Malavasi

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I 60 anni da prete di don Gianni Dainese, un pastore vero

Mer, 01/08/2018 - 06:11

I suoi 60 anni di sacerdozio, purtroppo, lo scorso 22 giugno li ha dovuti celebrare in una stanza dell’ospedale dell’Angelo, in cui si trova ricoverato ormai da quasi un mese per qualche problema di salute.

Ma la sua piccola festa privata, don Gianni Dainese, l’ha avuta lo stesso grazie a una delegazione della sua parrocchia, la comunità mestrina di San Giovanni Evangelista, che non ha voluto mancare all’appuntamento. «Un grande grazie a lui e al Signore per questo enorme dono che ci ha fatto» le parole a lui dedicate quella settimana sul foglio l’Insieme con l’invito a tutti a ricordarsi di lui, le cui condizioni migliorano lentamente, nelle preghiere.

Nato a Mira nel ’34, don Dainese, che compirà 84 anni il prossimo 14 settembre, è stato ordinato sacerdote il 22 giugno del ‘58 dal Patriarca Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII. Dopo l’esperienza maturata tra le parrocchie di Santo Stefano di Caorle, San Francesco di Paola, dei Santi Apostoli e di San Donato a Murano, e come direttore spirituale del Convitto Foscarini e rettore del Santa Caterina, nel ‘68 il cardinale Giovanni Urbani lo incarica di fondare una nuova parrocchia in via Rielta.

La comunità – da lui guidata per ben 42 anni e lasciata nel 2010 per andare in pensione – proprio lo scorso primo giugno ha celebrato i suoi primi 50 anni di vita in una giornata di festa che ha visto don Gianni, accanto al Patriarca Francesco Moraglia, sorridente e circondato dall’affetto di tutti.

«Quando sono arrivato – ha ricordato il sacerdote in un’intervista realizzata con GV proprio in quell’occasione – non c’era niente. Non sapevo bene cosa fare, avevo uno spirito avventuroso. Dovevo arrangiarmi. Tante volte mi sono sentito scoraggiato, ma nel frattempo ho cominciato a conoscere le persone, a parlare con loro, ad andare per le case, ad amarle. E loro hanno avuto pazienza e mi hanno seguito».

Un affetto incondizionato quello che lega don Dainese alla gente di via Rielta. In tanti lo definiscono «il fulcro della vita comunitaria: un pastore vero, che ci ha accompagnato, guidato, sostenuto. Uno che ci ha ripreso mille volte per i capelli, che ci trasmesso la fede e che, pur soffrendo molto, ha sempre lottato per la comunione». Gente per bene, «poco studiata – ha aggiunto il sacerdote – proprio come me. Qui sono cresciuto come prete: ho cercato di dare il meglio di me stesso, parlando con il cuore. Qui ho capito che quel che conta nella chiesa è l’evangelizzazione e mi sono sentito molto amato».

Chiara Semenzato

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Emergenza zucchero: stiamo per perdere quello italiano

Mar, 31/07/2018 - 18:11

Il rischio è che perdiamo lo zucchero italiano. E che per dolcificare la tazzina di caffè dobbiamo aprire una bustina con su scritto “made in Germany” o “made in France”. Ben che vada…

È lo scenario attuale per quanto riguarda l’agricoltura “made in Italy” della barbabietola e l’industria della prima trasformazione. Da mesi, ormai, chi produce zucchero lo vende sottocosto, non solo in Italia ma in tutta Europa.

La causa sta nella fine del regime delle quote produttive, che l’Unione europea ha abolito lo scorso anno, dando il via alla liberalizzazione del settore, consentendo così alle maxi-aziende dello zucchero di subissarci con le loro eccedenze.

Il guaio è che cinque grandi aziende – due tedesche, due francesi e una inglese – che insieme si spartiscono l’80% del mercato europeo, sono tentate di andare avanti ancora un bel po’ con questo livello di costi – tanto hanno le spalle grosse – con il non troppo celato intento di ridurre alla fame i piccoli concorrenti.

