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Mestre, ok dal Comune per l’intervento da 352mila euro per la pista d’atletica di via Calabria alla Gazzera

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 17:08

Ok dalla Giunta di Venezia al progetto definitivo da 353mila euro per un intervento di riqualificazione della pista d’atletica del Centro Sportivo di via Calabria alla Gazzera. L’intervento prevede ora la redazione del progetto esecutivo, l’aggiudicazione del bando entro il dicembre del 2018 e quindi la partenza dei lavori prevista per il maggio del 2019. I cantieri dovrebbero chiudersi entro il mese di settembre.

L’intervento comprende la sistemazione del manto sintetico della pista d’atletica oltre ad altre attività complementari per la posa del piano di asfalto, la sistemazione delle cordonate perimetrali, l’eliminazione delle pedane per il salto con l’asta e della fossa dei 3000 siepi, in quanto la pista viene utilizzata unicamente come attività di allenamento e formazione giovanile. L’intervento prevede, poi, oltre al nuovo manto sintetico dell’anello della pista d’atletica, la realizzazione di una nuova pedana per il getto del peso e la realizzazione di un impianto di illuminazione con proiettori a led posizionati sui pali delle quattro torri faro esistenti e su altri due nuovi pali che verranno posizionati sulle due curve.

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Mestre, San Giuseppe: incontri serali per leggere insieme l’esortazione di Papa Francesco

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 14:05

Nella parrocchia di San Giuseppe si rinnova una proposta per l’estate. Il metodo, già ben collaudato, è quello della lettura comunitaria di un documento della Chiesa, reso accessibile e appetibile a tutti.

Il testo scelto quest’anno – si legge nel foglio “Comunità e Servizio” è di stretta attualità: l’esortazione apostolica “Gaudete et exsultate”, che Papa Francesco ha scritto per far riflettere sulla chiamata alla santità di ogni battezzato. Il testo sarà acquistabile nel corso degli incontri proposti, il primo dei quali, martedì 26, si è già svolto, mentre i successivi si terranno i martedì 3 e 10 luglio, nella sala San Giovanni Paolo II del patronato di San Giuseppe.

Vengono proposte fasce orarie a scelta: prima di cena dalle 18.30 alle 19.30 e dopocena dalle 21 alle 22. L’incontro di lettura è aperto a tutti, giovani e adulti.

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Venezia, festa di San Pietro, siamo ai giorni clou. E domenica 1° luglio Messa con il Patriarca

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 13:18

Aggregare l’intera città all’ombra della Basilica di San Pietro di Castello. Un impegno che, da oltre trent’anni, accomuna l’infaticabile comitato organizzatore della Festa di San Pietro di Castello, fondato, nella configurazione attuale, nel 1985.

Ne è giustamente orgoglioso il suo presidente Paolo Basili presentando l’edizione 2018 della Festa di San Pietro di Castello che quest’anno aprirà i battenti (e gli stand gastronomici) da mercoledì 27 a domenica 1 luglio cinque giorni di musica, tavolate imbandite, eventi mostre e appuntamenti ai piedi della Basilica (a parte si pubblica il programma dettagliato giorno per giorno).

Così si rinnova un’antica tradizione cittadina di una festa antica che risale al 1700. Da festa patronale la sagra di Castello ha assunto la valenza di festa cittadina. Già domenica 24 ci sarà l’apertura con una messa solenne, ma il clou sarà la domenica successiva con l’Eucarestia solenne, presieduta dal Patriarca, monsignor Francesco Moraglia e concelebrata da molti sacerdoti tra i quali il parroco delle tre comunità salesiane di Castello e di Sant’Elena, don Narciso Belfiore.

Fino a domenica 1 luglio dalle 16 sarà aperto il bar “sotto il Campanile” e dalle 19 gli stand gastronomici inizieranno a sfornare prelibate pietanze.  Inoltre troverà spazio il mercatino della Solidarietà, una Mostra all’Istituto Buon Pastore (dalle 17 alle 20) sul tema “Andar per ponti merlettando”. Ci saranno poi anche escursioni in barca “da San Piero all’Arsenal”, in cambio di un’offerta libera dei partecipanti.

Si accederà all’interno dell’Arsenale di Venezia con un’imbarcazione ibrida (diesel-elettrica) per scoprire storie, aneddoti e curiosità di un luogo unico al mondo. I posti sono limitati perciò avrà la precedenza chi prenota attraverso il sito www.sestantedivenezia.it. Un’altra opportunità saranno, dal 29 giugno al 1 luglio, le visite guidate gratuite alla Basilica di San Pietro alle ore 18, 19 e 21. Venerdì 29 non ci sarà la visita delle 18.

Non è stato facile, per il presidente Basili e il comitato mettere insieme tutto ciò. Per organizzare questo appuntamento estivo il comitato inizia a lavorare già a febbraio per inoltrare le prime autorizzazioni. E fin dalla settimana scorsa settimana il campo ha iniziato ad animarsi di volontari impegnati alacremente (e gratuitamente) al montaggio delle strutture e nella preparazione degli stand.

«Questa festa – racconta Basili – mette insieme il servizio alla comunità dei volontari che la organizzano, alla voglia di creare in campo un luogo di aggregazione per l’intera città. Entrambi questi valori, per noi del comitato e per chi è affezionato alla festa, sono importanti.  E un primo risultato è già stato incoraggiante: abbiamo scritto un cartello affisso fuori dalla chiesa perché avevamo bisogno di una mano per montare le strutture e ogni sera, già ora, ci troviamo in campo dalle 15 alle 35 persone. Nei giorni clou della festa in campo, poi, siamo anche in 120 volontari. E non è male. Non è vero che in città non c’è comunità».

Tradizione e storia, ma anche attenzione e accoglienza verso i giovani, il presidente tiene molto a sottolineare questo significato. «Bene la tradizione – riprende – ma uno scopo è anche quello di coinvolgere i ragazzi che sono il futuro. Ecco perché anche quest’anno, durante i giorni della festa, manterremmo la proposta di offrire una pastasciutta a circa 400 ragazzi che stanno partecipato alla Proposta estate di Castello e al Grest del Lido. Un segno di amicizia e condivisione significativo».

In questi 33 anni di attività la Festa di San Pietro è cresciuta molto. «È sentita da tutti i veneziani, non solo dei residenti di Castello, e da festa patronale per ricordare San Pietro Apostolo, è diventata festa cittadina. Nei cinque giorni in campo possiamo dire che passa a trovarci l’intera città. E poi è significativo il punto di ritrovo sotto la Basilica, un tempo sede vescovile del Patriarcato. Oggi possiamo dire, con un po’ di sano orgoglio, che la festa è entrata di diritto nel ristretto novero delle ricorrenze veneziane più sentite insieme al Redentore alla Sensa, la festa della Salute, Regata Storica San Marco e Vogalonga. Sono appuntamenti che creano appartenenza e solidarietà tra noi».

Lorenzo Mayer

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Famiglia: servono più servizi e testimonial

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 12:28

Meno tasse, più servizi, sostegno crescente a chi fa due o più figli. Saranno queste le misure che il nuovo Governo prenderà per sostenere la famiglia?

Vedremo nelle prossime settimane. Certo è che il “Governo del cambiamento” dovrebbe farsi sentire con forza su questo tema. Una sollecitazione indiretta, ma quanto mai autorevole, è venuta nei giorni scorsi dal Papa che, incontrando il Forum delle Famiglie, ha detto che «il pieno riconoscimento e l’adeguato sostegno alla famiglia dovrebbero rappresentare il primo interesse da parte delle istituzioni civili, chiamate a favorire il costituirsi e il crescere di famiglie solide e serene, che si occupino dell’educazione dei figli e si prendano cura delle situazioni di debolezza».

Ora sta a chi governa prendere decisioni che ridiano respiro all’attuale situazione asfittica: ogni donna italiana genera mediamente 1,34 figli, molti meno dei 2,1 necessari per mantenere stabile nel tempo la popolazione, e meno di quanti ne fanno le donne francesi: 1,93.

Per ora, il “contratto” da cui è nato il Governo Conte prevede alcune misure: innalzamento dell’indennità di maternità; sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli; rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui Iva a zero per prodotti neonatali e per l’infanzia. Inoltre, agevolazione per le famiglie con anziani a carico, compresa l’assistenza domiciliare anche tramite colf e badanti.

Altrove, in Francia per esempio, si fa di più. Si è introdotto il quoziente familiare, che divide le imposte per il numero dei componenti della famiglia. E ci sono misure fiscali che sostengono il redditi e il ceto medio e non solo quello basso (come già accade in Italia). Vedremo.

Siamo però convinti che le pur necessarie misure economiche e fiscali non basteranno a invertire la rotta. In Italia la cultura della famiglia è sempre più gracile. Si indebolisce cioè l’idea che famiglia sia bello. Passa sempre più invece, in particolare nei media, l’idea che non avere legami e vivere da single sia la scelta preferibile.

Invertire la rotta si può. Bisogna però proporre, soprattutto tramite i media, testimonianze convincenti di quanto è bella e attraente la vita in famiglia. Se non tornerà una cultura pop della famiglia non basteranno i puntelli di alcun “Governo del cambiamento”.

Lo dimostra anche l’incontro dell’altro giorno di Papa Francesco: «Grazie», ha detto: «Da tempo non sentivo parlare sulla famiglia con tanta passione. Ci vuole coraggio per farlo oggi». Appunto: coraggio e passione che facciano venire voglia anche a tanti altri.

