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“Avvicinarsi all’arcangelo Michele”: presentazione del libro, venerdì 28 alla libreria San Michele di Mestre

Gente Veneta - Lun, 24/09/2018 - 12:41

“Avvicinarsi all’arcangelo Michele” è il titolo del libro di Paola Bizzarri che verrà presentato venerdì 28 settembre, alle ore 17.30, alla libreria San Michele di via Poerio 32. «Michele – sottolinea l’autrice, che sarà presente all’incontro – è colui che ci preserva dal buio e dalle tenebre: per questo è così importante poterci avvicinare a lui».

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Mercoledì 26, in Duomo a Mestre, il concerto per San Michele con l’orchestra della Fenice

Gente Veneta - Lun, 24/09/2018 - 09:41

Mercoledì 26 settembre alle ore 21, in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono di Mestre San Michele Arcangelo, si rinnova la tradizione del Concerto di San Michele dell’Orchestra del Teatro La Fenice nel Duomo di San Lorenzo.

Il concerto è organizzato dall’Associazione Amici della Musica di Mestre in collaborazione con il Comune di Venezia, la Fondazione del Duomo e la Fondazione Teatro la Fenice, che offre il concerto alla città. Programma con musiche di raro ascolto (autori: Nicolaus Bruhns, Giovanni Buonaventura Viviani, Alessandro Scarlatti, Antonio Vivaldi, Johann Sebastian Bach) e con la partecipazione del primo violino concertatore Roberto Baraldi, organo e continuo Ulisse Trabacchin, tromba Piergiuseppe Doldi, soprano Lucrezia Drei, violino concertante Alessandro Cappelletto.

Ingresso per invito; gli inviti si possono ritirare presso la Libreria San Michele in Via Poerio 32 da giovedì 20 settembre o presso la sede degli Amici della Musica di Mestre in Piazzetta Maestri del Lavoro 3.

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Saveriani di Zelarino, in 150 alla festa dei parenti dei missionari

Gente Veneta - Lun, 24/09/2018 - 09:24

Erano almeno in 150, domenica 23 settembre, all’annuale festa per i parenti dei missionari e benefattori, tenutasi nella casa dei Saveriani a Zelarino.

Ad accoglierli, a nome della Direzione generale, padre Eugenio Pulcini, missionario in Messico e Filippine e ora consigliere generale. Padre Eugenio ha fatto una panoramica delle missioni saveriane, mettendo in evidenza il cambio di stile che devono avere oggi i missionari. Non vanno più solo per costruire (ospedali, scuole e altre opere sociali), ma si impegnano ad accompagnare fratelli e sorelle di ogni parte del mondo per far riscoprire loro la dignità di essere persone e figli di Dio.

Padre Eugenio Pulcini

 

Poi, nell’omelia della Messa, ha ricordato che il missionario parte perché è Gesù Cristo che lo ha chiamato ed è Lui che noi testimoniamo, certo facendo anche delle opere concrete. Il modo è quello che suggerisce il vescovo Tonino Bello, quando dice che l’unico abito liturgico che Gesù ha inventato è il grembiule, utilizzato la sera del Giovedì Santo, invitando tutti al servizio.

Padre Pulcini ha poi aggiunto che molti oggi si sentono orgogliosamente egoisti, pensando che basta un like (I like Jesus Christ) per dirsi cristiani. Non basta, e ce lo ricorda bene Papa Francesco. Le nostre parole devono diventare fatti, cioè servizio concreto, umile e continuo verso il fratello.

Terminata la mensa eucaristica, ci si è ritrovati per condividere il cibo, preparato con amore dai volontari che ogni anno non fanno mancare il loro servizio e a cui va il grazie di tutti i presenti. Un po’ di canti, di ricordi, di “quattro ciacole” in allegria e, naturalmente, l’arrivederci al prossimo anno. (P.O.F.)

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Don Capovilla: «No al ripristino del servizio militare obbligatorio»

Gente Veneta - Lun, 24/09/2018 - 04:53

No al ripristino del servizio militare obbligatorio. Servire la patria è ben altra cosa che fare obbligatoriamente un anno di lavoro per imparare anche a uccidere.

Lo sottolinea don Nandino Capovilla, parroco della SS. Risurrezione di Marghera, in una riflessione che fa seguito alla proposta di ripristinare, in Italia, l’anno obbligatorio nell’esercito.

 

«È vero, Signore, non siamo sulla strada giusta». La strada sbagliata, a cui si riferiva papa Paolo VI nel guardare all’umanità e alla sua storia, «è la strada della violenza e della guerra alla quale i popoli, da sempre, hanno affidato lo strumento degli eserciti e del conflitto armato».

La prima cosa infatti che ho pensato sentendo questa incredibile idea di ripristinare la naja obbligatoria è stata che non saremmo proprio sulla strada giusta per il bene dei nostri giovani e del Paese se decidessimo di investire tempo e denaro nel rilanciare “lo strumento dell’esercito”. La consapevolezza di una strada sbagliata è il primo passo che dovremmo fare, verificando la devastazione umana e totale che ogni uccisione e ogni guerra comporta.

Non solo le edicole sono ancora piene di libri sulla prima guerra mondiale (scritta in minuscolo perché erroneamente si continua a chiamarla pomposamente “Grande” guerra, mentre fu disgraziatamente solo una “inutile strage” (Benedetto XV). Ma la memoria di chi la guerra l’ha fatta è piena di appelli a non ripetere davvero più gli errori del passato pensando di costruire la pace con lo strumento della guerra.

Basterebbe chiedere un parere su questa follia dell’obbligo del servizio militare a tutti quelli che sono stati addestrati per uccidere e che hanno visto morire dei fratelli (ma forse non siamo ancora tutti d’accordo che sulla faccia della terra siamo tutti fratelli), perché – va detto e ripetuto – di questo si tratta e questo è l’obiettivo degli eserciti.

Chi lo propone, invece, tira fuori l’educazione, anzi, la “buona educazione” che immaginiamo sia imparare a farsi il letto, obbedire ai superiori, tenersi in ordine la camera e l’uniforme. Questo motiverebbe un enorme investimento economico e morale di tutta la gioventù italiana. Ma “buona educazione” è portare al rispetto dell’altro, maturare attenzione e cura per chi è più svantaggiato, testimoniare l’amore verso tutti, senza se e ma.

Allora il problema non è “il servizio” ma la seconda parola: “militare”. Parola corretta per far capire l’obiettivo degli eserciti: insegnare ad usare le armi e a combattere fino ad uccidere.

«Ma l’esercito è per il bene del Paese!», aggiunge qualcuno. «E la naja è la scelta di un giovane di servire la Patria». Chiediamoci allora cosa significa oggi “servire l’Italia”? Quali esperienze la aiutano a crescere in umanità e dignità? E nel concetto di Patria non ci dovrebbe essere proprio questo?

In parole povere: il militare esiste per imparare a fare la guerra e non per soccorrere i terremotati, come mostrano gli spot nelle scuole dove si reclutano le nuove leve. E la sola idea di “vestire l’uniforme” mi dice cancellazione della coscienza e appiattimento della diversità di ogni uomo nell’uniformità del plotone.