E, visto che l’Europa non limita una produzione di barbabietole nettamente superiore al fabbisogno, si può andare avanti ancora parecchio con logiche da speculatori.
Il piccolo concorrente italiana si chiama Coprob, che sta per Cooperativa produttori bieticoli. È un superstite, visto che solo dieci anni fa, nella Penisola, erano attivi diciannove zuccherifici.

Allora si producevano 1,4 milioni di tonnellate all’anno, più o meno l’80% del fabbisogno dell’Italia. Oggi siamo tra le 250 e le 300mila tonnellate, ovvero proprio la produzione di Coprob; e la superficie coltivata a barbabietola è scesa da circa 230mila e circa 40mila ettari.

Per non parlare dei lavoratori: erano 7mila, oggi a fatica superano i mille.
E non è cosa irrilevante il fatto che, continuando così, venga meno lo zucchero italiano: «Il non tutelare il valore agronomico, ambientale e sociale dello zucchero italiano sarebbe miopia. Si tratta dell’ingrediente base dell’industria dolciaria italiana»: lo dice Stefano Dozio, direttore generale di Coprob.

Nei suoi due stabilimenti – quello veneto di Pontelongo e quello emiliano di Minerbio – la Coprob tiene duro: «L’azienda è ben patrimonializzata – sottolinea Dozio – abbiamo investito 180 milioni di euro per aumentare l’efficienza e ridurre i costi, abbiamo avviato nuovi progetti, come lo zucchero biologico e quello grezzo, con i primi 150 ettari di barbabietole dedicati… Il problema non è nell’oggi né nel domani, ma nel dopodomani. A lungo andare, la situazione si farà insostenibile».

Il problema è che una tonnellata di zucchero costa, a Coprob, più o meno 400 euro; e lo rivende a 350 euro. Da Francia e Germania, d’altronde, lo zucchero parte per l’esportazione in Italia a 260-270 euro la tonnellata. Ovvio che, con valori così sottocosto, non si va tanto avanti. Specie, appunto, se si è piccoli…

«E che beneficia – riprende Dozio – di questa situazione? Gli agricoltori no, il consumatore finale neppure. Perché, a parte il chilo di zucchero comprato al supermarket – che ormai costa meno di 60 centesimi (ma i consumi delle famiglie rappresentano il 15% del mercato) – i consumi più importanti non hanno visto cali dei prezzi».

L’85% dello zucchero prodotto, infatti, viene utilizzato dall’industria delle bevande gassate, da quelle delle creme stile Nutella e da quella delle marmellate. Ma se la Coca-Cola – poniamo – due anni fa comprava lo zucchero a 600 euro alla tonnellata e adesso per mille chili tira fuori solo 350 euro, qualcuno si è accorto che la lattina della bevanda più famosa costi di meno?

Da ciò l’appello del direttore generale di Coprob: «Mi aspetto che i grandi utilizzatori comprendano che quello che stanno vivendo è una migrazione totale di margini dall’industria di prima trasformazione, quale siamo noi, alla loro. E comprendano che è molto più sano fare politiche eque, perché oggi il consumatore paga di più le aziende che hanno comportamenti equi e leali, non speculativi di fronte ad un prezzo».

Giorgio Malavasi

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1,3 milioni di euro al porto di Venezia per quattro progetti di cooperazione fra porti

Mar, 31/07/2018 - 16:26

La Regione del Veneto, che gestisce il Programma di Cooperazione Transfrontaliera Italia-Croazia 2014/2020, ha comunicato l’approvazione di 50 progetti sui 197 presentati per un importo totale di più di 101 milioni di Euro (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – FESR), a seguito della riunione del Comitato di Sorveglianza del Programma tenutasi a Venezia il 19 e 20 luglio. Si tratta dei progetti selezionati nell’ambito del primo bando del Programma dedicato ai temi dell’innovazione, della sicurezza e resilienza, della salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale e del trasporto marittimo.