Giorgio Malavasi

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Sicurezza sul lavoro, Gianni Finotto: «Non servono leggi, ma cultura. E un contagio pop»

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 11:16

«Fino a quando non capiremo il valore umano degli incidenti sul lavoro, le ricadute tragiche sulle persone, sulle famiglie, sugli affetti, sulla vita di donne e uomini che soffrono e fino a quando non capiremo il valore sociale di tutto ciò, possiamo creare tutte le leggi che vogliamo e mettere un carabiniere davanti a ogni cancello di fabbrica, ma nulla cambierà».

Gianni Finotto dice di esserne «visceralmente» convinto: la sicurezza sul lavoro aumenterà e gli incidenti diminuiranno quando ci si convincerà che è bene accada. Cioè che è conveniente. Per tutti, non solo per qualcuno.

Lavorare sulle teste, la vera sfida. «È solo una questione culturale», sottolinea il docente di Ca’ Foscari, direttore del master in Scienza e tecniche per la prevenzione e sicurezza. Un corso a numero chiuso, unico nel suo genere almeno per l’approccio: assai più culturale che tecnico.

«Perché la cosa su cui lavorare – rimarca l’esperto – sono le teste, non tanto per le competenze quanto per le motivazioni e convinzioni». In queste settimane si parla spesso di sicurezza nei luoghi di lavoro: ne parlano le cronache, innanzitutto, per il numero crescente di incidenti gravi, a volte mortali. Nei primi quattro mesi del 2018 sono morte 190 persone, nel Paese, 21 in Veneto. «In effetti – precisa Finotto – il dato tendenziale di quest’ultimo periodo crea grande allarme sociale, ma nel lungo periodo il dato è in miglioramento. Considerando un intervallo temporale breve, i numeri possono salire, come accade oggi, e si crea un allarme sociale non giustificato. Però è giusto creare attenzione. Ricordando, comunque, che le scelte non devono cavalcare le onde emotive».

Per chi è davvero un problema? Negli ultimi vent’anni le aziende – prosegue il docente – sono molto migliorate per quanto riguarda macchine, impianti e attrezzature, in ordine alla sicurezza. «Manca una cosa da mettere a posto: le teste. E mettere a posto una testa è cosa più difficile che comprare una macchina nuova. E quali sono le teste da “attrezzare”? Tutte. Guai se penso che sia solo quella dell’operaio. Chi di noi, in fondo, sente davvero la sicurezza sul lavoro come un problema?».

Il problema di fondo è che tutto ciò che riguarda la sicurezza nel contesto del lavoro «viene vissuto come un obbligo di legge, non come un’opportunità: finché non passeremo davvero a considerare il problema aldilà dell’obbligo di legge non faremo mai un vero passo in avanti».

Parimenti, finché la sicurezza viene vista nell’ambito dei costi economici e non ne viene visto il costo umano e sociale, non ci sarà progresso. «Salvo poi capire – spiega il prof. Finotto – che i costi della mancata sicurezza, secondo dati Inail, sono il 3% del Pil, ogni anno. Tra costi diretti e indiretti si arriva a 50 miliardi di euro l’anno».

Servono testimonial convinti, cioè credibili. Il che significa che una maggiore sicurezza produrrebbe non solo vantaggi per il minor numero di lutti e drammi umani, ma anche un ritorno economico, guarda un po’. Ma la soluzione non è normativa: «Le leggi non mancano, anzi, ci sono tutte. E i controlli ci sono pure.

È l’aspetto motivazionale che va sollecitato. Quindi aldilà dei corsi che vengono fatti, e ne vengono fatti, quel che conta non è la quantità, ma la qualità di ciò che si dice e si fa». Se non c’è la motivazione, non succede nulla: «E la motivazione – conclude Finotto – scatta quando ci sono delle persone che sono in grado di trasferirla, per contagio, per testimonianza. Se tu ci credi, io mi porrò il problema; se lo fai per mestiere, no. Per aumentare la sicurezza e ridurre incidenti e tragedie abbiamo bisogno di testimonial credibili, perché convinti. Serve, insomma, un contagio pop».

Giorgio Malavasi

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Venezia, Scuola Grande di San Rocco: prima suora nell’arciconfraternita. Domenica l’ingresso di 21 nuovi confratelli

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 10:03

C’è anche una suora, ed è una primizia per la storia ultrasecolare della Scuola Grande di San Rocco: suor Virginiana Dalla Palma è la prima religiosa ad entrare tra i confratelli.

È stata votata, insieme ad altri venti candidati, dall’ultimo Convocato dell’arciconfraternita veneziana. Domenica 1° luglio vestiranno tutti la cappa e parteciperanno alla Messa che renderà più solenne, in un clima di preghiera, l’ingresso dei nuovi confratelli.

«Aumentiamo, ci ringiovaniamo e proseguiamo nella nostra missione, nella continuità»: è l’auspicio del Guardian Grando, Franco Posocco: «La cifra dell’arciconfraternita non è meramente culturale: puntiamo semmai ad una spiritualità umanistica, di valenza religiosa e civile».

Il che si traduce non solo in conservazione e valorizzazione del grande patrimonio di arte e architettura ereditato dalla storia, ma anche in un segnale culturale e, in senso lato, politico: «Siamo – spiega il Guardian Grando – per la continuità di una Venezia che reca a tutti un messaggio di tolleranza, di qualità dello stare insieme. Diciamo no all’attuale turismo di consumo e alla trasformazione della città in un centro di servizio al turismo di consumo. Proponiamo invece una Venezia di residenza stabile e di relazioni con il mondo».

I confratelli, grazie ai nuovi ingressi, arrivano a toccare le 450 unità, in aumento. Erano all’incirca 350, infatti, all’inizio del secolo. Segno di un interesse crescente, in città, per questa istituzione che ha sei secoli di storia alle spalle, che tiene sempre presente la continuità ma che investe nel nuovo.

Ne è prova, appunto, la prima suora, così come lo era stato, qualche decennio fa, la prima donna (prima i confratelli erano solo uomini). «Oggi – prosegue Posocco – aumentano le donne e ci sono più giovani. La Scuola attinge dalle persone più impegnate, che non significa dai ceti sociali più abbienti o in vista, ma dalle persone che più si danno da fare per Venezia, secondo uno stile cristiano e solidale».

I nuovi confratelli sono: Anna Bianchini, Bruno Bernardi, Carlo Trevisan, Dario Lugato, Enrico Ragazzo, Federico Griguolo, Gianfranco Trabuio, Giorgio Benetello, Giorgio Bortolotto, Giorgio Malavasi, Giulio Smarghetto, Loris Tosi, Luca Corrò, Maria Gatto, Michelangelo Savino, Paola Vianello, Patrizia De Rossi, Roberto Valente, Sandro Boato, suor Virginiana Dalla Palma, Vito Nicola Stigliano. La cerimonia del loro ingresso nell’istituzione si terrà domenica 1° luglio, alle ore 11, nella Scuola Grande di San Rocco.

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Mestre, teatro e danza al Toniolo: ventitré appuntamenti per una Stagione

Gente Veneta - Gio, 28/06/2018 - 07:52

Michele Placido, Luca Barbareschi, Giuliana De Sio, Silvio Orlando, ad attori ormai nel pieno della maturità artistica, come Pierfrancesco Savino, Giuseppe Battiston, Lunetta Savino, Maria Amelia Monti, Luisa Ranieri, Marco Paolini, Roberto Citran, Serra Yilmaz, Lorella Cuccarini, oltre a giovani emergenti, come Paolo Ruffini, Alessio Boni e Violante Placido.

Saranno i protagonisti, in un mix di opere classiche e contemporanee, della stagione di Prosa 2018/19 “Io sono Teatro”, del Toniolo, presentata mercoledì 27, insieme alla stagione “Io sono Danza”, nel foyer del teatro, con una conferenza stampa a cui hanno preso parte l’assessore comunale alle Politiche giovanili, Simone Venturini, il dirigente del Settore Cultura del Comune, Michele Casarin, il direttore di Arteven, Pierluca Donin.

Confermata la ‘Giovani a teatro card’, che darà modo di vedere gli spettacoli a 2,50 euro. Quindici gli appuntamenti in programma, con apertura affidata a Michele Placido con “Sei personaggi in cerca di autore” (7-11 novembre) e chiusura con Silvio Orlando, interprete di “Si nota all’imbrunire” (12-14 aprile).

In cartellone opere classiche di autori immortali come Shakespeare, Pirandello, Cervantes, Agatha Christie o Wilde, ma anche testi contemporanei originali.

Presentate anche la stagione di danza (con quattro spettacoli in cartellone: “Aeros”, il 27 novembre, con gli atleti della federazione rumena di ginnastica; “#Hastag 2.0”, il 2 febbraio, con i Pockemon Crew; “Smashed”, il 2 marzo, con i Gandini Juggling; “Carmen.maquia”, il 16 aprile, con la Titoyasa Dansa) e “Teatro per le Feste” (con quattro appuntamenti previsti tra il 22 dicembre ed il 6 gennaio).

“Ogni stagione – ha osservato Casarin – sembra impossibile poter fare ancora meglio della precedente: ogni volta, invece, alla fine, grazie al lavoro di tutti, riusciamo ad offrire al pubblico mestrino e metropolitano qualcosa in più. Ed il fatto che tanti giovani vengano a teatro, e che il Toniolo registri un riempimento medio di oltre il 75% ci incoraggia ad andare avanti per questa strada”.

