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I nuovi diaconi/2 – Riccardo Redigolo: «Avevo tutto ma sentivo che mi mancava qualcosa di grande»

Gente Veneta - Sab, 13/10/2018 - 10:38

Domenica 14 ottobre, alle ore 17, in Basilica di San Marco a Venezia, imporrà le mani su quattro seminaristi, ordinandoli diaconi. Gianpiero Giromella, Riccardo Redigolo, Marco Zane e Giovanni Carnio raccontano la loro vita e la storia della loro vocazione al
sacerdozio, che ora passa per la tappa del diaconato. Una veglia di preghiera, prima dell’ordinazione, si tiene sabato 13 alle ore  20.30, nella chiesa di San Giovanni Battista a Jesolo Paese. Qui di seguito la testimonianza di Riccardo Redigolo.

 

Avere tutto e sentire che non hai ciò che ti soddisfa davvero. Che pure esiste ed è una calamita irresistibile, piazzata appena fuori dalla porta.
È questa la percezione che ha condotto Riccardo Redigolo a dare una svolta alla propria vita, ascoltando quella che ha riconosciuto come la chiamata più bella: quella al sacerdozio.
Riccardo ha 30 anni e viene dalla parrocchia di San Giovanni Battista di Jesolo Paese, comunità che ha fatto nascere vocazioni, in questi ultimi anni, come probabilmente nessun’altra in Diocesi.

Architetto, una professione che c’entra con Dio. Diventa geometra e decide di continuare, andando allo Iuav di Venezia. Ne esce architetto e, superato l’esame di Stato, esercita la professione per tre anni: «Ho vissuto quegli anni della mia vita – riconosce oggi – realizzando i miei obiettivi. Il lavoro di architetto mi piaceva e mi sembrava un poter sviluppare un dono di Dio. Progettare vuol dire trasformare la realtà conservandola, senza sfruttarla, ma rendendola utile e confortevole per l’uomo».

In quegli anni Riccardo, collaboratore di uno studio ben avviato, collabora alla progettazione delle torri di Jesolo e di villaggi turistici, anche a Cavallino.

E gli va bene anche dal punto di vista affettivo: un rapporto lungo, bello e serio con una ragazza. Che volere di più? Ecco, qui sta la questione: «Alla parrocchia ho dato molto; nella mia giovinezza ho aiutato molto. E la parrocchia mi ha dato molto. Questo mi ha permesso di maturare l’idea che la mia vita non era piena se finalizzata solo a me o a pochi attorno a me. Ho capito che per la mia felicità non era sufficiente il pur bel rapporto con una ragazza e il matrimonio, ma volevo aprirmi a qualcosa di più. L’ho capito con il tempo, quando sono entrato in crisi con la mia ragazza. E questo nonostante il lavoro andasse a gonfie vele. Ma quando ti trovi ad avere tutto e a non sentire niente in mano e a non essere soddisfatto…».

«Dedicarmi tutto agli altri, una calamita». Qualche segnale concreto c’era: «Le mie due settimane di ferie d’estate le passavo ai campiscuola, pur condividendo queste esperienze con la mia ragazza, pur chiedendo che venisse anche lei. Ma c’era sempre l’attrazione per qualcos’altro, per i ragazzi da seguire, per dedicarmi tutto a loro».
Però non c’era la chiara idea di voler diventare sacerdote. «Lì sono stato aiutato», riconosce oggi Riccardo.

Due i segni che oggi sottolinea: «Il primo è la mia famiglia. Quando mi hanno visto in crisi, che mi ero lasciato con la ragazza, mi hanno detto: che cosa succede? La mamma soprattutto. “Stai pensando a qualcos’altro?”, mi ha detto. Non me l’ha chiesto esplicitamente se volevo entrare in Seminario, ma me l’ha fatto capire».

Il secondo segno ha il volto di un amico: «Quando don Morris Pasian, anche lui di Jesolo – e insieme al quale ho vissuto l’adolescenza – è stato ordinato, mi sono chiesto: come può questo ragazzo, che ha detto no a tantissime cose, essere felice da prete? Perché fino a quel momento io vedevo il sacerdozio con simpatia, ma non capivo tante rinunce che la scelta comporta. Ma il giorno dell’ordinazione di Morris mi ha colpito vedere questo ragazzo felice e soddisfatto. Poi lui, che intuiva che avevo vagamente in me la vocazione, mi ha semplicemente detto: “Fidati. Fidati come sto facendo io, lasciati andare”. Sarà stata quella frasetta, fatto sta che ho avuto un aiuto. È stata la spinta giusta per trovare il coraggio di fare la scelta».

Giorgio Malavasi

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I nuovi diaconi /1 – Gianpiero Giromella: «A una vita sui pedali ho preferito una vita per Cristo»

Gente Veneta - Sab, 13/10/2018 - 06:20

Domenica 14 ottobre, alle ore 17, in Basilica di San Marco a Venezia, imporrà le mani su quattro seminaristi, ordinandoli diaconi. Gianpiero Giromella, Riccardo Redigolo, Marco Zane e Giovanni Carnio raccontano la loro vita e la storia della loro vocazione al
sacerdozio, che ora passa per la tappa del diaconato. Una veglia di preghiera, prima dell’ordinazione, si tiene sabato 13 alle ore  20.30, nella chiesa di San Giovanni Battista a Jesolo Paese. Qui di seguito la testimonianza di Gianpiero Giromella.

 

«Io sono contento di annunciare Cristo. E quanto più la mia predicazione sarà vera, tanto più sarà coinvolgente e il Signore potrà fare quel che vorrà nei cuori di chi vorrà».
A dirlo è Gianpiero Giromella, il più giovane dei quattro seminaristi che domenica 14 ottobre riceveranno l’ordinazione diaconale per le mani del Patriarca Francesco.

Un campioncino di ciclismo che a un certo punto… Gianpiero ha 26 anni. La sua infanzia l’ha trascorsa a Carpenedo, nella parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio, ma anche in sella ad una bicicletta. Era un campioncino di ciclismo. E questa passione per i pedali è durata fino ai 16 anni, riempiendo per bene le giornate e la testa. Finché non si è manifestata e ha preso il sopravvento una vera conversione.

«È stato il frutto di un ripensamento generale», ricorda oggi Gianpiero, che ricorda quella stagione come difficile. Era studente di scuola alberghiera, al Barbarigo di Venezia, «ma a scuola non ero molto benvoluto dai miei compagni; e anche in parrocchia non ero sempre coinvolto. Ma è stato quello il momento in cui ho sentito una nostalgia forte, un bisogno profondo di Dio. Così è iniziato un cammino che, purtroppo, mi ha visto anche parecchio da solo. Ma adesso sono riconoscente del fatto che il Signore mi ha guidato comunque a trovare che cosa Lui mi stava chiedendo».
Alle gare in bicicletta Gianpiero inizia così a preferire le domeniche trascorse in parrocchia, a Messa innanzitutto: «Sentivo che preferivo dedicarmi al Signore, cercare Lui».