Sono 4 i progetti a cui partecipa l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, in cooperazione con le principali autorità portuali dell’Adriatico, che sono risultati tutti approvati e finanziati al 100% per un totale di 10,9 mln di euro, di cui 1.275.000 euro destinati all’AdsP veneziana. I quattro progetti sono finalizzati a rendere più efficiente e sostenibile la mobilità di merci e passeggeri e a migliorare la competitività e la crescita economica dell’Alto Adriatico.

Il progetto INTESA, coordinato proprio dal porto di Venezia, che in collaborazione con il Comando Generale delle Capitanerie di porto e i Ministeri dei Trasporti di Italia e Croazia, prevede lo sviluppo di un sistema integrato di gestione e monitoraggio del traffico marittimo. E’ prevista l’adozione di sistemi IT per scambio di dati in tempo reale e strumenti di ausilio alla navigazione – previsioni di maree e di condizioni meteo, etc. – finalizzati a migliorare l’efficienza del trasporto marittimo e la sicurezza della navigazione dei traffici intra-Adriatici (finanziamento complessivo di 2,9 mln di euro di cui 440 mila euro per AdSPMAS).

Si segnalano inoltre:

– il progetto PROMARES, coordinato dal porto di Trieste, che prevede azioni congiunte tra porti e interporti dell’area per lo sviluppo di collegamenti intermodali tra porti e retro-porti/interporti (finanziamento totale di 2,7 mln di euro, di cui 230 mila euro destinati a Venezia);

– il progetto REMEMBER, coordinato dal porto di Ancona, che prevede azioni e piani condivisi per la promozione e per la valorizzazione del patrimonio culturale-portuale dell’Adriatico. Le misure previste serviranno a migliorare anche il rapporto porto-città, con la realizzazione di app multimediali per informazioni su itinerari turistici, mostre a tema, piccoli interventi che migliorino l’accessibilità delle aree portuali per anziani e persone con disabilità, oltre alla creazione di musei virtuali per la valorizzazione del patrimonio intangibile della tradizione portuali (stanziamento complessivo è di 2,8 mln di euro di cui 330 mila euro destinati all’AdSPMAS).

– il progetto DIGLOGS, coordinato dall’Università di Fiume/Rijeka, che prevede lo sviluppo e la sperimentazione di applicativi IT per migliorare la mobilità di merci e passeggeri in ambito portuale (budget complessivo pari a 2,5 mln di euro, di cui 275 mila euro destinati all’AdSPMAS).

“Fin dal mio insediamento – dichiara il presidente dell’AdSPMAS Pino Musolino – ho lavorato per rilanciare la collaborazione con i porti dell’alto Adriatico riuniti nell’associazione NAPA, attivando delle sinergie che beneficino delle specificità di ciascuno scalo in una logica di “coopetition”, ossia di competizione locale ma di cooperazione sulle strategie di medio-lungo periodo. L’avvio dei progetti di cooperazione transfrontaliera rappresenta un segnale importante e un banco di prova che vedrà i porti del nord Adriatico collaborare per efficientare i traffici e per promuovere la cultura portuale. Il momento è cruciale: dobbiamo lavorare sulla competitività della nostra offerta per intercettare al meglio le opportunità offerte del progetto cinese della Via della Seta. Un plauso va alla Regione Veneto per l’ottimo lavoro di coordinamento di questo programma europeo e per l’efficienza degli uffici preposti”.

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Comune di Venezia: in settembre il trasloco di numerosi uffici in via Palazzo e in via Spalti

Mar, 31/07/2018 - 13:48

Il Comune di Venezia sta avviando il nuovo Polo di Servizi al cittadino. Da fine settembre tutti i servizi demografici, il protocollo, l’Ufficio Idoneità Alloggi, la Casa comunale e l’Ufficio Relazioni con il Pubblico saranno concentrati nel giro di pochi metri nel cuore di Mestre. Le nuove sedi – scrive l’amministrazione comunale in un comunicato – garantiranno una migliore offerta e agevoleranno i cittadini che potranno raggiungere più velocemente i vari servizi.