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Mestre, all’Istituto salesiano San Marco nasce un nuovo corso post diploma in meccatronica

Gente Veneta - Mar, 26/06/2018 - 12:51

Una nuova opportunità e una nuova occasione di inserimento nel mondo lavorativo. Nasce, infatti, un nuovo corso post diploma, l’ITS Academy Meccatronico Veneto, che coinvolge numerose scuole del territorio veneziano e ha il suo perno nell’Istituto Salesiano San Marco di Mestre,

In Veneto, infatti, è forte la domanda di tecnici specializzati in questo settore, tanto che i dati dicono che il 95% dei diplomati all’ITS Meccatronico Veneto è occupato (fonte Miur/Indire, Monitoraggio nazionale 2018 sul Sistema ITS).

Le attività che avranno inizio a partire da ottobre 2018, in stretta collaborazione con molte scuole del territorio veneziano, coinvolte in questo progetto attraverso una condivisione attiva: Istituto Tecnico Industriale Statale “Zuccante” di Mestre, Istituto di Istruzione Superiore “Levi-Ponti” di Mirano, Istituto di Istruzione Superiore “Pacinotti” di Mestre, Collegio salesiano “Astori” di Mogliano Veneto, Istituto Tecnico Tecnologico “Fermi” di Venezia, Liceo “Majorana-Corner” di Mirano, Istituto di Istruzione Superiore “Bruno-Franchetti” di Mestre.

L’ITS Academy Meccatronico Veneto è una Scuola Speciale di Tecnologia, un “piccolo politecnico” specializzato nella meccatronica, in contatto diretto con le industrie del settore: i professori saranno, infatti, per il 50% provenienti dalle scuole e per l’altro 50% direttamente dalle aziende, assicurando un costante confronto con le necessità e le richieste del mondo produttivo.

Il corso, con cadenza biennale (il primo sarà quindi 2018-2020), è a numero chiuso con 24 posti.

Per essere ammessi occorre partecipare gratuitamente ad una selezione che si terrà il 17 luglio prossimo a Vicenza presso la sede dell’ITS. La domanda di partecipazione alla selezione va presentata entro il 16 luglio 2018 attraverso il sito web www.itsmeccatronico.it. Può partecipare alla selezione chi possiede un diploma di scuola media superiore quinquennale rilasciato dal Ministero della Pubblica Istruzione o un titolo di studio straniero equipollente, riconosciuto dallo Stato Italiano. La selezione consisterà in una valutazione dei titoli (tipo di diploma e voto ottenuto all’esame di Stato); un test di inglese, informatica e cultura tecnica di base (sono richieste le normali conoscenze a livello di scuola media superiore); un colloquio attitudinale.

Le lezioni si svolgeranno poi a Mestre da ottobre:

• 500 ore per 4 semestri per 2.000 ore totali (corso ottobre-febbraio e marzo-giugno);

• 1.200 ore tra lezioni in aula, esercitazioni in laboratorio e visite di studio;

• 800 ore di tirocinio in aziende del settore;

• 5 giorni di frequenza alla settimana (lunedì-venerdì);

• 8 ore al giorno in alternanza tra scuola e lavoro;

• 50% dei docenti proveniente dal mondo del lavoro.

Durante la pausa estiva (luglio-settembre), inoltre, sono previsti tirocini all’estero con le borse di studio del progetto Erasmus+.

Ai corsisti è richiesta una quota annua di iscrizione di 500 Euro, suddivisa in due rate, ma sono anche previste borse di studio per i migliori e esenzioni per chi si trovi in condizioni economiche disagiate (ISEE). Al termine del Corso viene rilasciato il Diploma di Tecnico Superiore per l’Automazione ed i Sistemi Meccatronici, riconosciuto a livello europeo (5° livello quadro europeo delle qualifiche – EQF).

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Inaugurata, dopo la riqualificazione, Villa Maria Ausiliatrice a San Vito di Cadore. Il Patriarca: «I criteri sono uso pastorale e sostenibilità economica»

Gente Veneta - Lun, 25/06/2018 - 18:28

«L’uomo non sia una macchina che deve solo fare prestazioni… La domenica non è solo il giorno del Signore, ma anche il giorno fatto per l’uomo, per il suo riposo».

È la cifra spirituale, nelle parole del Patriarca, della ritrovata Villa Maria Ausiliatrice. Oggi, lunedì 25 giugno, è proprio il giorno del re-incontro con la casa per ferie del Seminario patriarcale. Dopo poco meno di un anno di intensi lavori, l’edificio torna ampiamente riqualificato, pronto ad ospitare tante persone e gruppi per periodi vacanza a San Vito di Cadore.

La decisione di affrontare l’intervento non è stata facile, ha ricordato mons. Moraglia, intervenendo prima della benedizione e dell’ingresso ufficiale al termine del cantiere: «Quando si maneggiano soldi della Chiesa o si è disinvolti o si è cauti». Perciò un’attenta valutazione era più che opportuna.

La motivazione che ha spinto la Diocesi a sostenere la grande opera, costata più di due milioni di euro, è legata all’uso pastorale che se ne farà: «È un investimento – spiega il Patriarca – sia per il Seminario che per i gruppi dei formatori nei vari ambiti della pastorale, che hanno bisogno prima di tutto della molla della fede, ma poi anche di un contesto di strutture».

Due i criteri che sottostanno alla decisione di intraprendere i lavori: sostenibilità economica e significato pastorale. L’uno e l’altro, prosegue il Patriarca, vanno sempre tenuti presente.

Il sindaco di San Vito, Franco De Bon, accompagna la riflessione del Patriarca con quella di chi rappresenta la comunità e il territorio locali: «Abbiamo un obiettivo in comune: sapere accogliere gli ospiti che arrivano a San Vito. È mio impegno valorizzare questo territorio con i “prodotti” che può offrire: montagne, storia, cultura, turismo sostenibile e una frequentazione il più possibile spirituale e culturale. Il vostro lavoro è un esempio qualitativamente virtuoso con anche un apprezzabile riscontro economico per le casse del Comune. Grazie».

«Questi 11 mesi di lavoro – conclude mons. Moraglia – sono stati un piccolo miracolo umano, quel miracolo che il Signore si attende. Ma il vero grande miracolo è ciò che di buono il Signore saprà fare nella vita delle anime della comunità, anche grazie all’uso di questa casa». (con la collaborazione e le foto di Giovanni Carnio e Lorenzo Manzoni)

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Biglietto unico dei trasporti nel Veneziano, anno primo: venduti 85mila biglietti. Il 90% comprensivi di gratuità per under 12

Gente Veneta - Lun, 25/06/2018 - 17:21

Sono passati più di 365 giorni da quando è stato inaugurato Venezia Metropolitana 24, il pass integrato per viaggiare su tutta la rete di trasporto gestita dal Gruppo Avm, la società della mobilità veneziana, e Atvo, l’azienda di trasporti del Veneto orientale.

Un anno che si chiude con un bilancio di 85.175 biglietti venduti. Il sistema permette di muoversi scegliendo tra vettori e mezzi di trasporto diversi e componendo il proprio viaggio a piacimento tra le destinazioni possibili.

Il titolo di viaggio integrato Venezia Metropolitana 24 ha durata di un giorno e permette di usufruire in libertà nelle intere reti servite da Avm/Actv e Atvo – e a partire dal 10 giugno anche Arriva Veneto – nell’arco delle 24 ore dalla prima validazione – ad esclusione del collegamento da e per l’Aeroporto Marco Polo di Venezia e l’Aeroporto Andrea Canova di Treviso.

Il biglietto costa 30 euro per i non residenti ed è offerto al prezzo di 20 euro per i quasi 900 mila residenti compresi tra i 44 Comuni della Città metropolitana di Venezia e il comune di Mogliano Veneto. I biglietti si possono acquistare in tutti i canali commerciali di Avm/Actv e Atvo compreso l’online e il mobile. I bambini fino al compimento dei 12 anni accompagnati viaggiano gratis.

Il 90% dei ticket sono stati comperati in formule che prevedevano la gratuità per under 12. Nello specifico, a fronte di 8.498 pass ordinari, sono stati venduti 46.169 biglietti ordinari con un under 12 e 30.508 ordinari con due under 12.

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Sant’Andrea di Favaro: festeggiato don Michele Somma, prete da 50 anni

Gente Veneta - Lun, 25/06/2018 - 12:51

Cinquant’anni da sacerdote e tanti anni a Favaro, sempre presente e disponibile per la realtà pastorale della zona e per intrecciare relazioni di amicizia e cordialità. Per tutto ciò, nella solennità di San Giovanni Battista, domenica 24 giugno nella parrocchia di Sant’Andrea Apostolo a Favaro Veneto, è stato festeggiato don Michele Somma, per lunghi anni parroco di Sant’Andrea, appunto.

Don Michele Somma, con don Amdrea Volpato, taglia la torta per la festa dei suoi 50 anni da sacerdote

 

Amato e benvoluto da tutti, persone disponibile e di grande spessore spirituale e apertura pastorale, don Michele ha festeggiato presiedendo la Messa delle ore 10.30. È seguito un rinfresco in patronato, con la partecipazione di tante persone grate al sacerdote che ricorda mezzo secolo di ordinazione.