Un desiderio che lo conduce a cercare la preghiera con più costanza e continuità: «Andavo a Messa anche tutti i giorni, anche se lì mi capitava di essere più spesso con adulti o anziani che con altri giovani».

Il grazie alla famiglia. Poi la decisione: l’ingresso in Seminario, per ascoltare la voce che lo chiama a dedicarsi del tutto a ciò che lo fa stare in pace con se stesso e con gli altri. I familiari non sono del tutto d’accordo, «ma oggi – prosegue Gianpiero – desidero ringraziare il Signore della famiglia che mi ha donato. E le difficoltà che ho incontrato le leggo come un segno del Vangelo nella mia vita. Lo dice Gesù stesso che la scelta di vivere per Lui comporta delle croci».

Ora il passo dell’ordinazione diaconale; poi, tra qualche mese, completando il cammino intrapreso, l’ordinazione sacerdotale: «Mi attrae tanto la centralità dell’Eucaristia. E poi, appunto, l’annuncio di Cristo. Mi fa piacere pensare di prepararmi con cura alla predicazione, che sento come un compito davvero alto e importante, perché – come dice san Paolo – la fede dipende dall’ascolto».

Giorgio Malavasi

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Boom della fauna selvatica: 64 le specie che fanno danni in agricoltura. Berlato: «Una legge risolutiva c’è ma nessuno la conosce e la applica»

Gente Veneta - Ven, 12/10/2018 - 22:37

C’è una legge della Regione Veneto, emanata due anni fa, che potrebbe in gran parte risolvere il problema dei danni causati all’agricoltura dalla fauna selvatica, ma non è mai stata utilizzata. Probabilmente perché non conosciuta.

Così cormorani, lepri, nutrie, scoiattoli grigi, cinghiali, oche e tanti altri animali continuano a banchettare tra vigne e campi di mais, tra frutteti e orti, senza che gli agricoltori possano contrapporre armi efficaci. E i danni, in un anno, sono calcolati in 70 milioni di euro, pensando alla sola perdita di fatturato agricolo nel Paese.

È il paradosso emerso dal convegno promosso da Confagricoltura Venezia sulla gestione della fauna selvatica, tenutosi nel pomeriggio di venerdì 12 al Centro Card. Urbani di Zelarino.

Le perdite – segnala il naturalista Giacomo De Franceschi – oscillano fra il 10 al 30% dei ricavi potenziali da coltura. E sono ben 64 le specie animali che, nelle regioni del Nord Italia, producono danni nei campi alle colture.

Ma c’è anche chi arriva ad azzerare del tutto i guadagni e a trovarsi con più spese che ricavi. È il caso, per esempio, degli imprenditori delle valli da pesca veneziane: qui l’incremento notevolissimo dei cormorani azzera le produzioni. Migliaia di uccelli che si tuffano e ogni giorno mangiano, ciascuno, quattro etti di pesce, comporta che centinaia di quintali di prodotto ittico se ne vadano nella pancia degli uccelli. E che gli imprenditori stiano meditando la chiusura dell’attività di allevamento e pesca. Lo conferma, tra gli altri, Matteo Poja, responsabile del settore vallicoltura di Confagricoltura Venezia.

Che fare, dunque? «La soluzione c’è già», sostiene Sergio Berlato, presidente della Commissione regionale Politiche agricole, Caccia e Pesca: «Da due anni è in vigore una legge regionale che consente alla Giunta regionale, con una semplice delibera, dopo aver raccolto il parere dell’Ispra, di attuare piani di contenimento di tutte le specie di fauna selvatica, nel rispetto delle direttive comunitarie». (G.M.)

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Sicurezza sul lavoro: è la prima richiesta per l’Anmil. Domenica 14 a Camponogara Giornata per le vittime degli incidenti

Gente Veneta - Ven, 12/10/2018 - 13:36

«Per questa 68ª Giornata vogliamo rimarcare che la salute e la sicurezza sul lavoro sono una priorità per il futuro del nostro Paese e per le nuove generazioni in un momento storico in cui l’incertezza e la preoccupazione per il futuro sono diventate una costante, dopo anni di crisi che hanno avuto riflessi negativi sia a livello sociale che economico e, di conseguenza, anche sull’andamento del fenomeno infortunistico».

Lo dice il Presidente territoriale dell’Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro), Paolo Veclani, alla vigilia della Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro, che per il Veneziano si terrà domenica 14 ottobre a Camponogara.

Il programma prevede, alle ore 9, il Raduno dei partecipanti in Piazza del Municipio a Camponogara.

Ore 9.30 – S. Messa in suffragio dei Caduti sul Lavoro celebrata nella Chiesa Parrocchiale “Santi Maria Assunta e Prosdocimo” (P.tta Don Vittorio Gomiero, 1).

Ore 10.30 – Corteo accompagnato dalla Banda Musicale, dal gonfalone del Comune e dalle bandiere associative, fino al Monumento dedicato alle Vittime del Lavoro (Piazza Castellaro) per l’inaugurazione, la benedizione e la deposizione di una corona di alloro.

Ore 11.30 – Cerimonia Civile nella Sala Consiliare del Comune di Camponogara (Piazza Mazzini, 1)

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Venezia, il Procuratore d’Ippolito: inopportuno introdurre il reato di femminicidio; meglio agire su ciò che rende attaccabile la donna

Gente Veneta - Gio, 11/10/2018 - 18:37

Per ridurre al massimo o evitare delitti come quelli contro le donne non serve uno specifico reato di femminicidio, che nel nostro codice penale oggi non esiste. Ma occorre piuttosto intervenire sulle cause che rendono la donna più fragile e debole, per renderla più forte.

Lo dice il consigliere Adelchi d’Ippolito, Procuratore della Repubblica Vicario di Venezia, intervenendo al convegno “Alleanza donna e uomo: diritti, limiti, risorse”, in corso di svolgimento a Venezia, alla Scuola Grande di San Rocco.

«Per il legislatore – spiega d’Ippolito – alleanza è rapporto tra entità diverse e sovrane, cioè autonome e indipendenti tra loro, con obiettivi comuni da raggiungere ma così non è stato nellanostra legislazione, nel rapporto uomo donna. Solo da pochi decenni, cioè da circa 80 anni, la donna ha cominciato ad avere pieno riconoscimento come titolare di diritti».