Nel dettaglio il cronoprogramma dell’attivazione dei servizi nelle nuove sedi:

In via Palazzo 8 saranno attivati:
- dall’8 agosto gli Uffici di Stato civile (attualmente operanti in via Cappuccina 76). Nel periodo del trasferimento rimarranno garantite le attività su appuntamento;
- dal 5 settembre l’Ufficio Cittadini comunitari (attualmente operante in via Cappuccina 76). Chiusi il 3 e 4 settembre per attività di trasloco;
- dal 24 settembre l’Ufficio Anagrafe (attualmente operante in via Cappuccina 76) Chiuso dal 17 al 21 per attività di trasloco. Nel frattempo sarà garantita l’apertura degli altri sportelli Anagrafe presso le Municipalità.

In via Spalti 28 saranno attivati:
- dal 30 agosto l’Ufficio Relazioni con il Pubblico (attualmente operante in via C. Massaia 45). Chiuso per attività di trasloco dal 27 al 29 agosto;
- dal 27 settembre l’Ufficio Casa Comunale (attualmente operante in via Ca’ Rossa 10/c);
- dal 27 settembre l’Ufficio Protocollo Generale (attualmente operante in via Ca’ Rossa 10/c);
- dal 3 settembre l’Ufficio Idoneità Alloggi (attualmente operante in via Palazzo 10). Chiuso per attività di trasloco il 30 e il 31.

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Ospedale dell’Angelo a Mestre: dentro al cuore con una punta di diamante per “bruciare” le aritmie

Mar, 31/07/2018 - 12:32

Dentro al cuore per “bruciare” le aritmie: all’Angelo gli elettrofisiologi dell’Ulss 3 Serenissima sperimentano, per le operazioni di ablazione delle aritmie cardiache, nuove “sonde” con sensori in diamante nella punta. “Con questi nuovi strumenti – spiega il Primario di Elettrofisiologia Sakis Themistoclakis – diamo efficacia ancora maggiore ai nostri interventi. Come con i cateteri tradizionali, anche con questi nuovi cateteri ci spingiamo, attraverso le vene, fino all’interno del cuore. E con la punta del catetere andiamo in sostanza a praticare delle ablazioni, volgarmente delle ‘bruciature’, su punti precisi delle pareti interne del cuore, proprio quelli da cui partono gli impulsi che provocano l’aritmia. La punta dei nuovi cateteri, che stiamo sperimentando, ci consente la migliore efficienza nella realizzazione di queste piccole bruciature che, per spegnere definitivamente i segnali dannosi, devono essere precise, profonde e durature”.

Il terminale del nuovo catetere, con sensori realizzati in diamante industriale, consente una accurata rilevazione della temperatura del tessuto. E in funzione di questa, la nuova tecnologia è in grado di autoregolare automaticamente la quantità di energia rilasciata. Si migliora in questo modo la trasmissione del calore alla parete del cuore, consentendo di eseguire ablazioni in modo più rapido, ed evitando di provocare sui tessuti un surriscaldamento non necessario e potenzialmente pericoloso.  La rapidità di esecuzione, commenta il Primario, è forse il vantaggio principale apportato dal nuovo catetere: poiché la sua capacità ‘distruttiva’ è più efficiente, ogni singola ‘bruciatura’ – se ne praticano decine dentro al cuore in un intervento di ablazione sulla fibrillazione atriale – può essere prodotta ora in alcuni secondi, riducendo significativamente il tempo per eseguire l’intervento rispetto a quanto avviene con i cateteri tradizionali.

Lo studio “Diamond-AF” ha appunto il compito di misurare e certificare l’efficacia della nuova tecnologia, di produzione statunitense. La sperimentazione di questi nuovi cateteri, non ancora avviata negli Stati Uniti, in Italia è in corso in due soli Centri, al Centro cardiologico Monzino di Milano e, appunto, all’Ospedale dell’Angelo: “Gli elettrofisiologi dell’Ulss 3 Serenissima – sottolinea il Direttore Generale Giuseppe Dal Ben – danno un’altra dimostrazione dell’autorevolezza del loro lavoro e della stima di cui godono, partecipando in via fattiva e concreta al progresso della ricerca in tecnologia di frontiera. Se è a Venezia che si svolge ‘Venice Arrhythmias’, l’evento biennale che nell’ultima edizione ha visto partecipare 1500 specialisti, è perché negli Ospedali di questa città l’innovazione continua, e dà sostanza alla tradizione. Il lavoro e la qualità dei nostri specialisti producono così, in questo settore, risultati di vera eccellenza, che poi hanno ricadute concrete e vitali sulla salute delle persone”.