Ritorno della leva obbligatoria? Chiedete un parere alla storia, un altro a chi la guerra l’ha vista e a chi, se fosse vivo, ve lo darebbe: uno dei centinaia di giovani americani che non ce l’ha fatta, la testa è esplosa dopo aver dovuto sparare e uccidere. I militari Usa suicidatisi in Iraq sono stati molti più di quelli uccisi nei combattimenti. Cosa è successo nella mente e nel cuore di quei giovani per portarli a suicidarsi?

Lo diceva candidamente Giovanni Paolo II: «Le esigenze di umanità ci chiedono oggi di insegnare la pace e non la guerra, anzi di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra. Per coltivare la pace come bene supremo al quale tutte le strategie devono essere subordinate cominciando dalla cultura e dall’educazione delle nuove generazioni».

Don Nandino Capovilla

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Mestre: festa dei lustri, nella parrocchia di San Paolo, per sei coppie di sposi e per il parroco don Stefano

Gente Veneta - Dom, 23/09/2018 - 21:09

Domenica 23 settembre si è svolta, nella chiesa di San Paolo a Mestre, la festa dei lustri secondo una tradizione consolidata negli anni.

La cerimonia, occasione anche per ricordare i cinque anni di don Stefano Cannizzaro come parroco di San Paolo, ha visto la presenza di sei coppie di sposi che con semplicità si sono nuovamente scambiate le promesse matrimoniali. Parenti, amici e una comunità festante hanno partecipato alla celebrazione. E’ seguito poi in patronato un momento di condivisione conviviale. Arrivederci quindi al prossimo anno… sulla strada della continuità nella tradizione. (A.R.)

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Il mirese Giorgio Zorzi sta costruendo una scuola a Kampala. Oriago si mobilita per sostenere l’opera

Gente Veneta - Dom, 23/09/2018 - 20:48

«Si parla molto dei social e dell’uso diseducativo e anche pericoloso che spesso se ne fa. Ma l’esperienza di solidarietà del nostro concittadino Giorgio Zorzi, che sta costruendo una scuola in un quartiere periferico di Kampala, nell’Africa equatoriale, ci ha dimostrato che la rete può essere un grande strumento solidale, un amplificatore che congiunge persone lontane, e che magari non si conoscono, attorno a un progetto positivo, unite in un obiettivo comune».

Lo scrive Nerella Zorzetto nel foglio “Una Voce nella Riviera” della collaborazione pastorale di Oriago e Ca’ Sabbioni.

Giorgio Zorzi è un cittadino mirese. È stato consigliere comunale e ha lavorato per anni a Mira in un noto negozio di ferramenta e casalinghi. Ultimamente lavorava per Veritas, dove ha conosciuto Sara, cittadina ugandese, ora sua moglie. Si è trasferito nel paese di origine di lei da un anno e mezzo circa e, vedendo le necessità della popolazione, ha iniziato a dare il suo aiuto in vari ambiti. Adesso sta completando la scuola. Ma serve molto denaro per tutto. E allora ecco la solidarietà di Oriago.

«Domenica 16 settembre – prosegue Nerella Zorzetto – nella parrocchia di S. Maria Maddalena a Oriago anche noi ci siamo mobilitati e abbiamo organizzato un mercatino per raccogliere offerte all’uscita dalle Messe. Ha in parte presenziato anche Giorgio, che ha raccontato ai parrocchiani presenti la qualità della vita in Africa, i problemi che quotidianamente gli abitantidevono affrontare, soprattutto nelle periferie dove manca tutto, e ci ha illustrato le esigenze di beni di prima necessità. Ma anche ci ha raccontato la gioia di vivere di queste persone, la loro solidarietà nell’aiutarsi, la voglia di migliorare le proprie condizioni di vita. Ci ha mostrato la scuola che sta costruendo, ora arrivata al tetto».

I parrocchiani si sono dimostrati sensibili e generosi. Il ricavato del mercatino, aggiunto ad altre offerte arrivate dalle tante persone mobilitate, consentirà a Giorgio Zorzi di terminare la scuola in tempi brevi e magari creare qualche altro servizio.

«E Giorgio – conclude l’articolo su “La Voce nalla Riviera” – ringrazia di cuore tutti e ci aggiornerà via Facebook».

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Mestre, da lunedì 24 apre l’anagrafe in via Palazzo. Anche on line le domande di cambio residenza

Gente Veneta - Dom, 23/09/2018 - 10:43

Da lunedì 24 settembre, con l’apertura dell’Anagrafe del Comune di Venezia in via Palazzo 8, nuovo tassello per il Polo dei servizi al Cittadino. D’ora in poi tutti i residenti del Comune potranno recarsi nel centro di Mestre e trovare tutti i servizi demografici in un unico luogo e, a pochi passi dall’ex scuola Ticozzi, anche l’Ufficio Relazioni con il Pubblico, l’Ufficio Idoneità Alloggi e tra pochi giorni il Protocollo Generale e la Casa comunale.

Il Comune di Venezia inoltre rende noto di aver organizzato il servizio di prenotazione delle pratiche di cambio residenza/abitazione per gli sportelli di Mestre e di Venezia. Sarà possibile fissare il proprio appuntamento sul sito del Comune di Venezia www.comune.venezia.it alla sezione Anagrafe Semplice. In alternativa si potrà telefonare al numero telefonico dell’URP 041.274.90.90.

I cittadini che, senza spostarsi da casa o dall’ufficio, volessero procedere per via telematica, potranno farlo seguendo le istruzioni contenute nel sito del Comune di Venezia alla pagina “Modalità invio cambio di residenza e abitazione”. Inoltre i residenti nel Comune di Venezia, che siano unico componente del nucleo familiare e che possiedano un’identità digitale SPID, potranno effettuare il cambio di residenza o abitazione on-line dal nuovo portale DIME.

I cittadini non italiani, appartenenti ad uno Stato membro dell’Unione Europea, continueranno a presentare la richiesta della residenza con la documentazione relativa sempre allo sportello dell’ Ufficio Soggiorno Cittadini Comunitari, che si trova a Mestre in Via Torre Belfredo n. 1/A.

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Mira, l’11 novembre aprirà il nuovo emporio solidale: «Per completarlo serve un furgone-frigo»

Gente Veneta - Dom, 23/09/2018 - 05:24

Serve un furgoncino-frigo per completare il salto di qualità. È l’appello di chi opera per il Centro San Martino di Mira, l’emporio della solidarietà che sta per nascere nel patronato di San Marco Evangelista.

L’11 novembre, giorno in cui si fa memoria del santo che divise il suo mantello con il povero, ci sarà l’inaugurazione. A partire dalle 15.30, con la preghiera dei Vespri, si darà il via a questo notevole salto di qualità, appunto, per la carità nel territorio.

Nei locali del patronato sono stati approntati i locali: ci sono due sale, di 65 metri quadrati l’una, destinate alla raccolta e alla distribuzione di generi alimentari e di capi di abbigliamento. Il Centro San Martino sarà dotato anche di un centro d’ascolto e di una sala riunioni.

L’iniziativa è della Caritas vicariale, sostenuta dalle parrocchie del vicariato di Gambarare, ed è stata possibile grazie alla creazione dell’associazione Ponte solidale onlus, necessaria per espletare le procedure e tenere il rapporto con le istituzioni.
Gli utenti saranno i poveri del territorio, quelli che già adesso bussano alle porte delle varie comunità; dall’11 novembre in poi troveranno un unico centro, attrezzato e con persone dedicate.