(Con la collaborazione e le foto di Antonio Perazzi)

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Burano, in tanti alla Festa della Famiglia. I proventi per il restauro del patronato parrocchiale

Gente Veneta - Dom, 24/06/2018 - 22:15

Il Gruppo Oratorio e i ragazzi del Grest hanno organizzato in occasione della “Festa della Famiglia 2018”, una grande manifestazione che si sta svolgendo in questi giorni nel patronato della parrocchia di San Martino Vescovo a Burano.

Molte le iniziative (un più vasto articolo uscirà in Gente Veneta di venerdì 29): sabato 23 tutti di corsa per le vie di Burano e Mazzorbo. Nel tardo pomeriggio, infatti, si è corsa la seconda edizione della “Family Fun Runner”, una gara podistica non competitiva aperta a bambini e adulti in ricordo di Marco Rossi.

Il gran finale è previsto per sabato 30: alle ore 19 apertura dello stand gastronomico con polenta e costicine, a seguire, alle ore 21 l’associazione “Non solo Carnevale” ha organizzato l’evento “Carnevale d’estate” dove tutti i partecipanti potranno divertirsi con balli in maschera.

Tutto il ricavato della festa verrà investito nel “Progetto Oratorio” che in questi anni si sta adoperando per il restauro delle strutture del patronato attraverso l’istallazione di nuovi giochi per bambini ed il ripristino delle aule interne. Un ringraziamento va a don Enzo Piasentin per la sua infinita disponibilità, a tutti gli adulti che compongono il “Gruppo Oratorio”, ai ragazzi del Grest e a tutti i volontari che dedicano il loro tempo libero per la comunità di Burano.

Valentino Tagliapietra

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Don Francesco e don Steven, nuovi sacerdoti. Il Patriarca: fede e amore il vostro criterio fondante

Gente Veneta - Sab, 23/06/2018 - 13:52

Fede e amore, prima di ogni calcolo e considerazione, sono il criterio fondante di ogni altra scelta. È il messaggio di fondo consegnato dal Patriarca Francesco a Francesco Andrighetti e Steven Ruzza, ordinati sacerdoti oggi, sabato 23 giugno, nella basilica di San Marco.

Don Francesco e don Steven sono la continuità della nostra Chiesa e rappresentano un momento di gioia e di speranza, ha sottolineato il Patriarca. Con lui i parenti e gli amici dei due ordinandi, ma anche tanto sacerdoti della Chiesa veneziana: almeno una novantina.

L’ingresso dei due giovani tra i presbiteri veneziani è anche motivo di gratitudine: innanzitutto «verso verso Dio Padre, il celeste Padrone della messe, perché continua a donare operai per la Sua messe». Poi per tutti coloro che li hanno accompagnati e aiutati nel cammino di formazione: «A quanti hanno pregato per loro, ai formatori del Seminario, alle comunità di provenienza, alle loro famiglie. E ricordo a quanti li hanno sostenuti e incoraggiati, anche con piccoli gesti – rimarca mons. Moraglia – che tutto ciò che hanno fatto è scritto, per l’eternità, in cielo, nel libro di Dio, ove l’inchiostro non scolora e le pagine non sgualciscono».

Da sinistra: don Steven Ruzza e don Francesco Marchesi (le foto di questa pagina sono di Alessandro Polet)

La riflessione del Patriarca, nell’omelia della Messa, si concentra sulle parole del Vangelo. Queste: «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6, 31-34).

Parole che aprono a una conseguenza chiara: «Cogliamo la voce di Dio nella nostra vita e le rimaniamo fedeli se non ricerchiamo noi stessi, se non imponiamo il nostro io ma ricerchiamo la sapienza di Dio, il Suo progetto, e ci chiediamo che parte abbiamo in esso. In tal modo, la vocazione vissuta come adesione al progetto di Dio richiede un cuore libero e, poi, il senso vero della povertà considerata non solo come distacco dalle persone, dalle situazioni e dalle cose, ma come distacco da se stessi. La vera e prima povertà, quindi, è il distacco dalla propria volontà; ecco il senso e il fondamento dell’obbedienza che, se non ha qui il suo forte radicamento, si limiterà ad eseguire le richieste che assolveremo come qualsiasi persona che si inserisca in un ordine stabilmente riconosciuto e che, in qualche modo, va rispettato».

Tutto ciò può accadere solo perché «all’origine della chiamata al sacerdozio ministeriale c’è solo Dio, il Padre, la Sua infinita misericordia. E quindi non siamo chiamati a eseguire degli ordini ma piuttosto, attraverso l’esercizio del ministero (gli atti che gli sono propri), a rendere presente Gesù, eterno Figlio del Padre e sommo Sacerdote».

Perciò il Patriarca cita una frase di Sant’Ambrogio e la affida a don Steven e don Francesco perché li accompagni nel loro cammino sacerdotale: «“…non la candidatura dovuta all’iniziativa personale né la propria presa di possesso – scrive il santo milanese – ma la chiamata celeste, così che possa offrire i sacrifici per i peccati, chi sia nella condizioni di soffrire per i peccatori… uno non deve accettare una carica per il proprio interesse, ma essere chiamato da Dio come anche Aronne; così anche Cristo non pretese, ma ricevette il sacerdozio”.

«Carissimo don Francesco, carissimo don Steven – conclude il Patriarca – questo pensiero di Ambrogio entri in voi e plasmi il vostro sacerdozio, così che mai vi impossessiate di un ufficio, qualunque esso sia (parrocchiale o diocesano); allora, in voi, il presbiterato sarà quel servizio che oggi, con molta gioia, vi viene affidato per l’imposizione delle mani del Vescovo».

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Carote nel Veneziano: anno d’oro dopo un anno di piombo. Rocca (Confagricoltura): serve più stabilità

Gente Veneta - Ven, 22/06/2018 - 17:16

Un anno d’oro, quello in corso, per le carote prodotte nel Veneziano. Ancor di più per quelle prodotte nei mesi freddi e primaverili, poiché il freddo rigido di quest’inverno ha reso difficili le colture dei Paesi europei soprattutto al Nord. «Così abbiamo potuto vendere il nostro prodotto anche a 50 centesimo al chilogrammo. Ma l’anno scorso, invece, è andata male: si è scesi fino al 3 centesimo al chilo per via un inverno mite nell’Europa centrale», dice l’imprenditore agricolo di Chioggia Michele Bellan.

Il punto sulle carote veneziane è stato fatto da Confagricoltura Venezia. Chioggia resta la capitale della carota. La provincia di Venezia nel suo complesso è al secondo posto in Veneto (dopo Rovigo) per produzione e per area coltivata dedicata a quest’ortaggio. Le aree di Chioggia e Rosolina (Rovigo) da sole costituiscono il cuore della produzione veneta di carote, con 323 ettari a Rovigo e 225 a Venezia, e con una produzione rispettivamente di 152.000 quintali e 115.000 all’anno.

Molto dipende dalla stagione, quindi; e i cambiamenti climatici incidono in misura sempre più forte sui risultati. «L’investimento necessario per la coltivazione di 20 ettari – continua Bellan – è pari a circa 180 mila euro. E la spesa, per me agricoltore, per produrre un chilo di carote è di circa 15 centesimi. Inoltre si deve considerare che ogni raccolto presenta circa il 20% di prodotto di scarto, non commerciabile visto che potremmo dire che oggi “si mangia con gli occhi” e la grande distribuzione compra solo prodotti di un certo calibro e di bella apparenza, oltre che di buona qualità».

Il litorale di Chioggia presenta una microclima particolarmente favorevole alla coltivazione di ortaggi – ha affermato Giulio Rocca, presidente di Confagricoltura Venezia. Si tratta però di riuscire a garantire agli agricoltori una maggiore stabilità e continuità dal punto di vista commerciale ed economico.

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Crimi (sottosegretario all’editoria): sì al sostegno a giornali che raccontino il territorio. E pieno sostegno a nuovi progetti web

Gente Veneta - Ven, 22/06/2018 - 14:12

“È importante che quando un lettore acquista un giornale sappia chi ne detiene la proprietà (oggi molto spesso nascosta dietro sigle e nomi ai più sconosciuti) per comprendere se la comunicazione che veicola è condizionata o meno”. Quella a “La Voce del Popolo”, il settimanale della diocesi di Brescia, è stata la prima visita del sen. Vito Crimi (M5S), a pochi giorni dalla nomina a sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega per l’editoria, a un’espressione di quelle realtà editoriali che fanno riferimento alla Fisc (Federazione italiana settimanale cattolici) che, con la legge 198/2016, avevano finalmente visto riconosciuti quei principi relativi al pluralismo dell’informazione per troppo tempo rimasti prerogativa quasi esclusiva di grandi gruppi editoriali.

Il nuovo sottosegretario, per sua ammissione, è ancora agli inizi nel cammino di conoscenza di quel mondo complesso che gli è stato affidato.
“Ancora devo conoscere sino in fondo la realtà della stampa locale per comprendere quanto questa sia realmente efficace nel suo sforzo di raccontare i territori di riferimento – ha affermato il sottosegretario -. Mi interessa capire quanto riesca effettivamente a dare voce, a parti di territori e a fette di popolazione normalmente escluse dal circuito comunicativo”. Anche quando si parla di stampa locale, per Crimi, è importante sapere chi sia l’editore e il finanziatore della stessa, perché non ci siano anche in questo campo particolari condizionamenti. “Una delle cose che spero di poter realizzare – ha affermato al proposito – è di introdurre anche in questo settore il massimo della trasparenza: permettere ai lettori di sapere chi sono i finanziatori, anche attraverso la raccolta della pubblicità, è un dato importante perché alla lunga consente loro anche di conoscere il racconto che il giornale fa della realtà, la linea editoriale che adotta.