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Philippe, il giocoliere di immagini fra le calli di Venezia

Mar, 31/07/2018 - 11:46

Per le calli di Venezia si aggirano due occhi curiosi, aperti al mondo e accoglienti di ciò che di bello e di sorprendente la vita può offrire.

Sono gli occhi di Philippe Apatie, “fotografo di strada”. Cinquantaduenne parigino, autore di tre libri, laureato alla Sorbonne con una tesi su Ettie Hillesum, di vite ne ha vissute diverse, tra cui anche quella di monaco benedettino, di nome Francesco, per 25 anni.

Un po’ dello spirito di San Francesco vive negli occhi di Philippe che è un giocoliere di immagini, diffusore di letizia, umile nei suoi sandali, povero di ricchezze materiali, ma ricco di spiritualità. Se lo si vede per strada, lo si riconosce anche da lontano: panama bianco, carrello della spesa, macchina fotografica appesa al collo. Dal passo elastico e silenzioso, cerca di sparire per non attirare l’attenzione dei suoi soggetti.

È questo il suo segreto: fare la posta in un luogo speciale e aspettare il momento giusto, il kairos, in cui avviene una piccola epifania. “O seguo un soggetto interessante finché l’inquadratura mi dice qualcosa”, spiega Philippe, “oppure aspetto un evento particolare in un luogo interessante.”

Una foto recente di Philippe Apatie (dalla sua pagina Facebook)

 

In entrambi i casi, sembra la Provvidenza, più che il fotografo, a creare la foto. Le foto di Philippe invitano a una lettura teologica. Non si limitano a mostrare, ma commentano, stupiscono, fanno sorridere. Non illustrano, ma raccontano come piccole parabole. Le due suore in agguato, lo spazzino che spazza via la ballerina da piazza San Marco, le spose nei cestini delle immondizie, Vittorio Emanuele che sguaina la spada contro la nebbia, bambini e statue, vecchietti e colonne, tanti e tanti veneziani sorridenti… e poi i cieli che gli regalano le immagini più spirituali. I suoi cieli e nuvole si moltiplicano nei riflessi di specchi, tavolini e pozzanghere. «Amo la fondamenta degli Schiavoni perché da lì il cielo è più grande, ti parla della piccolezza dell’uomo e della grandezza dell’universo. Mi piacciono le immagini di oscurità e tempesta perché ci ricordano la nostra fragile umanità, contro ogni presunzione».

Il “piccolo monaco” Philippe, come lo chiamava il padre, ama i soggetti umili e si nutre delle briciole dei fotografi professionisti.

A volte ruba scatti ai servizi fotografici di modelle firmate in piazza San Marco, ma soprattutto viene ispirato dai più umili e più preziosi lavoratori veneziani: dagli allegri pulitori di muri dell’associazione Masegni e Nizioleti, di cui è socio, e ancora di più dagli spazzini.

«Vorrei fare lo spazzino, lo farei anche gratis, ma mi hanno detto che non posso per ora», spiega. «Gli spazzini sono degli eroi e mi sembrano le persone che più amano questa città: ogni mattina combattono contro il lerciume per renderla di nuovo bella. Sono miei amici».

Basta guardare la sua pagina Faceboook, che è stato poi il suo trampolino di lancio, per rendersi conto delle suggestioni intelligenti, non soltanto belle, delle sue foto. Quello che era solo un modo per tenersi in contatto con i fratelli in Francia ha cominciato ad attirare una valanga di “like”, che continuano a moltiplicarsi. Ora sta lavorando a un altro libro e ad un film di immagini e musica veneziane. Per la prima volta, quest’estate le sue opere sono esposte nella galleria Xframe della Giudecca, alla Palanca.
Ilaria Serra

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