Tutti gli utenti saranno dotati di una tessera a punti, dotata di un numero di punti proporzionale al reddito personale o familiare e al numero di componenti della famiglia.

La novità, rispetto a quanto accaduto fino ad oggi, che ogni persona potrà scegliere i generi alimentari o gli abiti che vorrà scalandone il valore, in punti, dalla propria tessera. Finora, invece, chi chiedeva un aiuto portava a casa un sacchetto già riempito di cibo, senza poter scegliere.

La nuova formula ha l’obiettivo di sensibilizzare e responsabilizzare i richiedenti, anche per evitare sprechi. Non è previsto l’uso di denaro.

Il passo da compiere per completare al meglio il Centro San Martino è quello, appunto, di dotarsi di un furgone attrezzato per il trasporto di generi alimentari freschi: «Ci sarebbe molto utile – sottolinea Fabio Schirru, coordinatore del Centro San Martino – perché ci permetterebbe un grande salto di qualità. Oltre ai generi a lunga scadenza e all’ortofrutta, infatti, potremmo chiedere ai supermercati e ai negozi le eccedenze di cibo fresco. Per esempio i latticini, il pane, la pizza, la pasticceria, forse perfino la carne e i prodotti di gastronomia…». Serve, insomma, un benefattore che voglia legare il suo nome, con una donazione, alla piena riuscita del Centro San Martino di Mira.

Giorgio Malavasi

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La teologa che ha vissuto 36 anni in una roulotte fra i rom, domenica 23 alla Festa del Creato ad Altino: «Il grido della terra è quello dei poveri»

Gente Veneta - Sab, 22/09/2018 - 21:20

Sarà una meditazione originale nella forma e nella sostanza, quella proposta ai partecipanti della Festa del Creato, domenica 23, dalla teologa Cristina Simonelli sul tema “Rinascere dall’Acqua e dalla Terra”.

Nella forma, perché la conversazione sarà impostata come una passeggiata lungo gli argini della laguna, accompagnata da musica dal vivo e intervallata dalle riflessioni della teologa.

Nella sostanza perché i contenuti toccheranno sì le alte vette della teologia, ma per essere declinati alla realtà della vita delle persone, alle problematiche concrete, a partire dalle tematiche ambientali, ma non solo da quelle. «Come ho avuto modo di scrivere nella mia prefazione alla Laudato Si’ di Papa Francesco, il grido della terra è il grido dei poveri. Il disastro ambientale e il rifiuto verso le persone sono strettamente connessi, sono ancor più che due facce della stessa medaglia», spiega la teologa anticipando a GV alcuni spunti della sua meditazione.

Mezza vita in un campo rom. «Provengo dalle periferie», è la sua premessa. Cristina Simonelli, 62 anni, docente di teologia patristica, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane, ha infatti vissuto in roulotte, all’interno di un accampamento rom prima in Toscana e poi a Verona, dal 1976 al 2012. «Non sono stata l’unica: come me altri laici, ma anche sacerdoti e religiosi, dalle provenienze e sensibilità più diversi. Erano anni in cui si viveva ancora l’onda lunga del Concilio. Si parlava allora di “condivisione”. Volevamo verificare se il Vangelo potesse davvero “tenere”, se potesse “resistere” al confronto con la realtà».

Il risultato è che sì, «il Vangelo ha tenuto». Oggi la teologa non vive più in un accampamento rom, ma ha mantenuto la sensibilità e il punto di vista periferici. Ed è con questa “lente” che la riflessione ad Altino toccherà diversi spunti, non solo quelli prettamente ambientali. Con un invito alla conversione, a cominciare dalla stessa teologia: «La teologia può convertirsi ascoltando il grido della terra e il grido degli ultimi», afferma sottolineando come la conversione implichi una sorta di “traduzione” del linguaggio: «Dobbiamo scendere dal gergo teologico ad un linguaggio che parli davvero alle persone. La teologia deve immergersi, come nel Battesimo, per riemergere con il linguaggio della vita», aggiunge la teologa riprendendo l’immagine dell’acqua che farà da filo conduttore della camminata lungo gli argini della laguna.

«L’acqua del battesimo, per prima cosa, inteso come rinascita. Dicevo della teologia, appunto, da “battezzare” alla vita. E poi uno sguardo sulla laguna, acqua che in passato si è aperta ad altri mondi e ad altre culture. Come non pensare invece alla chiusura oggi crescente verso l’altro? Come non pensare all’acqua del Mediterraneo e alle persone che vi annegano?», chiede in modo non retorico la teologa.

«Facciamo sentire la nostra voce». Di fronte a questo atteggiamento sempre più chiuso, fino a sfociare nel razzismo e nella xenofobia giungono due indicazioni: «Per prima cosa non lasciamo correre. Di fronte a piccoli episodi di intolleranza, non voltiamoci dall’altra parte. Facciamo sentire la nostra voce. Non abbiamo paura di uscire allo scoperto, prendiamo posizione anche pubblicamente, come stanno facendo i vescovi. E poi facciamo appello alle esperienze positive che esistono e vanno valorizzate. Sono toscana, ma vivo in Veneto da tanto tempo e posso dire che questa è una terra di grande tradizione spirituale, di apertura, di solidarietà, che non può essere cancellata da discorsi di corto respiro. Non vale la pena fare leva su contrapposizioni ideologiche, ma è preferibile rimanere su terreni concreti, su esperienze da condividere anche con chi la pensa diversamente, perché solo così può emergere la parte migliore di ciascuno». (S.S.L.)

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Venezia, dal 28 al 30 settembre tanti eventi a taglia di bambino

Gente Veneta - Sab, 22/09/2018 - 18:55

Si rinnova l’appuntamento con “Venezia città dei bambini”, il weekend di appuntamenti ed eventi gratuiti a misura di famiglie che caratterizzerà sia il centro storico, sia la terraferma. Da venerdì 28 a domenica 30 settembre un ricchissimo programma spazierà, grazie al contributo di Musei, Enti e associazioni locali, dal teatro agli spettacoli di strada, dai laboratori alla cultura, senza dimenticare musica, arte, cacce al tesoro, sport e la possibilità di scoprire la secolare tradizione del vetro di Murano con gli “open day” del 28 e 29 settembre.

Venerdì 28 settembre si inizierà in Piscina di Sant’Alvise a Venezia con un incontro rivolto ai genitori intitolato “Crescere con amore – educazione ad alto contatto” (ore 10), dopodiché, nel pomeriggio, tra gli altri eventi, spazio ai laboratori di teatro alla serra dei Giardini (a partire dalle ore 15), a una caccia al tesoro alla Chiesa della Pietà (sempre alle 15) e al “The Harry Potter Challenge” in una scuola d’inglese di Cannaregio (ore 15.30).

A seguire laboratori di danza, teatro, pittura e di lingua straniera rivolti a bimbi fino a 6 anni. In chiave di riscoperta delle tradizioni veneziane, l’incontro delle 17 allo Squero di San Trovaso intitolato “Mamma, com’è fatta la gondola?”. In contemporanea, al Lido, “Gym&Dance” rivolta a bambini da 6 a 10 anni, mentre a Marghera incontro “Tracce libere”, arte-terapia genitore-figlio 3-4 anni.