Anche se non è il caso dei settimanali diocesani, è importante che quando un lettore acquista un giornale sappia chi ne detiene la proprietà (oggi molto spesso nascosta dietro sigle e nomi ai più sconosciuti) per comprendere se la comunicazione che veicola è condizionata o meno”.

L’Italia è il Paese dei singoli territori e delle piccole comunità. Una stampa realmente a servizio di queste realtà quali caratteristiche dovrebbe avere, oltre a quella della trasparenza?
Innanzitutto dovrebbe essere in grado di autosostenersi dal punto di vista economico. Ci sono tanti esempi di realtà nel campo dell’informazione locale che sono sostenute dalle comunità a cui fanno riferimento. Questo consentirebbe di superare la logica della dipendenza, più o meno manifesta, da chi sostiene economicamente la testata. Il rapporto diretto con una comunità che si riconosce in un giornale dà anche nuova forza allo stesso per un’informazione realmente libera.

La recente riforma della legge sull’editoria ha cercato di andare incontro alle richieste di norme che tutelassero a tutti gli effetti il pluralismo nel campo della comunicazione…
Tante iniziative italiane hanno preso le mosse da intenti lodevoli e condivisibili, per poi trasformarsi negli anni in qualcosa di diverso e magari diametralmente opposto agli obiettivi per cui erano state pensate. Pensiamo alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti concepita per rendere possibile anche alle forze meno rappresentativa la partecipazione alla vita politiche del Paese. Tutti sappiamo in cosa si è trasformata. Qualcosa del genere è successo anche con la legge per i finanziamenti pubblici all’editoria, una normativa che ha consentito a qualcuno di fare soldi con un meccanismo che va evitato. Per questo è necessario procedere con un lavoro di analisi e conoscenza della realtà esistente, per approfondire, distinguere e dotarsi il prima possibile di tutti gli strumenti in grado di verificare l’efficacia dei finanziamenti all’editoria. Non si tratta più di limitarsi ad erogare fondi alle aziende editoriali, occorre individuare tutti quegli strumenti per verificare come il prodotto editoriale realizzato abbia una sua efficacia. La domanda che occorre porsi è se un giornale distribuito a livello locale viene preso e gettato subito nel cestino o se veramente viene percepito come significativo strumento di informazione per il territorio. Oggi questa differenza non interessa, eppure è di capitale importanza. Quello che ancora devo capire e mettere a punto è il modo in cui si possa arrivare a questo tipo di verifica. Si tratta di una scommessa che voglio assumere, insieme a quella del digitale…

Un’altra partita importante nel capitolo dei finanziamenti…
Sì, indubbiamente! Il finanziamento che lo Stato oggi dovrebbe garantire, questa almeno è la mia idea, è quello a sostegno dell’avvio di prodotti editoriali digitali. In questo caso il sostegno potrebbe essere anche totale e coprire un certo numero di anni, a patto che il progetto presentato garantisca allo stesso di riuscire a camminare, dopo un certo periodo di tempo, con le proprie gambe, così da ridurre progressivamente la presenza dello Stato.

Quello del digitale, almeno in Italia, sembra un treno già passato e su cui solo in pochi sono stati in grado di salire, anche se molte diocesi italiane su questo piano hanno scommesso in modo determinante…
Concordo che forse un primo treno è passato. Bisogna però prepararsi per essere pronti a salire sul secondo che dovesse arrivare. Per questo è necessario continuare a investire sul digitale, anche con incentivi, perché la stampa italiana possa cogliere occasioni che vanno facendosi sempre più ristrette. Certo, occorre trovare il modo di far comprendere che quello dell’informazione “servita” online è un servizio che costa e che per questo il lettore deve essere educato al fatto che un’informazione di qualità online va pagata. Torno a dire, però, che quella dell’informazione digitale è una scommessa che va assunta sin da subito, anche per far fronte a evidenti ritardi che già sono si sono accumulati.

Non c’è il rischio, però, che molti assumano questa scommessa del digitale perché “attratti” dal miraggio del risparmio e dei tagli sul fronte economico?
Sì, il rischio c’è ed è evidente. Quando parlo di scommessa digitale della comunicazione e di contributi a nuove start up in questo settore penso, però, a iniziative che non vengano attuate soltanto perché costano meno o fanno risparmiare l’editore, ma a vere e propri progetti editoriali che mettano al primo posto la professionalità e l’efficacia della comunicazione.

Massimo Venturelli

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Giornata del rifugiato: sabato 23, a Forte Marghera, laboratori per bambini e dibattito

Gente Veneta - Ven, 22/06/2018 - 13:43

Giornata mondiale del rifugiato. Sabato 23 giugno un ricco programma di iniziative a Forte Marghera. A promuoverle la Diocesi, il coro Voci dal mondo, il gruppo “Prove di un Mondo Nuovo” e il Centro di Lingua e Cultura Italiana per Stranieri.

Si inizia, alle ore 9, con un laboratorio di scrittura creativa per bambini. Con la guida di Daniele Aristarco e in collaborazione con il musicista Gianfranco Galati e l’illustratrice Stephanie Vailati, il laboratorio avrà per titolo “Una lingua imperfetta. Rinominare il mondo”.

«Per tanto tempo – dice l’autore – gli uomini hanno inseguito l’utopia di una lingua perfetta, provando a inventarne una artificiale. Una lingua in grado di ricomporre l’infinito mosaico, nato con la Torre di Babele. Io sogno una lingua “imperfetta”, una lingua viva, con un vocabolario in costante espansione, alla ricerca di nuovi suoni, nuove strutture, in grado di accrescersi costantemente: di “smisurarsi”. Una lingua inventata dai bambini».

Alle 9.30, nella sala conferenze della Fondazione Forte Marghera, la presentazione del libro “Io non lascio traccia. Storie di Invisibili” di Denis Baldan. Con l’autore converserà Gianfranco Bonesso, dirigente del Servizio Immigrazione del Comune di Venezia. Modererà Giorgio Malavasi di Gente Veneta.

Seguirà la lettura di un brano tratto dal libro “Fake, Non è vero ma ci credo” di Daniele Aristarco.
Al pomeriggio, al museo militare di Forte Marghera, iniziative per bambini e ragazzi. Alle ore 16 “Il colore del sapore”, con l’illustratrice Silvia Fabris, per bambini dai 3 ai 5 anni.

Alle 17.30 laboratorio per bambini dai 6 agli 8 anni, con l’uso di collage e tempere. Gli alunni del centro di lingua e cultura italiana per stranieri della Diocesi sceglieranno, fra tutte le proposte realizzate, il disegno che possa divenire il simbolo visivo di una scuola di stranieri aperta a tutti coloro che hanno necessità di imparare l’italiano. Al primo e al secondo classificato sarà consegnato un premio.

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Francesco Andrighetti, sabato 23 sacerdote: «Ho incontrato Dio nei miei genitori. Poi è arrivato un prete…»

Gente Veneta - Gio, 21/06/2018 - 18:53

Gioia, gratitudine, timore. «Provo gioia e gratitudine vedendo il percorso della mia vita, vedendo come Lui mi ha cambiato. Ma c’è anche un po’ di timore, di fronte a un passo come questo uno scopre le proprie fragilità».

Così don Francesco Andrighetti sintetizza le emozioni vissute in queste ultime settimane d’attesa, alla vigilia dell’ordinazione presbiterale che si terrà in San Marco sabato 23 giugno.

Nell’occasione, per le mani del Patriarca Francesco, diverrà prete della Chiesa di Venezia, insieme a Steven Ruzza (un’intervista a don Steven è anch’essa in genteveneta.it).

«Quando uno fa una scelta come questa, va in profondità e scopre tutto ciò che è. C’è un po’ il timore di non essere all’altezza. Però – sottolinea – quello che mi consola tanto è che in passato il Signore è stato fedele, nel senso che non mi ha mai fatto mancare niente. Confido che questa fedeltà resti. E’ a partire da questa certezza che sono capace di stare di fronte a tutto ciò che io sono, sebbene questo mi faccia un po’ paura».

Come è nata la tua vocazione?
La mia vocazione è nata in famiglia. Se devo dire dove Dio ha parlato nella mia vita e nella mia storia, è nel volto di mio padre e di mia madre. Io sono stato adottato e questo per me è stato un grande gesto d’amore, al di là della possibilità di vita che i miei genitori mi hanno dato, mi hanno insegnato a non vivacchiare, a capire bene cosa significano certi fatti della vita. Questa è la cosa più bella che mi hanno insegnato i miei genitori. Mi hanno sempre detto che la mia presenza qui con loro era un atto d’amore di Dio, per me Dio ha sempre avuto dei volti concreti fin dall’inizio. Non è mai stata un’astrazione è sempre stato un Dio che salva, che sta vicino, che tocca la carne.