L’esemplificazione toglie ogni dubbio: fino al 1945 la donna non era ammessa al voto; fino al 1960 era possibile il licenziamento della donna in stato di gravidanza; fino al 1963 anche contrarre matrimonio per una donna poteva portare al licenziamento, per il pregiudizio che la donna sposata fosse meno produttiva. Nel diritto familiare solo nel 1975 la donna raggiunge la parità.

Ma il problema della pari dignità e dell’alleanza tra io generi – lo dimostrano i terribili fatti di cronaca – non è ancora risolto. Per il consigliere d’Ippolito, però, «è una scelta di straordinaria saggezza e prudenza del legislatore quella di non introdurre il reato di femminicidio. Questo per evitare una legislazione ideologica, una asimmetria contraria a quella che c’era prima del 1945».

La strada migliore, invece – sottolinea il magistrato – è proprio quella di intervenire sui tanti fronti (culturali, economici, sociali…) che mantengono vivo lo squilibrio di genere.

Una tesi alla quale porta ulteriore sostanza Marta Rodriguez, direttrice dell’Istituto di Studi Superiori sulla Donna: «Se il mondo è solo maschile o solo femminile, il mondo è più povero, perché i difetti di ciascun singolo genere si fanno più acuti…».

L’identità – aggiunge la prof.ssa Rodriguez – si sviluppa nella relazione e con la relazione, siamo strutturalmente dipendenti gli uni dagli altri…

Il termine che individua questa ricchezza, conclude Marta Rodriguez, «si chiama unidualità. È una parola che si rifà a Giovanni Paolo II: significa e ricorda che l’immagine e somiglianza con Dio è piena nella comunione delle persone».

(con la collaborazione e le foto di Alessandro Polet)

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Cinghiali, cormorani & C.: se la fauna selvatica fa danni. Venerdì 12 un convegno di Confagricoltura Venezia

Gente Veneta - Gio, 11/10/2018 - 16:12

Creare una task force con gli agricoltori per avviare strategie condivise per monitorare la fauna selvatica che arreca danni all’agricoltura e individuare soluzioni.

È la proposta di Confagricoltura Venezia, che lancerà l’idea nel convegno in programma venerdì 12 ottobre, alle ore 15, al Centro Card. Urbani di Zelarino.

Lo squilibrio crescente, spiegano gli organizzatori, si esprime nel proliferare incontrollato di numerose specie di fauna selvatica; in particolare, nel Veneziano, si parla di cinghiali, lupi, cervi e caprioli, scoiattoli grigi, nutrie e cormorani.

Interverranno Giulio Rocca, presidente Confagricoltura Venezia; Giorgio De Lucchi, direttore settore Caccia e Pesca della Regione Veneto; Giuseppe Ederle, presidente regionale Ente Produttori Selvaggina; Chiara De Fassi Negrelli Rizzi, ricercatore e docente Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente all’Università di Padova; Dino Scaravelli, docente a Scienze e gestione della natura dell’Università di Bologna; Giacomo De Franceschi, naturalista; Sergio Berlato, presidente Commissione Regionale Politiche Agricole, Caccia e Pesca. Modererà Giorgio Malavasi di Gente Veneta.

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Gradini di pietra al posto di quelli di vetro: il ponte di Calatrava cambia pelle

Gente Veneta - Gio, 11/10/2018 - 13:27

Via i gradini in vetro, arrivano quelli in trachite. Il ponte di Calatrava sta per cambiare uno dei suoi ingredienti di fondo.

La decisione è della Giunta Comunale, ceh ha approvato ieri il progetto esecutivo relativo alla sostituzione, sul Ponte della Costituzione, della pavimentazione in vetro di alcuni gradini con lastre in trachite, materiale di cui sono fatte anche le parti terminali e la fascia centrale del ponte.

“I lavori, per un totale di 40 mila euro e svolti da Insula S.p.A – ha commentato l’assessore comunale ai Lavori Pubblici, Francesca Zaccariotto – riguardano una prima sperimentazione concordata con la Sovrintendenza, per trovare una soluzione definitiva alle problematiche legate al rischio di inciampo e scivolamento delle parti vetrate, soprattutto dove si verifica il cambio del passo delle gradinate, in corrispondenza dei pianerottoli”.

Inaugurato nel settembre 2008, il ponte, disegnato dall’architetto e ingegnere Santiago Calatrava, ha una lunghezza di 94 metri (partendo dagli scalini), con una luce centrale di 81 metri circa. La larghezza varia da 5,58 metri su entrambi i lati fino a 9,38 metri nella parte centrale. Il ponte si eleva da una altezza di 3,20 metri sulle sponde fino a 9,28 metri nella parte centrale.

“Nel corso degli anni – ha continuato l’assessore Zaccariotto – il ponte è stato attentamente monitorato dal Comune e da Insula per tenerne costantemente verificate la staticità, le saldature e la tenuta. Per effettuare i monitoraggi, sono stati posizionati dei sensori che controllano tutta la struttura (operazione affidata ad una società specializzata che ne analizza puntualmente i dati). Vengono periodicamente verificati la lunghezza o la corda complessiva dell’arco e gli eventuali movimenti all’altezza delle prime costole del ponte, nonché lo stato di tutte le saldature. Il ponte ha fin da subito evidenziato alcune problematiche, specie nelle giornate particolarmente umide o piovose, in parte riconducibili ai gradini in vetro, alle quali nel corso degli anni si è cercato di porre rimedio. Pertanto – ha concluso Zaccariotto – si procederà alla sostituzione integrale di 16 lastre in vetro degli 8 pianerottoli del ponte con elementi in trachite (4 lato Stazione e 4 lato Piazzale Roma). L’utilizzo di questo materiale, tipico dei manufatti del centro storico della città, rappresenta infatti la soluzione più idonea a contenere il rischio d’inciampo. Chiediamo fin da subito di portare pazienza a quanti utilizzano il ponte per il disagio che deriverà dall’esecuzione dei lavori, che avranno una durata complessiva di 30 giorni”.

Questo intervento si va ad aggiungere a quanto è stato realizzato lo scorso agosto sulle scalinate in pietra ai piedi del ponte: un lavoro di bocciardatura che l’Amministrazione ha commissionato ad Insula S.p.A. per eliminare il problema di scivolosità dei gradini, accentuata in caso di pioggia e neve. L’operazione permette di conferire un effetto antisdrucciolo ai piani di calpestio, aumentando la sicurezza nell’attraversamento.