Una delle “basi” principali della manifestazione sarà la Serra dei Giardini, anche quest’anno fulcro della kermesse: dieci gli appuntamenti in programma che si terranno per l’intero weekend, tra cui laboratori di teatro, mosaico e letture per i bambini dai 3 anni in su, mentre per i genitori sono stati organizzati due incontri in cui si parlerà di gravidanza e di “babywearing”. La Biblioteca Bettini Junior, in Campo San Provolo, rinnova la sua partecipazione con due incontri per genitori e figli in cui si discuterà di educazione digitale e si approfondirà la problematica del cyber-bullismo. Ci si potrà inoltre avvicinare anche alla musica mediante un percorso di alfabetizzazione musicale.

“‘Venezia città per i bambini’ è una manifestazione cui l’Amministrazione comunale tiene molto – commenta l’assessore alle Politiche educative, Paolo Romor – è importante dare la possibilità ai nostri bimbi di imparare divertendosi, iniziando a raccontargli quanto siano belle e importanti le tradizioni lagunari”.

“Siamo riusciti a proporre un programma molto ricco, con impegno e passione – afferma Martina Stipitivich, l’organizzatrice – è la dimostrazione che Venezia è un città vitale che è in grado di offrire anche alle famiglie innumerevoli occasioni di svago e formazione. In totale sono previsti 52 eventi gratuiti. Saranno 35 in centro storico (uno a Sacca Fisola e uno alla Giudecca), 9 a Lido, 2 a Murano, 1 a Burano, 4 a Mestre e 1 a Marghera”.

Lunghissimo l’elenco delle realtà che parteciperanno all’iniziativa, tra cui figurano la Galleria internazionale d’Arte moderna Ca’ Pesaro, Punta della Dogana, il Museo di Palazzo Grimani, il Museo del Merletto di Murano, il Museo Ebraico, la Collezione Peggy Guggenheim, la sede del Coro Marmolada, l’Accademia musiciale Verdi, la Casa dei Tre Oci, oltre che numerose associazioni del territorio, come DanzaStorie e Rugbytots.

Tutti gli appuntamenti sono indicati al seguente sito: https://www.veneziadeibambini.it/

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Mestre, il nuovo Don Vecchi 7 pronto per la primavera ’19. E una donazione di tessuti Rubelli lo aiuterà

Gente Veneta - Sab, 22/09/2018 - 11:37

Siamo già al terzo piano e il cantiere va avanti spedito. È probabile perciò che l’inaugurazione del nuovo Centro Don Vecchi, il numero 7, avverrà nella tarda primavera del 2019.

Si avvicina così a realizzarsi il nuovo “sogno” di don Armando Trevisiol e della Fondazione Carpinetum di solidarietà Cristiana Onlus, fondata da don Armando Trevisiol e oggi gestita dal Consiglio di amministrazione il cui presidente è don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo.

A tutt’oggi la Fondazione amministra 438 alloggi con 500 residenti. Tali Centri sono situati a Carpenedo, Marghera, Campalto e Mestre (in località Arzeroni). Giacendo però, presso la segreteria della Fondazione, un numero molto elevato di domande inevase, la Fondazione ha deciso di fabbricare, sempre agli Arzeroni, una nuova struttura di 57 alloggi bilocali (composti da cucina soggiorno, camera da letto, ripostiglio, bagno e terrazzo), alloggi offerti parzialmente arredati con angolo cottura e un grande armadio guardaroba.

Gli anziani che aspirano ad avere un alloggio possono quindi già ritirare il modulo della domanda presso la segreteria della direzione via dei 300 Campi n. 6 – tel. 041.535.30.00.
Questo settimo centro metterà a disposizione pure una ventina di stanze per persone di altri Paesi, ma che lavorano o studiano a Mestre e Venezia.

Il costo previsto di questa nuova struttura è di 3.900.000 euro, parte dei quali sono già disponibili, avendo la Fondazione ricevuto alcune eredità di una certa consistenza, dai coniugi Milena e Giulio Rocchini, da Vittorio Coin, dalle famiglie Da Rol, Furlan, Filisdei e dalle sottoscrizioni di azioni di 50 euro delle quali informa ogni settimana il settimanale L’Incontro.

Nonostante tutti questi contributi – precisa don Armando Trevisiol – la Fondazione è ancora ben lontana dall’aver raccolto tutta la somma necessaria: «A questo proposito è giunta in questi ultimi giorni, quantomai gradita, l’offerta della ditta veneziana Rubelli, una delle più conosciute e prestigiose aziende che produce tessuti di altissima qualità. I titolari Lisa Paola e l’avvocato Alessandro Favaretto Rubelli, persone particolarmente amiche di monsignor Valentino Vecchi sacerdote che consideravano come loro consigliere spirituale, sono venute a conoscenza di questa nuova impresa che sarà anch’essa dedicata alla memoria di monsignor Vecchi. Perciò – prosegue don Trevisiol – hanno deciso di mettere a disposizione della Fondazione Don Vecchi due furgoni dei loro prestigiosi prodotti tessili per onorare la memoria del loro indimenticabile amico don Valentino e per concorrere all’opera benefica dei Centri Don Vecchi».

Per il primo di ottobre sarà allestito nella sala “Carpineta” del Centro Don Vecchi di Mestre uno stand dedicato ai tessuti Rubelli, che saranno messi in offerta dalle ore 15 alle ore 18, tutti i giorni, ai cittadini interessati a codesti tessuti ma contemporaneamente desiderosi di collaborare alla realizzazione della nuova struttura a favore degli anziani poveri.

«Un signore – aggiunge don Armando – venuto a conoscenza dell’iniziativa s’è offerto per comprare l’intero stock, ma la Fondazione ha preferito mettere a disposizione di tutti tale merce, stabilendo un’offerta minima che ognuno potrà aumentare dato il valore aggiunto di questa merce pregiata».

L’inaugurazione dell’iniziativa benefica avrà luogo alle ore 16 di lunedì ottobre alla presenza di Alessandro Favaretto Rubelli e del Presidente della Fondazione Carpinetum, don Gianni Antoniazzi. Per informazioni rivolgersi a suor Teresa, tel. 041.535.32.10 o a Luciana Mazzer cell. 333.725.98.74.

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Don Dino Pistolato, domenica 23 ingresso a Gambarare: «Arrivo da neofita entusiasta»

Gente Veneta - Sab, 22/09/2018 - 06:49

«Arrivo a Gambarare in punta di piedi e da neofita, ma con la speranza di portare entusiasmo e di riuscire a dare qualche risposta alle persone della parrocchia». È l’auspicio – e insieme lo stato d’animo – con cui don Dino Pistolato fa il suo ingresso come nuovo parroco della comunità di Gambarare.

Domenica 23, alle ore 16 in Duomo, sarà il Patriarca a presiedere il rito dell’ingresso. Che don Dino sia un “esordiente” è certo: per la prima volta farà il parroco e l’ultima volta che è stato cappellano risale al 1986, a Santa Rita, a Mestre. Poi, per don Pistolato, una intensissima stagione di incarichi in Diocesi.