Ma quando hai avvertito il desiderio di diventare sacerdote?
Mio padre e mia madre dicono che fin da bambino era nato in me questo desiderio. Poi crescendo, ho fatto la vita di un qualsiasi liceale… Solo alla fine del liceo sono entrato in seminario, ma con un po’ di paura. Non ero troppo sicuro, avevo anche una fidanzata. C’è però stato un fatto che mi ha portato a decidere. E’ stato l’incontro con un sacerdote di Comunione e Liberazione, spagnolo. Ho avuto con lui una chiacchierata, durante una vacanza. Mi ha detto: “Se tu vuoi capire cosa il Signore vuole da te, se hai questo desiderio, questa domanda, l’unica cosa che puoi fare è stare di fronte a questa domanda. Non puoi fuggire. Uno può avere tanti dubbi, tante incertezze, però se il Signore ha messo nel cuore questa domanda non puoi fare finta che non ci sia. Poi puoi comprendere che non è la tua strada, ma se vuoi essere in pace devi starci di fronte, sebbene non sia facile, perché puoi avere altri progetti e anche altre persone possono avere progetti su di te”. Infatti con la mia famiglia all’inizio è stato un po’ faticoso… Ma ciò che mi ha detto quel sacerdote è stato fondamentale: “Devi stare di fronte a ciò che Dio fa capitare, ciò che fa nascere nel cuore”. E così è stato.

Dove stai svolgendo servizio, ora?
Sono in parrocchia al Lido a Santa Maria Elisabetta, svolgendo servizio per tutta la collaborazione pastorale dell’isola. Inoltre insegno religione al Cif, all’Istituto sportivo Marinelli, a tutte le classi. E sto concludendo gli studi all’università, studio Filosofia e ormai sono quasi al termine del percorso di laurea.

Come ti vedi, come futuro sacerdote?
Ho detto più volte ai miei superiori e al mio vescovo che sono disposto a tutto, persino alla missione. Di certo mi piace studiare, non lo voglio negare, credo anche di essere portato. L’ambito educativo mi appassiona molto, ma lo farei in quanto prete. Prima dell’ingresso in seminario pensavo di fare medicina, quindi pensavo a tutt’altro. Mentre la passione per l’educazione è nata proprio con la vocazione sacerdotale. A prescindere da dove, a me piacerebbe insegnare, lo vedo legato alla mia vocazione. Anche quando vado all’università ci tengo ad andare vestito da prete, perché sono lì in quanto prete. Non nego la passione per lo studio, ma non mi penso chiuso in biblioteca, in un’attività fine a se stessa. Ho bisogno del contatto umano. Se ci fosse la possibilità di mettere assieme le cose, ne sarei felice.

Dunque ti piacerebbe insegnare?
Sì. Uno dei miei sogni sarebbe quello di continuare a insegnare, non solo religione, ma anche filosofia. L’ambiente della scuola è molto faticoso, ti domanda tutto, perché l’educazione chiede tutto. Trovo tante situazioni difficoltose, giovani lasciati da soli. Vedo giovani affaticati, già stanchi, già annoiati, senza alcun tipo di passione e questo secondo me nasce dall’ambiente in cui crescono. Per me l’educazione è far vedere che c’è una possibilità di vita. La scuola dovrebbe offrire questo.

Quale rapporto hai con le associazioni, con i movimenti? Cosa ha significato e significa per te in particolare Cl?
Io vengo dall’ambiente della parrocchia, anche se la mia fede ha avuto una svolta con l’incontro con Comunione e Liberazione nell’ultimo anno del liceo. Un incontro che mi ha portato a fare delle scelte, quello con il movimento di don Giussani è stato un legame decisivo per me in questi anni. Sono iscritto alla fraternità di Cl, sono legato soprattutto alla comunità degli universitari. Poi ho incontrato tanti mondi diversi stando in parrocchia, soprattutto quello degli scout che era un mondo che non conoscevo e che credo abbia delle potenzialità grandi, che alcune volte secondo me non sono sfruttate al massimo. Penso che ci vorrebbe una maggiore presenza da parte degli assistenti spirituali: quando mancano, è un’assenza che si percepisce subito. Così come si percepisce la presenza quando ci sono. Lo scautismo potrebbe sopravvivere anche senza la fede, ma se vuole davvero andare al fondo della propria esperienza ci vuole l’elemento di fede. E per questo, secondo me, è necessario che ci sia la presenza dell’assistente, più che nelle attività, nel rapporto con i capi. Dovrebbe esserci un rapporto reciproco: i capi più presenti nella vita della comunità e il parroco, o il sacerdote, più presente nel rapporto con i capi.

Quale ruolo dovrebbe avere, secondo te, la donna nella Chiesa?
Il genio femminile è decisivo per l’umanità e quindi anche per la Chiesa. Credo che purtroppo il genio della maternità di questi tempi si sia un po’ perso. Parlo di maternità anche non biologica, che si può esprimere in tanti modi. Quando si parla di questi temi non bisogna mai confondere la pari dignità con l’avere le stesse funzioni, ognuno esprime la propria dignità portando a compimento la propria vocazione, che è differente. La vocazione comprende tutta la persona. Se la donna viene meno a ciò che lei è crea confusione, nella storia e nella Chiesa. E poi penso alla figura della Madonna: non è scontato che sia una donna a mostrarci la certezza della vita cristiana, la nostra speranza. E’ lei a mostrarci la vita cristiana come possibile. Ed è una donna a mostrarcelo, credo proprio per questo suo genio che si esprime nella maternità.

Arrivato al termine di questo percorso, chi ti senti di ringraziare?
Ringrazio la mia famiglia e i tanti sacerdoti che mi hanno accompagnato, mons. Angelo Centenaro, don Raffaele Muresu, don Fausto Bonini, don Gilberto Sabbadin, don Gianni Bernardi. E inoltre ringrazio don Giacinto Danieli, al quale sono molto legato perché mi ha accompagnato fin dall’inizio. Un grazie al Seminario per quello che ha fatto per me, pur avendo anche sofferto in questi anni, perché il Seminario è un luogo di vita piena dove si cresce, si scherza, si soffre, si piange, dove non manca nulla di quello che è la vita. Sono molto legato e affezionato al Seminario, che è un luogo a cui ho voluto bene e a cui sono grato. Sono grato innanzitutto ai due vescovi, il card. Scola prima e poi il Patriarca Francesco, e ai due rettori, don Lucio Cilia e adesso don Fabrizio Favaro. Vorrei dire a tutti di non spaventarsi di fronte alla possibile chiamata del Signore, il Signore chiama e non bisogna aver paura. Fare finta che questa domanda non ci sia fa venire meno il disegno di bene di Dio per la Chiesa, per la propria storia, per la propria vita. Oggi si parla poco di vocazione nelle parrocchie, si parla di tante cose, ma non di progetti di vita, di qual è lo scopo della vita. Ci tengo come prete, io già nell’attività che faccio ci torno spesso e mi riprometto di farlo ancora di più. Ai giovani dico di non aver paura di fare scelte forti, radicali, incisive.

Serena Spinazzi Lucchesi

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Trasporti pubblici, prima gara europea in Veneto. A Padova chiuse le offerte: imprenditoria veneziana tra i tre contendenti

Gente Veneta - Gio, 21/06/2018 - 18:17

Tre concorrenti, due dei quali si chiamano Golia e uno Davide. Sono i protagonisti della gara europea per l’aggiudicazione dei servizi di trasporto pubblico urbano ed extraurbano nella provincia di Padova. Un servizio che prevede l’uso di 500 autobus e del tram già in servizio nella città patavina.

Termine per la consegna delle offerte scaduto oggi, 21 giugno; ed è la prima volta che, in Veneto, il servizio di trasporto pubblico in una provincia viene affidato con il meccanismo della gara europea. Nel vicino Friuli Venezia Giulia è già accaduto e, ad aggiudicarsi l’appalto è quello che, probabilmente, è uno dei due Golia.

Probabilmente perché per ora e fino a lunedì 25, quando si apriranno le buste, circolano solo voci. Ma sono molto insistenti e dicono che uno dei contendenti sarebbe il gruppo Arriva Italia, società controllata dalla tedesca Deutsche Bahn, tra i leader mondiali nel settore dei trasporti di passeggeri.

Il secondo Golia è noto: è Busitalia Veneto, società controllata dal gruppo Ferrovie dello Stato, che già gestiva il servizio di trasporto nel Padovano.

Il terzo è, appunto, Davide. Ovvero un raggruppamento temporaneo di aziende formato da La Linea spa, Atvo e Atv Verona. Un team tutto veneto con ampia rappresentanza veneziana: La Linea spa è, infatti, azienda con sede a Marghera. Atvo è l’azienda che fornisce i trasporti nel Veneto orientale e ha, tra i soci pubblici, la Città Metropolitana di Venezia e ventuno Comuni che gravitano nell’area del Veneto Orientale; inoltre ci sono alcuni soci privati. Atv è la società che gestisce i trasporti pubblici a Verona ed è controllata per il 50% dal Comune di Verona stesso e per l’altro 50% da una holding che fa capo alla Regione Lombardia.

C’è, insomma, una buona rappresentanza dell’imprenditoria e della società veneziana che cerca di vincere una gara da 353 milioni di euro, per una durata di nove anni.