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Jacqueline e Claude Lagarde a Mestre: «Aprite la Bibbia, vi innamorerete di Dio»

Gente Veneta - Gio, 11/10/2018 - 08:29

«Abbiamo una nuora che è molto brava nel suo mestiere: è dentista, secondo noi è la migliore. E ci ha detto che a 50 anni sarà ricca: è il suo progetto di vita. È una gran brava mamma dei suoi bambini ma mai, mai, mai lei pensa che lassù esista Qualcuno. Lei sa che noi siamo dei catechisti. E noi sappiamo dal primo giorno che lei si dice atea. Noi abbiamo il miglior rapporto con lei, ma se nella conversazione entra qualcosa che conduce verso Dio, lei chiude gli occhi. I suoi bambini e nostri nipoti, di sette anni e tre anni e mezzo, sanno che, quando viene, la nonna racconta la Bibbia. E mia nuora non mi ha mai impedito di farlo».

In questo racconto familiare e intimo, confidato da Jacqueline e Claude Lagarde, c’è l’essenza della Catechesi biblica-simbolica: impegno e libertà. Racconto della Parola di Dio e pazienza in attesa che diventi vita per chi la ascolta.

La Parola, l’impegno e la libertà sono i cardini per i francesi Lagarde, marito e moglie che hanno ormai passato l’ottantina e che, se nel fisico cominciano a mostrare qualche fragilità, nello spirito e nella mente hanno la freschezza e la determinazione dei giovani.

Nei giorni scorsi erano a Mestre, invitati dalla parrocchia di San Lorenzo Giustiniani tramite il suo parroco, don Sandro Manfrè. Per tre giorni hanno spiegato o ribadito la sostanza del loro modo di evangelizzare, partendo dalla Parola. Ad ascoltarli una sessantina di persone: mestrini perlopiù, ma anche da svariate città d’Italia.

La questione di fondo – spiega Claude – «è che l’uomo è costituito da due dimensioni: l’orizzontalità e la verticalità . Ma nel nostro tempo tende a dimenticarne una: quella verso l’alto. Perciò vive una vita piatta e vuota. È il problema dell’Europa: una vita piena di cose ma piatta».

«Si vive attaccati alle cose, al vuoto delle cose», echeggia Jacqueline: «Perciò, se ho un’esperienza di pienezza e ricchezza che posso testimoniare a chi vedo che non ce l’ha, lo faccio, perché penso che possa risvegliare nell’altro qualche cosa».

Come si fa? «Evangelizzazione – spiegano i coniugi – non vuol dire spiegare la morale o i dogmi: è invece donare la verticalità. Cioè apprendere ascoltando la Parola di Dio. La catechesi biblico-simbolica vuole educare l’uomo alla verticalità. Perché la fede va scoperta, non va trasmessa attraverso ragionamenti. Con questo metodo la testa delle persone cambia, si impara ad andare aldilà del senso letterale e a scoprire la verticalizzazione: si apprende a riempire il vuoto. Perché già l’ascolto della Bibbia ti cambia la testa».

Ed è un metodo – ma non una tecnica, sottolineano subito i Lagarde – che si può applicare a tutte le età, a partire dai bambini: «Lo strumento è la narrazione, il racconto. Si parte dai racconti della Bibbia e si lascia che la Parola diventi il mezzo, un po’ alla volta, per legarsi a Dio. Così la cultura biblica, che si immagazzina fin dall’infanzia, servirà quando gli adolescenti inizieranno a porsi domande, a vivere problemi di relazione e affettività, e ritroveranno questi racconti che faranno da specchio ai problemi. Se avranno una cultura biblica – rimarca Jacqueline – avranno dentro un “paesaggio” di Dio e questo servirà loro per le domande della vita. Ma se non hanno questa cultura, su che cosa si baseranno?».

Giorgio Malavasi

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Credito d’imposta fino a 300 mila euro per le aziende che investono nella formazione sui temi dell’industria 4.0.

Gente Veneta - Mer, 10/10/2018 - 12:28

Via libera allo sviluppo e alla formazione sui temi dell’Industria 4.0, grazie all’accordo firmato dal vicepresidente di Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo Luca Fabbri, con i segretari di Cgil, Cisl e Uil della Città Metropolitana di Venezia, rispettivamente Enrico Piron, Paolo Bizzotto e Giannino Rizzo.

Con questa intesa, trova attuazione la misura introdotta dalla Legge di Bilancio 2018, che prevede un credito d’imposta fino ad un massimo di 300mila euro per le aziende che investono nella formazione digitale 4.0 dei propri lavoratori. Sono ammissibili all’agevolazione tutte le spese del personale per le ore o le giornate di formazione.

I programmi formativi per affrontare la comune sfida della competitività, che sta alla base di questa norma, devono essere approvati di comune accordo dalle imprese e dai sindacati, in particolare dalle RSU aziendali

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Venezia, domenica 14 visite all’Archivio storico del Patriarcato (su prenotazione, con mostra sulla famiglia)

Gente Veneta - Mer, 10/10/2018 - 11:02

Domenica 14 ottobre torna l’apertura straordinaria di Biblioteche e Archivi statali, promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali per valorizzare non solo i musei e le aree archeologiche, ma anche i “monumenti di carta”, patrimonio altrettanto imponente e ricco, conservato e valorizzato in splendidi luoghi della cultura.
Una giornata, regolata da orari e modalità differenti, interamente dedicata alle bellezze letterarie.

Anche l’Archivio storico del Patriarcato di Venezia aderisce all’iniziativa, allestendo una piccola mostra dal tema: “Per la storia della famiglia: le fonti ecclesiastiche”.

I registri canonici costituiscono in epoca antica uno strumento privilegiato, unico nel suo genere, per la ricerca del battesimo, e dunque della nascita, del matrimonio e della morte della popolazione di un intero territorio.

Utilizzati oramai da decenni dalle scienze demografiche, statistiche e storiografiche per analisi in merito alla mortalità (specie quella infantile) o all’emigrazione, sovente i registri canonici vengono consultati anche dagli storici per ricostruire la biografia di illustri personaggi o valenti artisti. L’obbligo di segnare i battesimi e i matrimoni in appositi registri fu introdotto dalla Chiesa cattolica solo a partire dal Concilio di Trento.
La mostra si propone di presentare al pubblico attraverso appositi itinerari di ricerca le molteplici possibilità offerte da questi materiali, ampliando l’indagine, là dove possibile, con documentazione prodotta da altri organismi diocesani.

Ai partecipanti sarà offerta la possibilità di visitare il Salone monumentale della Biblioteca del Seminario. Obbligatoria la prenotazione (massimo 25 persone a visita) telefonando dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 13, al n. 041.274.39.17.

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Biri Biri, domenica la 41.a Regata del secolo. Il trofeo speciale dedicato ai fratelli Vianello

Gente Veneta - Mer, 10/10/2018 - 08:36

Sarà disputata domenica prossima, 14 ottobre, la 41. Regata del secolo, su pupparini a due remi, organizzata dalla Associazione Benefica Biri Biri, e così denominata perché la somma degli anni di ogni equipaggio deve raggiungere i cento anni. Il trofeo speciale dell’edizione 2018 è dedicato al ricordo dei fratelli Marino e Mirco Vianello, gondolieri, soci fondatori della Biri Biri, di cui Marino fu per trent’anni vice presidente.