È però altrettanto certo che il nuovo parroco porterà entusiasmo: quell’entusiasmo che ha percorso tutta la sua vita e la scelta religiosa. Nato 61 anni fa e cresciuto a Zelarino, Dino Pistolato entra in Seminario a 19 anni, appena diplomato ragioniere: «Ero attratto – ricorda – dall’esperienza missionaria, anche per via dei Saveriani che avevo conosciuto proprio a Zelarino; poi, però, ho optato per il Seminario diocesano. E ricordo bene il Patriarca Luciani, che mi ha detto il suo “sì”. Ricordo le due udienze che ho fatto con lui, da seminarista. In tutte e due le occasioni mi fece leggere l’articolo di fondo di Le Figaro, per commentarlo. Era un confrontarsi sulle idee: lo trovai molto stimolante».
Al fondo c’era il fascino radicale del messaggio cristiano: «Mi ha conquistato la passione del Vangelo per l’uomo. Ho capito, dalle esperienze che facevo, a partire dal Movimento studentesco, che l’impegno sociale era una parte, ma non era il tutto. L’altra parte dell’uomo, che aveva bisogno anch’essa di aiuto, trovava risposta in Gesù».

Erano anni molto vivaci quelli e Dino c’era dentro con tutto se stesso: «Per tre anni ho guidato il Movimento studentesco. Ho cercato di portare il dibattito fuori dalle logiche ideologiche e abbiamo fatto belle esperienze: per esempio autogestioni con un lavoro culturale solido».

Non solo contestazione studentesca, però: «In quegli anni andavo in parrocchia e facevo catechismo. Parroco era don Giuseppe Marigo. E in parrocchia non mi sono mai sentito né criticato né emarginato per l’impegno nel Movimento studentesco».

Sintonia di fondo anche in famiglia: «Vengo da una famiglia cattolica. La sensibilità per i temi sociali è venuta prima di tutto dall’aria che si respirava a casa. E veniva dalla cultura che mi ha sempre insegnato mio padre, che era un democristiano fedele ma che non ha mai voluto far politica attiva, perché già allora vedeva cose che non gli piacevano. Con lui, quando si ragionava di politica, il discorso andava sempre sui principi fondamentali: il rispetto, la libertà, la tutela dei diritti dei soggetti deboli… A casa mia c’era sempre a tavola un posto in più per il “nonno” o la “zia”, cioè per il povero che passava: non c’erano soldi, ma un piatto lo si dava sempre».

Poi la goccia che fa traboccare il vaso: «Don Giuseppe mi chiede di portare un signore a fare delle terapie. E io lo porto, con la sua auto. E proprio nei momenti di fatica e sofferenza questo signore si racconta e si confida con me. Un giorno chiede di confessarsi e io gli dico che l’avrei portato in parrocchia dal parroco. È un episodio che mi ha segnato molto: mi ha colpito la bellezza di poter dire: “sei assolto dai tuoi peccati, vai in pace”. È una cosa che tutte le lotte politiche e sociali, che pure sono utili, non possono realizzare. Devi andare aldilà. Per me era come chiudere il cerchio di una sensibilità già viva. Il Seminario è stato la scelta conseguente».

Dopo di allora l’ordinazione sacerdotale, nel 1981, per le mani del Patriarca Cè; poi le esperienze da cappellano a Caorle, a Carpenedo e a Santa Rita. Nel gennaio ’86 il Patriarca gli domanda di gestire la comunità per tossicodipendenti Emmaus; poi la lunga teoria degli incarichi diocesani: la vice-direzione e poi la direzione della Caritas, fino al 2014, e tutti gli altri, fino a quello di Vicario episcopale per gli affari generali, che si conclude in questi giorni. E ora l’esperienza a Gambarare, da neofita entusiasta.

Giorgio Malavasi

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Ca’ Sabbioni, nozze d’oro per Carla e Renato

Gente Veneta - Sab, 22/09/2018 - 04:53

Cinquant’anni di matrimonio per Carla Scaggiante e Renato Tacchetto. Un anniversario ricco e bello, che i due sposi hanno scelto di festeggiare tornando dinanzi alla Madonna di Borbiago per ringraziarla.

Sabato 22 settembre, così, parteciperanno, alle ore 16, ad una Messa nel santuario di Borbiago: insieme ai familiari, ai parenti e agli amici Carla e Renato diranno il loro grazie per questo primo mezzo secolo dal “sì” più importante. Felicitazioni e auguri ai due sposi e un saluto particolare a Carla, da anni preziosa collaboratrice di diffusione di Gente Veneta.

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Mestre e Lido: da lunedì nuova disinfestazione contro le zanzare che provocano la febbre del Nilo

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 21:49

Da lunedì 24 settembre nuovi interventi per la distruzione delle zanzare adulte e prevenire la diffusione del virus West Nile. La disinfestazione straordinaria riguarderà alcune aree identificate del Lido di Venezia, di Marghera, di Mestre, di Favaro e di Zelarino.

Gli interventi straordinari scatteranno dalla prima mattinata di lunedì e proseguiranno per il resto della settimana (fino a un massimo di 10 giorni). Le aree interessate dai trattamenti saranno per precauzione interdette al pubblico utilizzo per il tempo necessario. Per lo stesso motivo i parchi soggetti ad apertura saranno tenuti chiusi per la giornata successiva all’intervento.

In poco più di 5 mesi sono stati effettuati 6 cicli di trattamento in tutte le caditoie stradali e le bocche di lupo di competenza comunale. Interventi che hanno interessato 54.671 caditoie e 5.945 bocche di lupo in terraferma e Lido-Pellestrina (per un totale di 60.616 punti), e 8mila caditoie a Venezia centro storico e isole. Sono stati poi trattati i capofossi e fossati (in terraferma ce ne sono per oltre 488 chilometri), le caditoie e i fossati nei parchi, i giardini e le aree verdi pubbliche del centro storico, delle isole, del litorale e della terraferma.

“Osservati speciali da parte dell’Amministrazione – conclude l’assessore De Martin – i parchi San Giuliano e Albanese (gestiti dall’Istituzione Bosco e Grandi Parchi), le aree verdi di scuole, asili, nidi e materne per complessivi 170 istituti, le strutture sociali e gli uffici pubblici di nostra competenza e i 16 cimiteri comunali”.

Di seguito le strade e le aree verdi interessate dagli interventi:

MESTRE-CARPENEDO

Viale Don Sturzo
Viale Garibaldi
Via Terraglio
Via Daniele Manin
Via Torre Belfredo
Via Einaudi
Via Pertini
Via Montello
Viale San Marco
Via Bissagola
Via Costa
Via San Marco
Via Bissuola
Via Camporese
Via Orlanda
Via Miranese
Via Circonvallazione
Via Pertini
Via Delle Tofane
Via Antonio Da Mestre
Via Costa
Via Da Verrazzano
Via Rielta
Via Sernaglia

MARGHERA

Via Correnti
Via Tommaseo
Via Trieste
Via Parco Ferroviario
Via Villabona
Via Catene
Via Del Bosco
Via Pasini
Via Tommaseo
Via Concordia
Parco Teresa Casati
Parco Emmer

FAVARO VENETO

Via Altinia
Via Ca’ Alvera
Via Indri
Via Monviso
Via Altinia
Via Ca’ Alvera
Via Indri
Via Monviso
Via Marchesi

CHIRIGNAGO-ZELARINO

Parco di via Hayez
via Vicentino
Via Selvanese

LIDO – PELLESTRINA

Lungomare Gabriele D’Annunzio
Via Falier
Via Malamocco
Area di Ca’ Bianca

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Neet, indagine Acli: Italia batte Germania 10-1

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 18:59

Da una recente ricerca delle Acli emerge un gap enorme e assai più alto del previsto tra i Neet italiani e tedeschi. Il dato italiano, relativo ai ragazzi che non studiano, non fanno formazione e non lavorano (questo il significato dell’acronimo inglese) si assesta al 30%. Di buono c’è che è calato rispetto al 40% dello scorso anno. Ma è il dato tedesco ad aver destato preoccupazioni in Italia, poiché si assesta al 3% e denota la lunga strada ancora da percorrere.