A decidere se a prevalere saranno i Golia o Davide sarà solo in parte il criterio economico: il miglior prezzo varrà il 30% della valutazione. Il rimanente 70% dipende dalla qualità dell’offerta. Che significa, per esempio, avere una flotta di autobus con l’età media più bassa, ma anche privilegiare mezzi con trazione elettrica, che daranno più punteggio di quelli a metano, che a loro volta varranno di più di quelli con motore diesel…

Poi conteranno la dotazione di tecnologie per la sicurezza o per la vendita dei biglietti: ormai è inimmaginabile che non si possa usare uno smartphone per acquistare un titolo di viaggio…

Per la prima volta, infine, sarà necessario dotarsi di una piattaforma di validazione. Significa che tutto quello che avviene nell’azienda che gestirà i trasporti dovrà essere verificabile e trasparente per l’ente appaltante. E tutto in tempo reale: dove sono gli autobus in un dato momento, che eventuale ritardo hanno, quanti soldi stanno entrando in cassa grazie ai biglietti…: tutto dovrà essere tracciato e garantito.

Lunedì prossimo, dunque, buste aperte e prime osservazioni. Poi, però, occorreranno alcuni mesi per il vaglio tecnico e per sapere se, con una sola fionda, Davide riuscirà a ottenere il doppio del successo biblico oppure no. Sempreché, poi – come troppo spesso accade – ricorsi e impugnazioni non ritardino chissà quanto i tempi di aggiudicazione.

Giorgio Malavasi

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Gente Veneta - Gio, 21/06/2018 - 18:05

Gioia, gratitudine, timore. «Provo gioia e gratitudine vedendo il percorso della mia vita, vedendo come Lui mi ha cambiato. Ma c’è anche un po’ di timore, di fronte a un passo come questo uno scopre le proprie fragilità».

Così don Francesco Andrighetti sintetizza le emozioni vissute in queste ultime settimane d’attesa, alla vigilia dell’ordinazione presbiterale che si terrà in San Marco sabato 23 giugno.

Nell’occasione, per le mani del Patriarca Francesco, diverrà prete della Chiesa di Venezia, insieme a Steven Ruzza (un’intervista a don Steven è anch’essa in genteveneta.it).

«Quando uno fa una scelta come questa, va in profondità e scopre tutto ciò che è. C’è un po’ il timore di non essere all’altezza. Però – sottolinea – quello che mi consola tanto è che in passato il Signore è stato fedele, nel senso che non mi ha mai fatto mancare niente. Confido che questa fedeltà resti. E’ a partire da questa certezza che sono capace di stare di fronte a tutto ciò che io sono, sebbene questo mi faccia un po’ paura».

Come è nata la tua vocazione?
La mia vocazione è nata in famiglia. Se devo dire dove Dio ha parlato nella mia vita e nella mia storia, è nel volto di mio padre e di mia madre. Io sono stato adottato e questo per me è stato un grande gesto d’amore, al di là della possibilità di vita che i miei genitori mi hanno dato, mi hanno insegnato a non vivacchiare, a capire bene cosa significano certi fatti della vita. Questa è la cosa più bella che mi hanno insegnato i miei genitori. Mi hanno sempre detto che la mia presenza qui con loro era un atto d’amore di Dio, per me Dio ha sempre avuto dei volti concreti fin dall’inizio. Non è mai stata un’astrazione è sempre stato un Dio che salva, che sta vicino, che tocca la carne.

Ma quando hai avvertito il desiderio di diventare sacerdote?
Mio padre e mia madre dicono che fin da bambino era nato in me questo desiderio. Poi crescendo, ho fatto la vita di un qualsiasi liceale… Solo alla fine del liceo sono entrato in seminario, ma con un po’ di paura. Non ero troppo sicuro, avevo anche una fidanzata. C’è però stato un fatto che mi ha portato a decidere. E’ stato l’incontro con un sacerdote di Comunione e Liberazione, spagnolo. Ho avuto con lui una chiacchierata, durante una vacanza. Mi ha detto: “Se tu vuoi capire cosa il Signore vuole da te, se hai questo desiderio, questa domanda, l’unica cosa che puoi fare è stare di fronte a questa domanda. Non puoi fuggire. Uno può avere tanti dubbi, tante incertezze, però se il Signore ha messo nel cuore questa domanda non puoi fare finta che non ci sia. Poi puoi comprendere che non è la tua strada, ma se vuoi essere in pace devi starci di fronte, sebbene non sia facile, perché puoi avere altri progetti e anche altre persone possono avere progetti su di te”. Infatti con la mia famiglia all’inizio è stato un po’ faticoso… Ma ciò che mi ha detto quel sacerdote è stato fondamentale: “Devi stare di fronte a ciò che Dio fa capitare, ciò che fa nascere nel cuore”. E così è stato.

Dove stai svolgendo servizio, ora?
Sono in parrocchia al Lido a Santa Maria Elisabetta, svolgendo servizio per tutta la collaborazione pastorale dell’isola. Inoltre insegno religione al Cif, all’Istituto sportivo Marinelli, a tutte le classi. E sto concludendo gli studi all’università, studio Filosofia e ormai sono quasi al termine del percorso di laurea.

Come ti vedi, come futuro sacerdote?
Ho detto più volte ai miei superiori e al mio vescovo che sono disposto a tutto, persino alla missione. Di certo mi piace studiare, non lo voglio negare, credo anche di essere portato. L’ambito educativo mi appassiona molto, ma lo farei in quanto prete. Prima dell’ingresso in seminario pensavo di fare medicina, quindi pensavo a tutt’altro. Mentre la passione per l’educazione è nata proprio con la vocazione sacerdotale. A prescindere da dove, a me piacerebbe insegnare, lo vedo legato alla mia vocazione. Anche quando vado all’università ci tengo ad andare vestito da prete, perché sono lì in quanto prete. Non nego la passione per lo studio, ma non mi penso chiuso in biblioteca, in un’attività fine a se stessa. Ho bisogno del contatto umano. Se ci fosse la possibilità di mettere assieme le cose, ne sarei felice.

Dunque ti piacerebbe insegnare?
Sì. Uno dei miei sogni sarebbe quello di continuare a insegnare, non solo religione, ma anche filosofia. L’ambiente della scuola è molto faticoso, ti domanda tutto, perché l’educazione chiede tutto. Trovo tante situazioni difficoltose, giovani lasciati da soli. Vedo giovani affaticati, già stanchi, già annoiati, senza alcun tipo di passione e questo secondo me nasce dall’ambiente in cui crescono. Per me l’educazione è far vedere che c’è una possibilità di vita. La scuola dovrebbe offrire questo.

Quale rapporto hai con le associazioni, con i movimenti? Cosa ha significato e significa per te in particolare Cl?
Io vengo dall’ambiente della parrocchia, anche se la mia fede ha avuto una svolta con l’incontro con Comunione e Liberazione nell’ultimo anno del liceo. Un incontro che mi ha portato a fare delle scelte, quello con il movimento di don Giussani è stato un legame decisivo per me in questi anni. Sono iscritto alla fraternità di Cl, sono legato soprattutto alla comunità degli universitari. Poi ho incontrato tanti mondi diversi stando in parrocchia, soprattutto quello degli scout che era un mondo che non conoscevo e che credo abbia delle potenzialità grandi, che alcune volte secondo me non sono sfruttate al massimo. Penso che ci vorrebbe una maggiore presenza da parte degli assistenti spirituali: quando mancano, è un’assenza che si percepisce subito. Così come si percepisce la presenza quando ci sono. Lo scautismo potrebbe sopravvivere anche senza la fede, ma se vuole davvero andare al fondo della propria esperienza ci vuole l’elemento di fede. E per questo, secondo me, è necessario che ci sia la presenza dell’assistente, più che nelle attività, nel rapporto con i capi. Dovrebbe esserci un rapporto reciproco: i capi più presenti nella vita della comunità e il parroco, o il sacerdote, più presente nel rapporto con i capi.

Quale ruolo dovrebbe avere, secondo te, la donna nella Chiesa?
Il genio femminile è decisivo per l’umanità e quindi anche per la Chiesa. Credo che purtroppo il genio della maternità di questi tempi si sia un po’ perso. Parlo di maternità anche non biologica, che si può esprimere in tanti modi. Quando si parla di questi temi non bisogna mai confondere la pari dignità con l’avere le stesse funzioni, ognuno esprime la propria dignità portando a compimento la propria vocazione, che è differente. La vocazione comprende tutta la persona. Se la donna viene meno a ciò che lei è crea confusione, nella storia e nella Chiesa. E poi penso alla figura della Madonna: non è scontato che sia una donna a mostrarci la certezza della vita cristiana, la nostra speranza. E’ lei a mostrarci la vita cristiana come possibile. Ed è una donna a mostrarcelo, credo proprio per questo suo genio che si esprime nella maternità.

Arrivato al termine di questo percorso, chi ti senti di ringraziare?
Ringrazio la mia famiglia e i tanti sacerdoti che mi hanno accompagnato, mons. Angelo Centenaro, don Raffaele Muresu, don Fausto Bonini, don Gilberto Sabbadin, don Gianni Bernardi. E inoltre ringrazio don Giacinto Danieli, al quale sono molto legato perché mi ha accompagnato fin dall’inizio. Un grazie al Seminario per quello che ha fatto per me, pur avendo anche sofferto in questi anni, perché il Seminario è un luogo di vita piena dove si cresce, si scherza, si soffre, si piange, dove non manca nulla di quello che è la vita. Sono molto legato e affezionato al Seminario, che è un luogo a cui ho voluto bene e a cui sono grato. Sono grato innanzitutto ai due vescovi, il card. Scola prima e poi il Patriarca Francesco, e ai due rettori, don Lucio Cilia e adesso don Fabrizio Favaro. Vorrei dire a tutti di non spaventarsi di fronte alla possibile chiamata del Signore, il Signore chiama e non bisogna aver paura. Fare finta che questa domanda non ci sia fa venire meno il disegno di bene di Dio per la Chiesa, per la propria storia, per la propria vita. Oggi si parla poco di vocazione nelle parrocchie, si parla di tante cose, ma non di progetti di vita, di qual è lo scopo della vita. Ci tengo come prete, io già nell’attività che faccio ci torno spesso e mi riprometto di farlo ancora di più. Ai giovani dico di non aver paura di fare scelte forti, radicali, incisive.