Questo il ruolo: Bianco, Guglielmo Marzi – Alessandro Poli; Canarin, Giuliano Pagan – Ivan Bognolo; Viola, Marino Almansi – Renato Zangrossi; Celeste, Luca Macchion – Vittorio Selle; Rosso, Mauro Ceciliati – Claudio Carrettin; Verde, Marino Pompeo – Alessandro Secco; Arancio, Alberto Pagan – Marco Mingardi; Rosa, Luca Vianello – Davide Vianello; Marron, Maurizio Pagan – Andrea Zanco; RossoVerde, Radames Vianello – Cristiano Vianello. Giudici di gara: Vittorio Orio, Tino Fongher, Bepi Rossi “Suste”, Fabio Dal Gesso.

La partenza sarà alle ore 10.30 da Sacca San Girolamo, il giro del paleto ai Bacini dell’Arsenale, l’arrivo al Ponte della Panada alle Fondamente Nove. Le premiazioni, alla presenza delle autorità e degli amici, condotte dal segretario della Biri Biri, Francesco Orlandi, si terranno in campo Widman alle ore 11.30 e saranno concluse da un buffet venezianissimo. Nel corso della cerimonia, sarà ricordato Ettore Pagan, fondatore della Biri Biri, organizzatore delle regate sociali, e suo presidente fino alla morte, avvenuta a fine settembre. Sarà anche consegnato un trofeo speciale alla famiglia Almansi con il motto “Na vita col remo in man”.

La Regata del secolo è organizzata in collaborazione con Porto di Venezia, Apv Investimenti, Circolo aziendale Porto di Venezia, D’Este Grafica & Stampa e Guardia Costiera ausiliaria, con il sostegno di varie attività imprenditoriali e commerciali.

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Un team di cinque imprese artigiane restaura la chiesa di San Beneto: «Cantiere-scuola che mostra il valore dell’artigianato»

Gente Veneta - Mar, 09/10/2018 - 21:40

Cinque ditte artigiane che ridanno brillantezza e funzionalità a una chiesa, San Beneto. Anzi, di più: cinque imprese veneziane che operano in contemporanea sull’edificio, mostrando che l’artigianato competente e tradizionale è lo strumento migliore per fare manutenzione continua ad una città così preziosa.

Accade a San Beneto, appunto, dove sta per partire un progetto ideato da Cna (Confederazione nazionale artigianato) di Venezia in collaborazione con la Diocesi. Con il sostegno economico di Edilcassa Veneto, cinque imprese – Sansovino Restauri, Spazio Legno, Patrizio Roberto, Buchi Giampaolo, Ditta Felino – impegnano i propri operatori in un cantiere-scuola.

Cantiere perché la chiesa di San Beneto, chiusa da tempo, godrà di un sostanziale restauro; scuola perché gli artigiani delle cinque ditte lavoreranno spalla a spalla, cogliendo con lo sguardo e il dialogo le competenze del vicino. Così potranno intersecare saperi e usanze e testare la possibilità che un team di artigiani possa diventare sempre più propositivo ed efficace nel mercato della conservazione degli edifici a Venezia.

Sansovino Restauri porterà nella chiesa vicino al Museo Fortuuny la propria esperienza nell’ambito del restauro artistico; la ditta Felino quella delle opere di edilizia; Spazio Legno, ovviamente, le conoscenze nella gestione e nella tutela del legno, a partire dagli infissi; Patrizio Roberto la competenza nella costruzione e nel ripristino di pavimenti alla veneziana; Giampaolo Buchi il proprio patrimonio di sapere tradizionale come artigiano della pittura.

«Questa collaborazione fra ditte diverse – sottolinea Roberto Paladini, direttore di Cna Venezia – è l’elemento più nuovo e promettente. E dovrebbe essere sempre più centrale, per far capire il ruolo degli artigiani in città. L’artigianato a Venezia può fare di più. E questo cantiere-scuola può contribuire a fare un buon passo avanti».

Giorgio Malavasi

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Padre Calegari ai seminaristi veneziani: «Il mio Bangladesh e una Chiesa giovane, fragile e in crescita»

Gente Veneta - Mar, 09/10/2018 - 19:47

Una Chiesa giovane, fragile, in crescita. Un Paese, il Bangladesh, con sperequazioni enormi, che suscitano rabbia e desiderio di portare maggiore equità. Un’esperienza che dà molto a chi la vive da missionario.

Sono alcune delle osservazioni di fondo che padre Fabrizio Calegari, 54 anni, con un’esperienza di vent’anni (1996-2016) in Bangladesh, ha portato lunedì 8 ottobre ai seminaristi del Seminario patriarcale.

In Bangladesh il Pime è presente dal 1855. Ha scelto di portare il Vangelo alle popolazioni tribali, provenienti dall’animismo, talmente “declassate” che i musulmani neppure tentano di convertirle.

Padre Calegari, che ancora per due anni rimarrà in Italia con il ruolo di animatore missionario, racconta la storia della sua vocazione, comunque precoce. Poi la sofferenza della partenza: lo strappo dagli affetti, che ti fanno sentire vivo, per andare dove nessuno ti aspetta. All’improvviso vengono alla mente parole del Vangelo: “Va’, prendi il largo”…

(Con la collaborazione di Giovanni Carnio – Un più ampio articolo nel nuovo numero di Gente veneta, in distribuzione da giovedì 11 ottobre)

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Entro Natale, a Mestre e Marghera, 18 nuove colonnine per la ricarica delle auto elettriche

Gente Veneta - Mar, 09/10/2018 - 15:20

Entro la fine dell’anno a Mestre, Marghera, Campalto, Zelarino, Carpenedo, Gazzera, Favaro e Chirignago verranno installate le prime 18 colonnine per la ricarica di tutti i modelli di auto elettrica presenti sul mercato.

È quanto stabilito nel protocollo d’intesa siglato tra il Comune di Venezia e Enel X, la divisione del Gruppo Enel dedicata a prodotti innovativi e soluzioni digitali, che prevede, complessivamente, la realizzazione di una rete di ricarica per veicoli elettrici di 50 colonnine di ricarica.