Queste osservazioni sono state presentate dalla responsabile Dipartimento Studi e Ricerche delle Acli nazionali Paola Vacchina durante il suo intervento all’incontro nazionale di studi “Animare la città. Le Acli nelle periferie del lavoro e della convivenza”, che si è svolto dal 13 al 15 settembre a Trieste.

«Ci sono 200 mila posti di lavoro offerti dalle aziende a cui non si riesce a trovare una domanda, in particolare da parte di giovani italiani. Si chiama disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Inoltre – continua Vacchina – c’è una questione che riguarda anche gli adulti ovvero il rimanere sul mercato del lavoro con le competenze rinnovate, che sono necessarie all’interno delle dinamiche molto rapide del mercato del lavoro».

Riformare i centri per l’impiego. E qui entra in ballo la riforma dei centri per l’impiego ma non basta, poiché servono interventi di riqualificazione, di formazione, l’aggiornare le proprie competenze.

In poche parole servono politiche attive del lavoro efficaci. «E non basta nemmeno maggior personale, servono anche più infrastrutture, connessioni di rete – chiosa Vacchina – tra i vari database di centri per l’impiego, Inps, Ministero del lavoro e dell’istruzione. Ma anche una rete sul territorio che metta insieme soggetti accreditati come agenzie interinali e i centri di formazione professionale».
Domanda e offerta di lavoro sono disallineate. E’ necessario anche un rafforzamento dell’infrastruttura formativa: «Ci sono troppi licei e anche istituti tecnici generalisti – spiega in aggiunta Paola Vacchina a GV a margine del suo intervento – e non c’è abbastanza istruzione tecnica superiore specifica che non riesce a formare un numero sufficiente di ragazzi, rispetto a quanti sarebbero richiesti dalle aziende. Poi sarebbe giusto introdurre il numero chiuso nei corsi universitari. Purtroppo in Italia non esiste la demografia professionale».

E infatti non è che possano tutti fare l’avvocato e nessuno l’operaio… «Bisogna fare una previsione seria di medio-periodo di quali figure professionali realisticamente servano. E finché non ci sono nuovi canali di formazione professionale in tal senso, non ce la faremo mai. E il problema – conclude Vacchina – va risolto subito non solo di per se stesso ma anche perché se la gente non lavora, non versa i contributi e nel lungo termine Inps rischia di non autosostenersi più».

Marco Monaco

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Alla riscoperta del Kerygma cristiano: una giornata insieme, domenica 30 settembre, all’Istituto salesiano della Gazzera

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 18:39

Si terrà domenica 30 settembre, all’Istituto salesiano S. Marco a Mestre (Gazzera), la Giornata di formazione diocesana comune a tutti gli Uffici diocesani e rivolta a catechisti, educatori, genitori, insegnanti, animatori dei gruppi di ascolto ed operatori pastorali variamente impegnati nei diversi ambiti d’impegno ecclesiale (dalla liturgia alla carità, dalla cultura al lavoro, nei cenacoli delle collaborazioni pastorali ecc.).

Nell’occasione il Patriarca Francesco illustrerà e dialogherà con i presenti intorno al tema pastorale di quest’anno: “L’amore di Cristo ci possiede. Alla riscoperta del Kerygma cristiano, fondamento del nostro essere/agire ecclesiale nella dimensione personale e comunitaria”. Il programma prevede alle ore 9.00 l’accoglienza e l’iscrizione dei partecipanti in segreteria; alle 9.30 la preghiera delle lodi mattutine e la presentazione della giornata; alle 10.00 il Patriarca terrà il suo intervento sul tema generale e poi, dopo una pausa, dalle 11.00 in poi (per un paio d’ore circa) il lavoro proseguirà per gruppi con una suddivisione in 10 “tavoli pastorali”. Alle 13.00 è fissato il pranzo (al sacco) mentre alle 14.30 i lavori riprenderanno con il ritrovo dei partecipanti in assemblea: si tratterà qui di “restituire” e condividere il lavoro espresso dai 10 tavoli esplicitando soltanto alcuni aspetti, un nodo particolare da affrontare e da sciogliere, una proposta da rilanciare a tutti (o solo a qualche ambito pastorale), un’eventuale domanda di chiarimento o approfondimento da sottoporre al Patriarca.
Culmine dell’incontro, alle ore 16.30, la S. Messa domenicale, presieduta dal Patriarca e durante la quale sarà conferito il Mandato agli evangelizzatori, ai catechisti, agli educatori, agli animatori dei gruppi d’ascolto, agli insegnanti di religione e a tutti gli operatori pastorali presenti.

Per raggiungere l’Istituto S. Marco da Venezia, verrà predisposto un servizio di trasporto dal Tronchetto (fermata Marittima del People Mover) con autobus Actv riservato ai partecipanti del centro Storico e delle isole; all’andata partirà dal Tronchetto alle ore 8.15 e al ritorno dall’Istituto S. Marco alle 18.00. Il costo è di 1 euro per ogni viaggio (2 euro in totale) che saranno raccolti da un incaricato al momento della partenza; per prenotare i posti in autobus è necessario inviare una mail a [email protected] indicando parrocchia/collaborazione, nome, cognome e telefono cellulare di un referente o numero totale di chi intende usufruire del servizio.

Per ulteriori informazioni sulla Giornata è possibile contattare Giorgia Moro (tel. 0412702439) e Anna Marchiori (tel. 0412702462).

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Italo assume 26 persone a tempo indeterminato. Alcune a Venezia

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 16:54

Italo sta per assumere 26 operatori di impianto per le città di Venezia, Roma, Milano e Napoli (impianto di Nola).

La figura di Operatore di Impianto è anche il “trampolino di lancio” per tutti coloro che hanno la passione della condotta dei treni, per diventare in futuro macchinisti. Negli anni passati e nel recentissimo passato diversi operatori di impianto di Italo hanno fatto questo avanzamento, passando a ricoprire il ruolo di macchinista.