Serena Spinazzi Lucchesi

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Steven Ruzza sabato 23 sarà ordinato sacerdote: «La mia fede è nata in famiglia e maturata grazie ai miei parroci»

Gente Veneta - Gio, 21/06/2018 - 17:02

Trepidazione ed entusiasmo insieme: «C’è l’entusiasmo di vivere la propria vocazione, il proprio ministero. C’è anche la trepidazione di entrare nella verità di me stesso, in ciò che il Signore ha pensato per la mia vita». Sono questi i sentimenti che animano don Steven Ruzza alla vigilia dell’ordinazione presbiterale che si celebrerà in San Marco sabato 23 giugno, alle ore 10.

Steven e Francesco Andrighetti (tra breve un’intervista sempre su genteveneta.it) verranno ordinati sacerdoti dal Patriarca Francesco.

Originario di Caorle, della parrocchia di Santo Stefano, papà e fratello pescatori, Steven ha avvertito la vocazione fin da piccolo. «Sono stato educato alla fede nella mia famiglia, con grande semplicità. Il fatto che stia ricevendo del bene dai miei genitori è un segno grande dell’amore di Dio. Nella mia famiglia – che comprende i genitori, mio fratello, ma anche gli zii e le mie cugine, che per me sono come sorelle – si è sempre vissuta la fede. Mi hanno portato al catechismo, siamo andati a messa assieme, educandomi a come vivere il momento della celebrazione eucaristica, dando molta importanza a questi momenti».

Quando hai avvertito la prima chiamata?
La vocazione è nata fin quando ero piccolo piccolo, quando ho incontrato delle religiose: sia le suore dell’asilo, sia le mie due zie che mi hanno fatto vedere cosa vuol dire dedicare la vita a Dio, mostrandomi che è una scelta bella che porta alla gioia. Invece la vocazione vera e propria è nata dall’incontro con don Giovanni Fattore, il mio primo parroco, un parroco molto amato a Caorle. Per la gente, quando lui passava era come vedere Cristo che passava in mezzo a loro. Questo mi aveva colpito molto, mi aveva affascinato. Lui è morto molto presto, avevo fatto la prima confessione, per la prima comunione è arrivato don Giuseppe Manzato, l’attuale parroco, che ha ridestato in me le prime impressioni che avevo avuto, confermando in me questo piccolo desiderio. Sono davvero grato ai sacerdoti che mi hanno seguito e accompagnato in parrocchia: don Marco Scaggiante, don Claudio Gueraldi, don Francesco Marchesi, preti giovani che mi hanno fatto vedere cosa significa essere sacerdoti. Pur con temperamenti diversi, per tutti valeva la stessa cosa: la vita consegnata a Cristo e vissuta nel servizio alla Chiesa.

Come è cresciuto nel tempo il desiderio di diventare prete?
Ho avuto alti e bassi, ma questo desiderio mi ha sempre interrogato. Ci sono stati dei periodi in cui non volevo più saperne, quando volevo essere io a scegliere e a decidere cosa fare della mia vita. C’era questo interrogativo e mi sentivo in dubbio sul cosa fare, fino a che, al termine dell’università, aiutato da don Francesco, sono giunto a un momento di maturità nel cammino, in cui Cristo era diventata una persona concreta di fronte a me, talmente concreta che ero pronto a consegnargli la mia vita. Quindi è cominciata l’avventura del Seminario, che è stata davvero un’avventura bella: ricordo soprattutto il grande entusiasmo dei primi anni. Ho vissuto tante esperienze e alla fine della giornata sentivo il cuore pieno, il cuore lieto. Questa era la miglior conferma per me e per la mia famiglia. Questo mi ha portato a vivere le sfide successive, in particolare l’inserimento in parrocchia che avviene in modo graduale.

Come ti sei trovato?
In parrocchia ci si confronta con varie realtà, si vivono varie esperienze. Ma in tutto questo ho potuto verificare la certezza che il Signore mi amava e che aveva su di me un disegno grandioso. Una certezza che mi animava e mi anima tuttora.

Cosa fai in parrocchia?
Attualmente svolgo servizio a Jesolo, a San Giovanni Battista. Faccio catechesi, porto la comunione ai malati, lavoro con don Fabio Miotto con il gruppo giovani. Poi c’è la predicazione domenicale, che è un lavoro su di sé non indifferente, prima c’è la preparazione e poi il parlare in pubblico, che non è mai facile… Inoltre insegno religione sia alle elementari, alla terza e quarta elementare alla scuola San Domenico Savio di Oriago, e a Murano all’istituto tecnico Abate Zanetti. Ciò che mi piace delle due scuole è che in entrambe, pur così diverse, c’è un progetto educativo condiviso, tra insegnanti, genitori e ragazzi. E su ogni alunno c’è uno sguardo umano, che mira non solo alla formazione culturale, ma anche alla crescita e alla formazione umana. C’è uno sguardo alla persona.

Come ti vedi come futuro sacerdote? Ti piacerebbe continuare ad insegnare?
Me lo sono chiesto tante volte. Sì, mi piacerebbe insegnare. Non solo religione, ma anche latino (Steven è laureato in Filosofia, ndr). Ho dato la disponibilità al Patriarca per lo studio, ma non fine a se stesso, perché comunque sento il bisogno del legame umano. Anche del rapporto con realtà segnate dalla sofferenza: per quanto difficoltoso, è proprio là che il Signore si manifesta con più forza. Per esempio nel portare la comunione ai malati, trovare persone che vivono di fede e che lottano offrendo questa loro sofferenza, per me vuol dire molto. Vedere come attendono la comunione e con il sacerdote è una testimonianza di fede forte. La sofferenza è ciò che interroga tutti, è il luogo dove gli interrogativi sulla propria vita emergono in maniera prepotente, è lì che Cristo vuole arrivare. Nel fondo della nostra anima, della nostra vita. In ogni caso, per me la disponibilità del cuore è la prima cosa e l’ho verificato in questo percorso: il Signore mi aspetta laddove mi chiamerà ad essere presente. In Seminario ogni anno ho vissuto esperienze e realtà diverse e ho visto che comunque il Signore era lì.

Che rapporto hai con movimenti e associazioni?
Io provengo dalla realtà parrocchiale di Santo Stefano e sono venuto a contatto tardi con i movimenti, con le associazioni. In Seminario mi sono avvicinato a diverse realtà e ho compreso che sono una ricchezza per tutti all’interno della Chiesa. E’ lo Spirito Santo che si fa presente per rendere più viva la fede. Credo che le parrocchie dovrebbero essere più aperte nei loro confronti, non considerandole come concorrenziali, ma come realtà concrete che avvicinano le persone alla fede, che possono dare alla parrocchia una vivacità ulteriore. Vedo il rischio di chiudersi reciprocamente, per chi vive un carisma particolare e per la parrocchia. Questo chiudersi è un chiudersi a Cristo, perché porta a concepirsi da soli. Invece la fede ci fa uscire verso l’altro, perché è incontro con Cristo, che si fa presente nei fratelli.

Hai citato le tue zie religiose. Che ruolo ha, secondo te, la donna nella Chiesa?
Nella mia vita le figure femminili che mi hanno accompagnato sono imprescindibili. Penso a mia mamma, alle mie zie, a certe mie amiche. Il femminile è necessario, con un carisma tutto particolare che significa capacità di accoglienza, di affetto, capacità di comprensione, di vicinanza anche nei momenti più difficili e di premura nell’educazione. Sono aspetti che gli uomini hanno, ma a loro modo. E poi penso alla Madonna: a Caorle c’è il santuario della Madonna dell’Angelo e lì ho sperimentato in più occasioni la consolazione che viene dalla vicinanza di Maria, una vicinanza che è tutt’altro che astratta. Quando vado a casa, vado sempre al Santuario e affido a Maria tutto ciò che ho nel cuore e avverto la consolazione, la sua presenza materna, la sua capacità di dare pace.

Ora che stai per avvicinarti all’ordinazione, chi vorresti ringraziare per questo tuo percorso?
Ringrazio la mia famiglia, mio fratello Mattia. E poi i sacerdoti che mi hanno accompagnato, don Giuseppe Manzato, don Giuseppe Simoni, don Corrado Cannizzaro, don Marco Scaggiante, don Claudio Gueraldi e don Francesco Marchesi. Ringrazio i due vescovi, il card. Scola che mi ha accolto all’inizio del percorso e il Patriarca Moraglia. Nei momenti più intensi e più difficili la parola del Patriarca Francesco mi ha molto rassicurato, ho visto in lui la voce di Cristo per la mia vita. Poi ringrazio ancora i due rettori don Lucio Cilia e don Fabrizio Favaro. Infine don Giacinto Danieli, che è il nostro padre spirituale, ovvero la persona alla quale abbiamo aperto il cuore. Ringrazio gli amici che mi sono stati vicini, hanno saputo accettare la mia scelta e hanno saputo farmi sentire la loro vicinanza.

Serena Spinazzi Lucchesi

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