«I costi delle infrastrutture di ricarica, dell’installazione e della manutenzione – spiega l’assessore alla Mobilità Renato Boraso – saranno a carico di Enel X. Per ora verranno installate 18 colonnine e l’obiettivo è che entro il 2019 si possa completare il progetto con le altre 32 previste dal Protocollo. Di questo primo lotto ce ne saranno 7 a Mestre (via Lazzari, via Cappuccina, piazzale Leonardo da Vinci, uno nell’area di sosta di Santa Maria dei Battuti e uno al park scambiatore, piazzale Altinate – Parco Ponci, via Einaudi e al parcheggio di via Ca’ Marcello), 2 al parco di San Giuliano (Porta Rossa e Porta Gialla), 2 a Marghera (via Ulloa e in piazza del Municipio), e 7 tra Campalto (via Passo Campalto), Zelarino (via Castellana – Municipio), Carpenedo (largo rotonda Garibaldi), Gazzera (via Istria – Chiesa), Favaro (via San Maurizio – Municipio), Chirignago (piazza di Chirignago) e al Vega in via Pacinotti. Queste si vanno ad aggiungere alle 5 che sono già attive sul territorio e posizionate in piazzale Donatori di Sangue, in piazza XXVII Ottobre, in via Einaudi e altre due nell’area di sosta di via Giovanni da Verrazzano».

L’intesa, della durata di 8 anni, prevede la fornitura, l’installazione, la gestione e la manutenzione gratuite da parte di Enel X di 50 infrastrutture di ricarica. La rete di ricarica sarà caratterizzata sia da infrastrutture veloci “Fast Recharge”, capaci di fare un pieno di energia in 20 minuti, che da infrastrutture di ricarica Pole station, disegnate e progettate per essere integrate all’interno dell’arredo urbano e con tempi di ricarica media da 1 a 2 ore.

L’iniziativa della città di Venezia rientra nel Piano nazionale Enel per l’installazione delle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici, che vedrà la posa di circa 7.000 colonnine entro il 2020, per arrivare a 14.000 nel 2022. Un progetto per il quale il colosso dell’energia investirà tra i 100 e i 300 milioni di euro, destinati allo sviluppo di una rete capillare di ricarica composta da colonnine Quick (22 kW) nelle aree urbane e Fast (50 kW) e Ultra Fast (350 kW) in quelle extraurbane.

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Venezia, nuovo parroco ai Santi Giovanni e Paolo

Gente Veneta - Mar, 09/10/2018 - 11:12

Fra Giuseppe Giacon o.p. è stato designato, a seguito di legittima presentazione da parte del Superiore religioso, parroco della parrocchia dei Ss. Giovanni e Paolo di Venezia. Prende il posto di p. Angelo Preda, che ha guidato la parrocchia dal 2006.

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Rumeileh, radioncologo dell’Angelo di Mestre: «Non riesco ad avviare una terapia se non so come e dove vive il malato»

Gente Veneta - Lun, 08/10/2018 - 21:02

«Mi trovo di fronte una persona, e mi trovo di fronte un tumore: devo conoscere a fondo entrambi i miei interlocutori, per prendere in cura il primo, e per aggredire il secondo»: ragiona con una grande lucidità, il Primario Imad Abu Rumeileh, quella stessa lucidità con cui nel suo lavoro come Radioterapista oncologo si trova ogni giorno ad osservare la persona malata, appunto, e poi quel mostro che oggi ha tanti nomi diversi, ma che una volta si chiamava semplicemente “cancro”.

Come ci si sente, dottor Abu Rumeileh, quando si prende in mano una nuova cartella clinica, e si affronta un nuovo caso in cui è in gioco la vita di un paziente?
Ci si prepara ogni volta ad intraprendere una duplice sfida. Ogni caso infatti si sdoppia, e richiede una duplice analisi. È come se ogni cartella clinica, ogni dossier in cui sta scritto il presente e anche il futuro di un paziente, si sdoppiasse in due differenti cartelline: nella prima c’è la persona malata, nella seconda c’è il nemico, il tumore; di entrambi è fondamentale che il medico conosca il più possibile.

Perché è importante conoscere i risvolti della vita del malato? In realtà quello che vi viene chiesto è debellare una malattia precisa, ben localizzata… 
Al contrario. Il medico che si prepara ad agire scegliendo trattamenti e terapie ha assolutamente bisogno di considerare molteplici aspetti. L’azione di cura avviene all’interno di un sistema ampio ed articolato, di cui non fanno parte solamente la persona malata e la neoplasia insorta; è fondamentale conoscere le altre patologie di cui il paziente soffre, gli elementi di forza così come i punti di debolezza… Non posso iniziare le terapie contro il tumore che ha colpito una persona se non analizzo la sua complessità e tutto ciò che lo circonda: devo conoscere il contesto in cui vive, la rete familiare e il supporto di cui dispone. Infatti, la comparsa della neoplasia non minaccia solamente la vita del paziente, ma è tutto il contesto a risentirne; pertanto tutto il sistema va coinvolto nel percorso, nella terapia, per costruire insieme la miglior strategia terapeutica praticabile nel caso specifico. Per fare bene il suo mestiere, il medico Radioterapista deve nutrire un incondizionato interesse verso le persone, dev’essere un profondo conoscitore dell’animo umano. Inoltre, un reparto di Radioterapia deve proporre, come facciamo noi, servizi di specifico supporto psicologico, e di specifico supporto nutrizionale, e locali che, per quanto possibile, grazie agli arredi, ai colori, alle immagini siano accoglienti e diano speranza.

Poi però c’è un momento in cui, dopo aver guardato in faccia la persona malata, il medico guarda in faccia il tumore, l’avversario…
Sì, c’è un momento in cui si prende in mano la seconda “cartellina”. E si comincia a delineare la sfida tra il medico e il tumore, quello specifico tumore, con quelle specifiche caratteristiche, in quella specifica collocazione. E qui entra in gioco la competenza del Radioterapista oncologo, la sua preparazione, l’esperienza clinica che gli consente di adottare la miglior strategia di cura e di decidere per un trattamento radioterapico esclusivo, o una radioterapia associata alla chirurgia o alla chemioterapia. Inoltre è fondamentale un’approfondita conoscenza sul fronte tecnico, per utilizzare al meglio le strumentazioni sofisticate della radioterapia, come è altrettanto fondamentale la collaborazione con i “fisici medici”, ossia quegli specialisti che trasformano in azione – o meglio in “radiazione” – il progetto terapeutico del medico radioterapista.