A chi entrerà in servizio verranno richieste alcune responsabilità:

  • Svolgere le attività di formazione e movimentazione dei rotabili Italo, conseguendo le abilitazioni previste ai sensi del Decreto 4/2012 e del D.Lgs. 247/2010, all’interno e tra gli impianti formazione treno e le stazioni, in relazione al programma di esercizio Italo;
  • Svolgere le attività di preparazione/messa in servizio, depreparazione/stazionamento e controllo tecnico dei rotabili Italo;
  • Monitorare la corretta esecuzione del programma di esercizio Italo e della attività di turnaround (pulizia, rifornimenti tecnici e commerciali) negli impianti formazione treno e le stazioni;
  • Interfacciare RFI e la Sala Operativa per l’utilizzo degli impianti nonché per lo svolgimento delle attività di movimentazione dei rotabili all’interno e tra gli impianti formazione treno e le stazioni;
  • Supportare la Sala Operativa e il Coordinamento Flotta per la gestione delle anormalità di esercizio e di tutte le attività svolte dai fornitori (pulizia, rifornimenti tecnici e commerciali);
  • Svolgere le attività di controllo/audit quantitativo e qualitativo nei confronti dei fornitori (pulizia, rifornimenti tecnici e commerciali) e di controllo dell’asset materiale rotabile.

Mentre, per la selezione, vengono domandati alcuni requisiti:

  • Titolo di studio: Diploma Tecnico (Diploma in elettrotecnica: preferenziale);
  • Fisici: Vista 10/10  senza correzioni. Il superamento della selezione sarà vincolato al superamento delle visite mediche RFI;
  • Disponibilità al trasferimento presso tutte le presenti sedi lavorative: Milano, Venezia, Roma, Napoli/Nola.
  • Disponibilità a lavorare su turni h 24;
  • Disponibilità a lavorare nei giorni festivi.

Il corso di formazione avrà inizio a novembre 2018 e terminerà entro marzo 2019. La sede del corso sarà Roma o Milano.
I candidati che supereranno gli esami per l’abilitazione al ruolo verranno assunti da Italo-Nuovo Trasporto Viaggiatori con Contratto a Tempo indeterminato.

Già durante i 4 mesi di corso l’azienda provvederà a fornire rimborso spese e ticket giornalieri per coloro che frequenteranno il corso.

Per quel che concerne i compensi, la stima è che un operatore di impianto, una volta inserito in organico con contratto a tempo indeterminato, potrà guadagnare circa 1200 euro netti al mese.

Per candidarsi basta accedere al sito italospa.italotreno.it ed accedere alla sezione Lavora con Noi.

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Il teatro Busan di Mogliano presenta la Stagione. Emiliani: «Qui c’è forza civile»

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 15:20

«Il teatro è una grande forza civile perché è il luogo dove le persone si incontrano, perché toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto e lo fa divertendo, commuovendo, suscitando emozioni».

Lo dice Giuseppe Emiliani, Direttore artistico del Teatro Busan di Mogliano Veneto, che oggi ha presentato il programma della Stagione Teatrale 2018-2019. Alla presentazione hanno preso parte il Sindaco di Mogliano Veneto, Carola Arena e l’Assessore alla Cultura, Ferdinando Minello.

«Anche quest’anno – prosegue Emiliani – il cartellone del Teatro Busan è composto da spettacoli di genere diversi e dà la possibilità di stimolo intellettuale e di divertimento che ci auguriamo possano incuriosire, stimolare, appassionare il nostro pubblico, perché il Teatro Busan vuole continuare ad essere un teatro della comunità: un teatro di tutti e per tutti».

Giuseppe Emiliani, direttore artistico del teatro Busan

 

Il Teatro Busan vedrà infatti alternarsi sul suo palcoscenico satira, musica dal vivo, commedia dell’arte, omaggi teatrali a grandi personaggi, rivisitazioni drammaturgiche. Si inizia il 26 ottobre con una produzione del Teatro Busan in cui Alberto Fasoli diventa Giuda ne La Gloria, ultima audace opera di Giuseppe Berto; il 9 novembre Barbara De Rossi e Francesco Branchetti portano sulla scena il Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain; gli ultimi due spettacoli del 2018 segnano due graditi ritorni sul palco del Busan: il 23 novembre quello di Riccardo Rossi con W le donne e il 14 dicembre quello di Giuliana Musso con Tanti saluti. Il 4 gennaio spazio alla musica con Ginga in gospel, con Claudia Scapolo, in arte Ginga, corista dell’Halleluja Gospel Singers; venerdì 11 Andrea Pennacchi racconta la surreale storia di Quel veneto di Shakespeare, mentre il 25 gennaio va in scena un’altra produzione del Teatro Busan: Antonio Salines ed Edoardo Siravo sono gli interpreti di Caro Marcello, Caro Federico, sentito omaggio teatrale a due grandi figure dello spettacolo italiano come Mastroianni e Fellini.

L’8 febbraio la travolgente Magical Mystery Orchestra racconta I Beatles al cinema, la storia dei Fab Four attraverso estratti delle pellicole che li vedono protagonisti, narrazione e musica live. Spazio alla commedia dell’arte in Romeo e Giulietta: l’amore è saltimbanco: Stivalaccio Teatro riscrive la celeberrima storia del Bardo mescolando trame, dialetti, canti, improvvisazioni, suoni, duelli e pantomime.

Barbara De Rossi

È di nuovo protagonista la musica il 1 marzo con Una giornata al mare, in cui la voce di Sandra Mangini spazia tra vent’anni di meravigliose canzoni d’autore italiane. Il 15 marzo è il turno di Sparla con me, one-man show di Dario Vergassola che, riprendendo i successi televisivi di Parla con me, racconta i momenti più esilaranti dei suoi tanti incontri. Il 29 marzo Teatro Bresci porta in scena Maradona nell’alto dei cieli, un monologo all’incrocio tra calcio, fede e teatro in cui Giacomo Rossetto celebra una sorta di rito laico di uno dei più grandi calciatori e personaggi pubblici di sempre.

Chiudono la Stagione il 12 aprile Franca Pampaloni e Nicanor Cancellieri che in Meglio tarde che mai raccontano la storia di due anziane concertiste che tornano ad esibirsi dando vita al più comico, sconclusionato e coinvolgente concerto di musica classica mai sentito.

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Dopo la tragedia di Rebibbia: una soluzione c’è, ma non è né demagogica né semplicistica

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 09:28

Due bimbetti piccolissimi uccisi dalla madre nell’Icam di Rebibbia, una madre che soffrirà finché vivrà, per il suo raptus omicida; una direttrice che paga le conseguenze di un momento di follia di una detenuta di cui poco si può sapere, ma che era in fase post partum ed aveva avuto a che fare con droghe. Ed ora tutti parlano dei bambini che crescono in carcere.

Ben prima che la tragedia avvenisse, l’associazione “La gabbianella” aveva deciso di organizzare, nell’ambito della rassegna del Comune di Venezia,”Dritti sui diritti”, un convegno sulla necessità di proteggere, con una rete di interventi mirati, i bambini che crescono con le madri nell’Istituto a Custodia Attenuata che si trova presso il Carcere Femminile.

Convegno scomodo, perché avviene proprio quando l’Associazione sta per lasciare il suo più che decennale lavoro di cura per questi bimbi. La Gabbianella lascia perché, dopo aver ottenuto, in seguito a faticose riunioni interistituzionali due accordi: un “Protocollo d’intesa” interistituzionale e una Convenzione con Carcere e Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, nel 2015, per la cura dei bambini, ha constatato che non li si voleva attuare.

Dando le sue dimissioni credeva che sarebbe stato riunito il Tavolo per discutere i problemi emersi; invece il Tavolo è stato riunito proprio da chi non voleva applicare gli accordi ed escludendone “La gabbianella” a cui nessuna istituzione ha più parlato. Come se l’acquisizione del consenso “esplicito e sottoscritto della madre” per fare i progetti per il bambino ( uno degli elementi del contendere) fosse una pretesa dell’Associazione e non una frase del “Protocollo d’Intesa” e simili. In realtà, per motivi non esplicitati, non si voleva coinvolgere in una progettazione sulla vita dei bambini proprio chi da 15 anni li porta all’asilo nido e alla scuola materna, dai medici specialisti, in spiaggia per tutta l’estate, a spasso nei fine settimana.

Nessuno ha fatto presente che il Tavolo, secondo il Protocollo d’Intesa, deve essere convocato dalla Garante e non da altri soggetti, nessuno ha fatto presente che il lavoro fatto non andava buttato alle ortiche ma reso operativo. Così viene trattato il volontariato!

Per questo, soprattutto ora in cui il supporto della Gabbianella viene meno, è giunto il momento di chiedersi se non è il caso di preoccuparsi di dare condizioni di vita sopportabili a madri e figli. Non che “dentro” essi siano privati di qualcosa o vivano in brutte celle, vivono anzi, almeno a Venezia, in ambienti belli, ma la pena è invisibile: oltre alla privazione della libertà, è pena per le madri stare insieme ai figli sempre, senza un attimo di respiro, non potendo contare sul padre dei loro figli, sui fratelli, sui nonni, che possano accudirli un momento.

Solo le uscite dei bambini e l’asilo permettono alle donne, spesso giovanissime, di lavorare o frequentare la scuola a loro volta.

I padri e gli uomini in genere ovviamente non ci sono e questo è causa di sofferenza sia per le donne che per i bambini. Le madri sono nervose, tristi, preoccupate, sempre in attesa di provvedimenti dei magistrati e i bambini ne pagano le conseguenze.

Spesso le donne litigano tra di loro, le agenti sono senza divisa ma devono farsi ascoltare e anche questo sminuisce la madri agli occhi dei bambini … i giocattoli sono pochi, perché vengono privatizzati o perché, se tutti i bambini vogliono lo stesso giocattolo, fanno nascere litigi … L’istituto di pena non si chiama così per nulla.

E poi, finché i piccoli uscivano a tre anni ancora potevano appropriarsi della loro infanzia, a sei rischiano di pagare il frutto della deprivazione di affetti, stimoli ed esperienze per il resto della vita. Che sciagurata idea quella di pensare che la vicinanza della madre avrebbe risolto tutto! Pare che la soluzione a tutto siano le case-famiglia: io non lo credo affatto.

I bambini hanno bisogno di famiglia vera e le madri talora potrebbero scappare dalle case famiglia – talora ottime e spesso disponibili – e tornare a compiere reati. Solo il magistrato può decidere se la pena deve essere scontata in istituti a custodia attenuata, carceri, case famiglia, agli arresti domiciliari, ecc. Di conseguenza ciò che deve fare lo stato è utilizzare tutti i suoi strumenti per fare in modo che i bambini vengano tutelati dovunque si trovino. Negli Icam e nei nidi ad esempio che essi possano godere di uscite regolari e regolari incontri con chi sta fuori ed è da essi amato.

Scuola, salute, continuità di affetti, integrazione nel mondo, anche attraverso documenti regolari per gli stranieri, sono le cose di cui i bambini hanno bisogno. Forme di affidamento, anche solo diurno, o solidarietà familiare, con il ritorno dalla madre verso sera, ad esempio, potrebbero conciliare, per i bambini, la famiglia d’origine ed una buona educazione…

Le madri non possono che essere contente se i loro figli tornano a sera di buon umore. Io spero che lo si possa capire.

Carla Forcolin

Associazione “La Gabbianella”

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Don Luigi Casarin: «Contento di rimanere a Gambarare. Mi sento il nonno di tutti»

Gente Veneta - Ven, 21/09/2018 - 07:11

«Per quanto riguarda il mio futuro, vedremo con don Dino Pistolato: cercherò di dare la massima disponibilità per quello che posso… Sono contento che mi abbiano lasciato qui a Gambarare e di poter fare vita comunitaria. Mi sento il nonno della compagnia”.
Don Luigi Casarin guarda così a un futuro talmente imminente… che è già quasi presente. A 76 anni, dopo 20 di servizio, smette la veste di parroco: «Sono stati tanti anni, mezza vita sacerdotale… troppi… da tempo sentivo il bisogno di cambiare… I problemi sono complessi, come la parrocchia del resto».

E – lascia capire – servono forze fresche. Di qui alcune fatiche e impegni non sempre coronati dai risultati attesi. Ne indica due in particolare. Che suonano anche come obiettivi permanenti di lavoro. La catechesi degli adulti: «Non sono riuscito a far nascere dei gruppi, a parte i gruppi d’ascolto… Cerco di “sfruttare” i molti funerali (80-85 all’anno) per un’opera di formazione». E il gruppo sposi: non è decollato «nonostante il lavoro con i fidanzati e il contributo di alcune coppie».

Né aiutano certo l’estensione del territorio («tante piccole comunità, dove celebrare: il Duomo, Giare, Dogaletto, il Porto con la chiesetta» e tante persone – malati e famiglie – da visitare) e la stratificazione demografica («C’è uno zoccolo di famiglie di una volta a cui si sono aggiunti nuclei da Mestre e Marghera con altre mentalità»). Inevitabile qualche incomprensione: vedi i migranti di Cona ospitati in patronato.

E i numerosi restauri hanno tolto un po’ di energie alla pastorale. E i giovani? I ragazzi di seconda media, cresimati a novembre (festa di Cristo Re), in genere completano l’anno di catechismo. Poi ci sono la terza media e i ragazzi più grandi. Con una bella squadra di animatori. Don Luigi è molto grato a tutti i cappellani che in questi anni hanno lavorato con gli adolescenti. Anche le attività estive funzionano: «Il Grest ha 300-350 ragazzi, e i campi scuola impegnano diverse coppie di adulti assieme a un giovane prete».

Buona è la collaborazione con le parrocchie: «Specialmente a livello vicariale. È importante, e ci credo veramente. Non è solo un problema di messe da ‘coprire’, ma occorre una effettiva integrazione pastorale. Mangiare assieme è spesso più fecondo di tante riunioni… Anche con i diversi sindaci c’è stato sempre un buon accordo».
Certo, tanti anni non possono raccontarsi in poche parole: «Non basterebbe un libro…». Sembra parafrasare la fine del vangelo di Giovanni. Non a caso più avanti precisa: «Ho sempre cercato il contatto con la Parola di Dio e con il magistero della Chiesa».
Molti i cambiamenti avvenuti, nel bene e nel male. Se non sorprende la progressiva disaffezione alla vita liturgica («i ragazzi vengono a catechismo, ma non a messa: purtroppo le famiglie non ci aiutano»), è curiosa l’abolizione del giuspatronato (la scelta del parroco era lasciata ai capifamiglia del paese), nel 1998. Appena dopo l’ingresso di don Luigi. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti…

Giovanni Carnio

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