Penso al momento in cui, dopo averle lette, lei chiude le due “cartelline” ideali che stanno nella cartella clinica, quella che fotografa il paziente, e quella che fotografa il tumore. Lei sa già, in quel momento, che esito avrà la sfida?
Certo: a volte, purtroppo, la sfida non ha esito positivo. Un reparto che si propone ai malati oncologici deve essere strutturato anche con percorsi e con personale medico dedicato a questa tipologia di pazienti. Altre volte invece, quando chiudo il dossier ho davanti due strade: lavorare per curare il male e guarire la persona, oppure lavorare per “cronicizzare” la malattia, per renderla stabile. D’altra parte, quante persone convivono con il diabete? E quante sono le persone che si sottopongono regolarmente alla dialisi? Allora ci può stare anche che si conviva con il tumore. Continuare a vivere, con una buona qualità di vita, è comunque una vittoria. (GV)

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Fare esercizi di meraviglia: la proposta didattica della Collezione Guggenheim di Venezia

Gente Veneta - Lun, 08/10/2018 - 12:00

Esercizi di Meraviglia è la cifra delle attività didattiche proposte dalla Collezione Guggenheim di Venezia a bambini e ragazzi. Lo ha sottolineato Marco Peri, storico dell’arte ed esperto di educazione museale, chiudendo l’incontro di presentazione, venerdì 5 ottobre a Venezia, della nuova programmazione didattica del museo di Dorsoduro.

L’esperienza delle emozioni al museo, che attivano stupore per l’arte e e percorsi educativi sono al centro della stagione didattica.

A dare il benvenuto agli oltre 300 insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado del Veneto, presenti in sala, Karole P.B. Vail, Direttrice della Collezione Peggy Guggenheim, lieta di presenziare all’incontro, immaginato come momento inaugurale dell’anno scolastico, durante il quale sono state presentate le proposte del museo per le scuole e come incontro formativo destinato agli insegnanti. La Vail ha inoltre espresso un profondo ringraziamento nei confronti dei presenti, sottolineando il loro ruolo “determinante nell’educazione di bambini e ragazzi e quali interlocutori fondamentali nel rapporto tra il museo e il mondo della scuola”.

Un laboratorio con i bambini alla Guggenheim di Venezia

 

È poi intervenuta Elena Minarelli, Responsabile del Dipartimento Educazione della Collezione, che ha presentato il programma didattico del museo per l’anno scolastico 2018-19. Si parte con A scuola di Guggenheim, il consolidato programma del museo nato nel 2002 in collaborazione con la Regione del Veneto, rivolto alle scuole venete di ogni ordine e grado che promuove progetti, attività e iniziative volti all’inserimento dell’arte moderna e contemporanea nei Piani dell’Offerta Formativa scolastica. Per il terzo anno consecutivo, poi, il museo veneziano partecipa a Tutta un’altra ASL, progetto di Alternanza Scuola Lavoro realizzato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale e la Fondazione di Venezia. Inoltre, accanto alle visite guidate a pagamento condotte in differenti lingue durante l’orario di apertura del museo, grazie al programma Prima Visione il museo offre ai gruppi scolastici l’occasione di visitare le sale espositive a partire dalle 9 del mattino, prima dell’orario di apertura al pubblico, beneficiando di una visita guidata gratuita. Non manca naturalmente all’appello Doppio Senso. Percorsi Tattili alla Collezione Peggy Guggenheim, progetto con il quale, nell’autunno del 2015, Palazzo Venier dei Leoni ha aperto il proprio patrimonio artistico al pubblico con disabilità visive, iniziando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza dell’arte attraverso il tatto.  E infine, costante del museo per i piccoli visitatori sono i Kids Day, i laboratori didattici domenicali, gratuiti, per bambini dai 4 ai 10 anni, ideati allo scopo di introdurre i partecipanti all’arte moderna e contemporanea in modo continuativo, accessibile e interessante.

Sono poi seguiti gli interventi dei tre relatori ospiti. Irene Baldriga, storica dell’arte, docente e Presidente di ANISA (Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell’Arte) ha parlato di Patrimonio e cittadinanza. Lo spazio del museo per lo sviluppo e l’esercizio delle competenze trasversali. La Baldriga ha riflettuto su come lo spazio museale sia un ambiente di apprendimento utile a maturare competenze trasversali, e possa contribuire a rafforzare riferimenti etici e identitari indispensabili all’esercizio di una cittadinanza consapevole.

Marco Dallari, professore ordinario di Pedagogia generale dell’Università di Trento, è poi intervenuto con L’incontro con l’opera d’arte come esperienza educativa. “La parola “esperienza” – in educazione – viene spesso considerata sinonimo di “didattica del fare”. Ma la dimensione laboratoriale e manuale dell’attività educativa non basta” ha sostenuto Dallari. “Per John Dewey l’esperienza è attività intelligente, capace di far incontrare teoria e pratica, conoscenza e formazione, affettività e ragione”.

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Visite e controlli gratuiti, mercoledì 10 all’ospedale di Dolo, per prevenire l’obesità

Gente Veneta - Lun, 08/10/2018 - 10:31

Visite ed esami del sangue gratuiti per valutare se il peso corporeo sia adeguato o se ci siano pericoli legati al sovrappeso.

È la proposta, per mercoledì 10 ottobre, dell’Unità Operativa di Nefrologia e Dialisi dell’Ulss 3, Distretto Mirano-Dolo, che aderisce alla giornata nazionale dedicata alla prevenzione dell’obesità “Obesity Day”. L’obiettivo è di sensibilizzare la popolazione nei confronti dei rischi dell’obesità e del sovrappeso.

L’appuntamento è all’Ospedale di Dolo: tutti possono aderire all’iniziativa gratuita, senza limite di numero: basta presentarsi dalle 8.30 alle 13.30 presso l’area allestita al primo piano dell’ospedale (parte nuova della struttura ospedaliera, dove si trova anche il Cup, Centro Unico di Prenotazione). Qui, medici e infermieri del servizio di Nefrologia, in collaborazione con la Dirigenza Medica, insieme ai volontari dell’Avo (Associazione Volontari Ospedalieri), accoglieranno i cittadini ai quali verrà distribuito del materiale informativo sui corretti stili di vita. E, chi lo vorrà, potrà essere visitato.

«Verranno rilevate gratuitamente, senza bisogno di impegnativa medica – spiega la responsabile del reparto Gina Meneghel – il colesterolo, la glicemia, la pressione arteriosa, il peso e l’indice di massa corporea».

Gina Meneghel (seduta, a sinistra), primario di Nefrologia e Dialisi dell’Ulss 3, con i suoi collaboratori

 

L’Istat ha confermato il dato che la popolazione italiana sta aumentando di peso. In questi ultimi vent’anni l’ago della bilancia è salito vertiginosamente e il 46% della popolazione di età superiore o uguale ai 18 anni ha problemi di eccesso ponderale; quindi sono venti milioni gli italiani che hanno problemi di peso. L’obesità non risparmia nemmeno le fasce dell’infanzia: il 36% dei bambini ha problemi di eccesso di peso e di questi ben il 12% è decisamente obeso.

E’ presente peraltro una marcata differenza tra il Nord e il Sud, dove la patologia è prevalente, ad esempio il Molise un totale del 52% con ben il 14.1 di obesità, a fronte del Trentino Alto Adige con un 34.9% con il 7.8% di obesi.

La fascia di età in cui si registra il maggior numero di soggetti in eccesso di peso è, sia per gli uomini che per le donne, quella tra i 65 – 74 anni (uomini 52.6% e 16%, donne 40.3% e 14.8% in sovrappeso e obesi rispettivamente).

«L’alimentazione – continua la dottoressa Meneghel – occupa un ruolo centrale nella salute della persona: l’eccesso di calorie è causa di una serie di patologie, tuttavia, prima ancora della dieta sono l’educazione alimentare e l’attività fisica a salvarci. E l’Italia è in prima fila nella prevenzione proponendo con la dieta mediterranea un equilibrato modello di alimentazione».

«A Dolo è un appuntamento, consolidato, ormai di tradizione – commenta il Direttore Generale della Ulss 3, Giuseppe Dal Ben – che vede ogni anno una importante partecipazione: solo lo scorso anno, infatti, sanitari e volontari hanno accolto 160 persone (di queste il 60%, ovvero sopra la media nazionale del 46%, è risultato in sovrappeso e obeso e, nella maggior parte dei casi, nemmeno lo sapeva) e non tutte prettamente del nostro territorio. Un evento di promozione alla salute che si divide tra giusta informazione e test di base per valutare lo stato di salute. Tutti vengono accolti, sia adulti che bambini».

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Dal 1° gennaio obbligo di fattura elettronica: artigiani e Pmi della Riviera si incontrano per capirne di più

Gente Veneta - Lun, 08/10/2018 - 08:53

Un incontro è in programma mercoledì 10 ottobre, alle ore 19, presso la sede dell’Associazione Artigiani e Piccole e medie imprese “Città della Riviera del Brenta” in via Brenta Bassa 34 a Dolo, per tutte le aziende dell’area della Riviera, sulle questioni collegate all’introduzione della fatturazione elettronica, che da gennaio del 2019 sarà obbligatoria.

«Con l’ultima Legge di Bilancio approvata – spiega il Segretario dell’Associazione Artigiani e Piccole e medie imprese della Riviera del Brenta Giorgio Chinellato – la fatturazione elettronica sarà obbligatoria, a partire dal 1° gennaio 2019, per tutte le cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti, stabiliti o identificati nel territorio italiano. Ciò avrà un impatto importante sulle imprese, costituendo un ulteriore passo verso la digitalizzazione integrale dei processi di gestione del ciclo attivo e passivo. Non riguarderà solo i rapporti tra operatori economici, ma anche i rapporti verso i consumatori finali».

L’Associazione Artigiani della Riviera organizza perciò un incontro, con l’obiettivo di aiutare le aziende ad affrontare al meglio l’obbligo della “Fattura Elettronica”.

Nelle intenzioni del legislatore, la fatturazione elettronica dovrebbe portare vantaggi allo Stato, alle Pmi e renderà più agevole anche l’erogazione del credito da parte delle banche. Nasceranno sistemi integrati dove le informazioni saranno gestite dai software e messe a fattore comune di tutta la filiera. Saranno noti in tempo reale i dati delle aziende e i loro flussi di pagamento. «Sarà chiarito – conclude Giorgio Chinellato – il quadro normativo di riferimento e gli adempimenti richiesti fornendo soluzioni operative».

L’incontro sarà tenuto da Vittorio Comerci, commercialista dell’Associazione, e da Nicola Mescalchin, responsabile del centro elaborazione dati della stessa.

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Il biblista padre Ska a Venezia: «Il problema è che non si legge più»

Gente Veneta - Lun, 08/10/2018 - 06:15

Tolle lege, “prendi e leggi” si sentì dire Agostino: e questo cambiò la sua vita. Ma, nel mondo di oggi, “il vero problema non è leggere la Bibbia, il problema è leggere!”, diceva padre Schökel.

Perché leggere la Bibbia se non si ama la lettura? Come si può amare l’avventura della lettura, che ci immerge in un mondo, se non si legge abitualmente? E come si apre la Bibbia, come ci si accosta alla Sacra Scrittura?

A tutte queste domande ha voluto rispondere l’incontro promosso martedì 2 ottobre dalla Scuola Biblica Diocesana e dal Consiglio Locale delle Chiese Cristiane di Venezia, che quest’anno festeggia i suoi venticinque anni d’istituzione. Teatro significativo di questa iniziativa la sala del consiglio della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista. Relatore il professor Jean Louis Ska, docente del Pontificio Istituto Biblico di Roma, che ha aperto il suo intervento proprio con le parole citate.

«Un tempo si vedeva la gente leggere in autobus o sul treno – dice padre Ska – ora invece tutti giocano col telefonino. Per padre Schökel chi non legge neanche romanzi non può saper apprezzare la Bibbia».

Il famoso biblista ha sottolineato la profonda differenza che intercorre tra leggere e guardare un film al cinema o alla televisione: ci vuole più tempo, ci si immerge in un mondo. Un brano di letteratura è una esperienza condivisa: il testo permette di trasmettere una esperienza ed è un invito per trasmettere la stessa esperienza.
La Bibbia è capace di questo. Padre Ska ha poi spiegato come avvicinarsi alla Bibbia in tre tappe: la prima riprende un detto del Talmud secondo il quale “la Thorah parla il linguaggio degli uomini, la lingua degli uomini”; ossia, se la Bibbia è mediata da un linguaggio degli uomini, questo comporta che si deve studiare e analizzare, considerando il suo contesto storico umano e la sua evoluzione.

In secondo luogo, il professor Ska ha sottolineato che «il racconto è il significato» e, citando il cardinale Martini, ha detto che «ci sono tre modi di leggere la Bibbia: il primo è quello del parroco, che legge pensando “che cosa dirò?”, e quando ha trovato qualcosa da dire non approfondisce; poi ci sono coloro che leggono la Bibbia nella meditazione e si domandano “cosa dice a me?”, e se non gli dice niente cercano altrove. Il terzo modo è quello di chiedersi “che cosa dice questo brano?”: e qui si aprono porte e finestre».
Procedendo verso la conclusione padre Ska, citando il titolo dell’autobiografia del direttore d’orchestra Riccardo Muti “Prima la musica poi le parole”, ha affermato che «il messaggio è nella musica, non in ogni nota, quindi il messaggio non è in ogni versetto. Per capire il brano bisogna collocarlo nel suo contesto, così come devo ascoltare tutta una sinfonia per poterla comprendere».

Per illustrare metodologicamente come avvicinarsi al testo, padre Ska ha presentato e commentato alcuni brani biblici, come la parabola lucana del figliol prodigo. Ha poi concluso citando come in apertura padre Schökel per il quale «La Bibbia contiene tanti spartiti che vanno interpretati: spetta a noi suonare e cantare».

Marco Zane

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